Monday, February 28, 2011

Il palo della banda dell'ortica



Buongiorno a tutti, oggi parliamo di Puglia ma parlare di Puglia vuole dire di Italia, visto che la Puglia è stata governata per anni dal centro-destra, ultimo governatore mandato a casa nel 2005 da Vendola e oggi Ministro dei rapporti con le regioni e dal 2005 la Puglia è governata da Nichi Vendola, leader di Sinistra, ecologia e libertà che si propone come premier del centro-sinistra tutto nelle primarie che si dovrebbero o tenere, PD permettendo se e quando si avrà la certezza che si andrà a votare.


Vendola e la sanità della Puglia
Quindi parlare di Puglia vuole dire parlare del futuro, soprattutto nel centro-sinistra e quindi del paese e significa andare a vedere se nelle prove su strada fatte in questi 6 anni, Vendola ha dimostrato di essere la persona giusta e come leader politico e come pubblico amministratore.
Come politico lo conosciamo da 30 anni perché sono almeno 30 anni che è in politica dal PC in avanti, come amministratore la sua esperienza è questa, è un governo di una regione prospera, la regione più prospera del sud, più avanzata del sud e è un governo interessante perché è il governo di una Giunta Comunale presieduta da un personaggio che si dichiara senza esitazioni comunista, gay, cattolico, non è stato facile per Vendola farsi accettare in una regione del sud, eppure ci è riuscito vincendo prima le elezioni primarie nel centro-sinistra, avendo contro potentati molto importanti e poi riuscendo a vincere la partita più difficile che era quella contro il candidato del centro-destra, la prima volta Raffaele Fitto, la seconda volta Rocco Palese e tutte e due le volte ha vinto le primarie e ha vinto le elezioni regionali.
Bisogna vedere se quello che ha fatto in questi 6 anni, dà indicazioni positive o negative su quello che potrebbe fare nel caso in cui vincesse anche le primarie nazionali e quindi le elezioni nazionali e prendesse in mano un governo, il governo dell’Italia.
Dico subito che in questa chiacchierata di oggi non mi interessano i reati, anche perché Vendola, i giudici hanno stabilito che non ne ha commessi, l’hanno archiviato, si parla anche di D’Alema in quello che diremo dopo, non è stato neanche indagato questa volta e quindi i reati non ci interessano, ci interessano le capacità politiche e amministrative di questi due leader che sono la figura più importante della sinistra radicale Vendola e la figura più importante, l’azionista di maggioranza del Partito Democratico D’Alema, entrambi razzolano nel pollaio pugliese e lì hanno il loro collegio elettorale e il loro bacino di voti, interessano quindi i comportamenti, neanche tanto dal punto di vista morale e etico, dal punto di vista dell’efficienza e della convenienza per i cittadini a proposito del loro modo di governare e di intendere la politica e l’amministrazione, che sono due cose diverse la politica e l’amministrazione e quindi è su questi due binari che vanno giudicati i politici in un paese dove non si riesce mai a distinguere la politica dall’amministrazione.
Non ci interessano i reati però ci sono delle indagini che sono arrivate alla conclusione provvisoria, archiviazione per alcuni, arresti per altri, richieste di autorizzazioni all’arresto per altre persone ancora, divulgazione quindi degli elementi raccolti dai magistrati che ovviamente, indagando per 3 anni sulla sanità in Puglia, hanno potuto raccogliere materiale molto più penetrante di quello che possono raccogliere i giornalisti anche se basta e avanza quello che hanno raccolto i giornalisti secondo me per farsi un’idea e cosa hanno deciso alla fine di queste indagini i magistrati che indagavano da 3 anni sulla sanità? Hanno deciso che il sistema è un sistema clientelare ai confini della malavita e hanno anche deciso che non è cambiato nulla da quando governava il centro-destra a quando ha cominciato a governare il centro-sinistra con Vendola.
Mi spiego: l’ultimo governatore della Puglia è rimasto in carica soltanto una legislatura, quindi soltanto 5 anni, era Raffaele Fitto, il bilancio di Fitto sono due processi nei quali è stato già rinviato a giudizio, quindi sono già in corso davanti al Tribunale di Bari, per varie storie di tangenti, falsi e credo che esista addirittura un’accusa di associazione a delinquere, ma potrei sbagliarmi, in ogni caso sono storie di mazzette, le più importanti sono quelle che riguardano finanziamenti illeciti che i giudici gli contestano, provenienti da Giampaolo Angelucci, romano, membro della famosa famiglia Angelucci che pubblica Libero e Il Riformista e che è soprattutto un costruttore, un immobiliarista e uno dei re delle cliniche private, convenzionate con la sanità pubblica, il quale cosa voleva fare in Puglia? Voleva mettere in piedi e ha messo in piedi 11 residenze sanitarie assistite dalla Regione, ha ottenuto l’appalto, l’appalto era da 198 milioni di Euro, 400 miliardi di lire e poi secondo l’accusa si è sdebitato con Fitto pagandogli un pezzo della campagna elettorale con un versamento di 500 mila Euro passato addirittura attraverso la società degli Angelucci che edita Libero.
Fitto ha detto di avere messo regolarmente in registro quel finanziamento, i giudici hanno obiettato che non basta mettere a bilancio le tangenti, se sono tangenti, soldi in cambio di atti non dovuti, addirittura di atti dovuti, la corruzione non si può mettere a bilancio e sbiancare, la corruzione è sempre corruzione anche se viene messa a bilancio, vedremo il processo, in ogni caso Fitto doveva essere arrestato secondo il G.I.P. che aveva emesso il mandato di cattura, ma aveva avuto il tempismo di rifugiarsi in Parlamento e quindi la sua richiesta di arresto è stata respinta dall’aula e prima dalla Giunta per le autorizzazioni a procedere, nel 2006 finisce l’era Fitto, Fitto va in Parlamento e di lì a poco diventa Ministro.
Arriva Vendola, arriva Vendola, la sanità pugliese è devastata per questioni etiche, penali e finanziarie, perché è ovvio che la mala gestione della sanità che è la prima voce di bilancio di una Regione, significa buchi, quei tanti buchi nella sanità regionale, credo ci siano soltanto 3 regioni in Italia che non sono in rosso, che creano il grande debito della sanità nazionale, quindi se c’è una cosa importante da fare nell’allestire la nuova Giunta di centro-sinistra, per giunta capeggiata da Vendola che è l’uomo che si propone come rinnovatore della politica, della sinistra, il nuovo linguaggio, la narrazione, la poesia e tutto quello che volete voi, è proprio la scelta dell’Assessore alla sanità, chi viene nominato assessore alla sanità? Alberto Tedesco, ex socialista craxiano che in quel momento è leader di un piccolo movimento detto dei socialisti riformisti, cosa fa Tedesco? Perché diventa Assessore alla sanità? Diventa assessore regionale alla sanità perché, spiega oggi Vendola, gli fu indicato dal Partito Democratico, in particolare dai dalemiani ai quali Tedesco era molto vicino, come la massima eccellenza in fatto di esperienza in tema sanitario, come direbbero a Roma “te credo” nel senso che la famiglia di Tedesco, i figli, hanno in quel periodo e credo ancora oggi, 3 aziende nel settore delle protesi ortopediche, chi ha una società che produce protesi ortopediche ha un unico cliente, la Regione, le A.S.L., infatti il mercato della fornitura delle protesi ortopediche in Puglia se lo dividevano grossomodo la famiglia Tedesco e la famiglia Tarantini, Tarantini insieme al fratello ha un’altra società di protesi e chi è Tarantini? Giampaolo Tarantini, detto Giampi, arrestato poi perché portava le mignotte a Palazzo Grazioli e anche a alcuni politici pugliesi.
Era un puttaniere, era un pappone di professione? No, la sua professione è: imprenditore del ramo protesi che poi voleva allargarsi nel ramo costruzioni e forniture alla protezione civile e che per ingraziarsi i politici regionali e nazionali di destra, di sinistra, usava allettarli non soltanto con regali, ma anche con tangenti in natura, mignotte!
Quindi il capo della famiglia Tedesco, la persona più importante della famiglia Tedesco, famiglia che ha tramite i suoi figli 3 aziende nel settore protesi, sanitarie e affini, cliente di enti, queste società, della Regione senza gli appalti della Regione le protesi ovviamente te le puoi infilare da solo dove preferisci, viene nominato assessore alla sanità regionale, a questo punto uno dice: sarebbe questa la novità della politica di Vendola etc.? Prendere un vecchio craxiano riciclato nei dalemiani e metterlo all’assessorato più importante e più dispendioso come voce di bilancio della Regione? E’ questa la ventata di rinnovamento? I fatti dicono che le cose sono andate così, naturalmente cosa succede? Che questo Tedesco impiega poco a farsi valere all’assessorato e già 3 anni dopo viene indagato dalla Procura di Bari per vari reati, in quel momento si sapeva che era indagato per tangenti, allora Vendola dice di averlo cacciato, Tedesco dice di essersi dimesso, anzi di avere offerto le dimissioni che all’inizio Vendola non voleva accettare, ma cambia poco, Tedesco appena giunge notizia che è indagato per la mala gestione della sanità regionale, due anni fa viene a smettere di fare l’Assessore, cosa fa? Attende pazientemente il processo per dimostrare la sua estraneità alle accuse? No, passa direttamente dalla Giunta Regionale al Senato della Repubblica con un bell’escamotage, lui si era presentato alle elezioni del 2008, ma non era stato eletto, era risultato il primo dei non eletti nella lista del PD, quindi solo se un parlamentare del PD eletto in Puglia al Senato, sapete che lì il collegio è regionale o muore o si dimette, lui può subentrare e è proprio quello che succede, quando alle elezioni europee i dalemiani hanno la bella idea di candidare un loro senatore che è l’ex Ministro dell’agricoltura De Castro, De Castro viene eletto anche perché si fa eleggere chi si vuole nei grandi partiti, lo sapete benissimo, De Castro viene eletto parlamentare europeo, lascia il Senato, il posto vuote viene automaticamente occupato da Tedesco che da quel momento è corazzato con l’immunità parlamentare, esattamente quello che aveva fatto Fitto la volta precedente.
L’altro giorno al termine di 3 anni di indagine la Procura ha consegnato le sue richieste al G.I.P., c’erano 18 richieste di arresto, il G.I.P. ne ha accettate 8 e tra queste ha disposto la cattura di Tedesco, soltanto che per catturare Tedesco bisogna chiedere l’autorizzazione al Senato, domani, martedì, la Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato risponderà sull’arresto di Tedesco, dopodiché si pronuncerà l’aula.


Il conflitto di interessi che Vendola conosceva
La domanda è: sapere che Tedesco avrebbe commesso reati o sarebbe stato accusato di commettere reati come assessore, Vendola non lo poteva sapere prima di nominarlo assessore, che Tedesco avesse un conflitto di interessi familiari microscopico lo poteva sapere o no?Certo che lo poteva sapere, l’hanno scritto tutti i giornali, l’hanno detto alcune forze politiche, peraltro neanche il centro-destra perché il centro-destra non può accusare di conflitto di interessi il centro-sinistra, quindi il centro-destra stava zitto, ma c’era per esempio un parlamentare, Pierfelice Zazzera dell’Italia dei Valori che sul conflitto di interessi di Tedesco ha fatto una grande battaglia, quando stava per essere nominato e quando è stato nominato, cosa dice Vendola intervistato da Ferruccio Sansa su Il Fatto Quotidiano? “Tedesco mi era stato rappresentato come l’unico profilo di alta competenza sull’intricata sanità pugliese, la mia parola e il mio sguardo mi parevano un deterrente sufficiente per chi avesse intendi meno che leciti”, Vendola ti guarda in faccia, ti parla e da quel momento tu diventi immune da tentazioni, questa è la presuntuosa visione della politica che ha Vendola, quindi potrebbe nominare anche Al Capone perché poi basta guardarlo e parlargli e quello diventa buono è come San Francesco con il lupo di Gubbio, il problema è che qua il lupo perde il pelo ma non il vizio, infatti Vendola dice: magari sono stato presuntuoso, ma penso che chi lavora con me, non possa essere sfiorato da dubbi disonesti, invece è quello che è esattamente successo, quindi non funziona lo sguardo!
All’inizio del mandato Tedesco… perché poi Sansa gli dice “il conflitto di interessi di Tedesco che aveva figli con società che operano nella sanità, era noto” risposta di Vendola “all’inizio del mandato Tedesco mi diede garanzia che avrebbe sciolto il conflitto, comunque l’ho sostituito alle prime voci di un coinvolgimento nell’inchiesta”, il problema non è che l’hai sostituito dopo, perché dopo il danno è già fatto, c’è già un’inchiesta, una sanità inquinata per due anni, hai sbagliato gravemente, l’Assessore più importante della tua Giunta e potevi evitare di sbagliare, perché? Perché lo sapevi che se c’era una persona, anzi due persone in Puglia che non potevano fare l’Assessore regionale alla sanità, erano proprio Tedesco e Tarantini perché si spartivano il mercato delle forniture alle A.S.L., due persone su milioni di persone non potevano fare da assessori e proprio una di queste due persone vai a prendere, perché? Adesso ovviamente dice che gliel’ha segnalato D’Alema. Vendola esagera e dice che Tedesco era l’uomo forte del PD, si dimentica che nel 2005 – 2006 non c’era il PD, si dimentica che Tedesco era leader di una piccola formazione, i Socialisti riformisti, si dimentica che il Presidente della Regione è eletto direttamente dal popolo, lui, può tranquillamente, nel rispetto del manuale Cencelli che ogni alleato deve essere rappresentato numericamente, la scelta degli assessori spetta a lui, al governatore e se ti propongono una persona che non ti convince, non dal punto di vista penale perché Tedesco ancora era insospettato, ma dal punto di vista del conflitto di interessi, tu punti i piedi e dici: quel posto spetta a voi, benissimo mettetemi uno che non abbia società in affari con la Regione.
Ma mettiamo che lui si convinca che il suo sguardo miracolerà Tedesco e lo libererà seduta stante da tutti i conflitti di interesse, benissimo, all’inizio del mandato Tedesco mi diede garanzia che avrebbe sciolto il conflitto di interessi, Vendola lo guarda, l’altro garantisce e da quel momento si scioglie il conflitto di interessi. Un mese dopo che l’hai nominato, vuoi verificare, non ci vuole la Cia per verificare se le società della Famiglia Tedesco sono ancora della Famiglia Tedesco, oppure se sono passate di mano perché o le ha vendute e allora ha risolto il conflitto di interessi, o non le ha vendute e allora il conflitto di interessi c’è ancora e devi aspettare la Magistratura per scoprire che non le ha vendute due o tre anni dopo? O lo potevi fare semplicemente con una visura camerale o chiedendoglielo: le hai vendute o non le hai vendute? Qui c’è da domandarsi se Nichi c’è o ci fa, ho l’impressione che ci faccia perché l’uomo è tutt’altro che stupido, penso che stia facendo il furbo su questa questione di Tedesco e che non se la possa cavare con così poco, fermo restando che Vendola è onesto, che non prende soldi, onesto nel senso che non prende i soldi, ma intellettualmente onesto è un’altra cosa, credo che qui non ce la racconti giusta, infatti Michele Migliano, il Sindaco di Bari sul suo blog gliel’ha fatto notare, dice: guarda che Tedesco l’hai voluto tu, guarda che Tedesco lo potevi respingere tu, guarda che non è vero che te l’ha imposto il PD, perché il PD non c’era, magari te l’ha chiesto D’Alema e tu potevi fare una pubblica denuncia se non volevi Tedesco, se hai preso Tedesco adesso non trincerarti dietro D’Alema perché sei tu il governatore della Regione Puglia, eletto direttamente dal popolo, non nominato dai partiti, a differenza di Berlusconi che dice di essere eletto dal popolo mentre invece è stato regolarmente nominato dal Capo dello Stato su indicazione del Parlamento, Vendola è eletto direttamente dal popolo, gli risponde lui della Giunta.
Poi gli hanno anche arrestato il Vicepresidente, Nicola Frisullo, perché? Perché Tarantini sentendosi emarginato dal mercato degli appalti in quanto c’era Tedesco, il capo della Famiglia concorrente a quella di Tarantini, cosa fa? Cerca di arruffianarsi D’Alema pure lui, nella speranza che ce ne sia ancora anche per lui e cosa fa? Tre cose: si avvicina a Roberto De Santis, imprenditore pugliese che è il migliore amico di D’Alema e era socio nella prima barca che aveva D’Alema, Icarus, tramite De Santis aggancia D’Alema con il quale, in barca, fa un weekend, racconta almeno Tarantini nei verbali a Ponza, un altro weekend in Salento e poi c’è un viaggio a New York di cui nel verbale non si capisce bene una cosa se c’è solo De Santis o se c’è anche D’Alema, ma in Puglia De Santis è la pupilla dell’occhio di D’Alema; si arruffiana il Vicepresidente della Regione Puglia Nicola Frisullo dalemiano di ferro, la figura più importante politicamente dei dalemiani in Puglia, che diventa cliente di, dice Tarantini e accertano i magistrati, due prostitute dell’harem di Tarantini, che guarda caso erano le stesse che ogni tanto prestavano servizio anche a Palazzo Grazioli, giorni pari Berlusconi, giorni dispari Frisullo, Frisullo finisce in galera perché in cambio Tarantini voleva favori nel ramo della sanità, vedete che effetto a catena ha la nomina di Tedesco all’inizio, il peccato originale della prima Giunta, il primo atto importante di Vendola.
Questi sono i risultati penali, i risultati finanziari sono che la Puglia in questi 6 anni ha accumulato un deficit sanitario spaventoso, molto peggiore di quello che era riuscito a accumulare Raffaele Fitto, sapete che il governo deve approvare o bocciare i piani di rientro dal debito sanitario delle regioni, Tremonti ha bocciato il piano di rientro presentato dalla Giunta Vendola e Tremonti ha tanti difetti, ma secondo me in questo caso non ha tutti i torti, ha torto quando paragona la Puglia alla Grecia, a uno stato praticamente fallito, la Puglia non è fallita, ma quando critica la mala gestione della sanità pugliese dal punto di vista finanziario, non può evidentemente avere torto. Nel dicembre, non di quest’anno, dell’anno passato, del 2009, quindi poco più di un anno fa, la perdita di esercizio della sanità pugliese era di 1 miliardo, sapete quanto è ogni anno il bilancio della sanità a livello nazionale? E’ poco più di 100 miliardi, l’1 % del bilancio della sanità nazionale è il buco della sanità pugliese, quindi le dimensioni sono enormi di questo buco e 1/3 di questo buco, 350 milioni la Giunta Vendola li ha accumulati soltanto nel 2009, soltanto in un anno 350 milioni di buco, qui la politica c’entra poco, Tremonti destra, Vendola sinistra c’entra poco, questi sono numeri.
Sono numeri che dipendono forse anche dal fatto che due anni fa, che l’anno scorso quando è stato eletto il governatore della Regione Puglia, poco prima delle elezioni Vendola cosa ha fatto? Ha assunto a tempo indeterminato 8 mila precari tra dirigenti, medici e infermieri di società esterne che lavoravano per le A.S.L. e che sono stati di botto tutti internalizzati nelle A.S.L., naturalmente è un’ottima cosa combattere il precariato, è un’ottima cosa cercare di stabilizzare i lavoratori, ma se li fai tutti stabili in blocco la settimana prima delle elezioni, 10 febbraio ultima seduta del Consiglio regionale prima delle elezioni, beh, se l’avesse fatto un democristiano socialista qualcuno avrebbe detto: questo puzza tanto di compravendita di voti, tu in campagna elettorale assumi 8 mila persone, perché? Se era giusto perché non l’hai fatto prima? Se lo fai adesso c’è il sospetto che ti stai comprando un po’ di voti a spese dei contribuenti, in una Regione che è dissestata dal punto di vista del bilancio della finanza sanitaria.


Governatori diversi, stesso sistema
Questo è il profilo politico, amministrativo e finanziario, poi c’è il profilo penale che per Vendola è stato escluso e infatti Vendola dopo che è stata archiviata la sua posizione, si lamenta perché dice: ma come, il mio processo era stralciato davanti al G.I.P. Di Paola...Mi pare si chiami Di Paola, mentre tutte le carte naturalmente le trovate sul sito de Il Fatto Quotidiano per leggere bene di cosa si tratta, ma la vicenda Tedesco invece sta davanti a un altro G.I.P. perché si chiama Di Benedictis e quindi Di Benedictis non ha potuto fare a meno, ovviamente, dovendo scrivere com’è organizzato il sistema criminale che lo ha portato a disporre l’arresto di 8 persone, tra le quali anche del Senatore Tedesco, è ovvio che Di Benedictis deve descrivere qual è il sistema e il sistema ovviamente è una piramide al cui vertice c’è Vendola e quindi ha fatto delle osservazioni che riguardano anche Vendola e il sistema di cui è responsabile il governatore eletto dal popolo, un sistema clientelare, una lottizzazione sistematica, un collaudato sistema criminale, costituisce un dato irrecusabile la consapevolezza dei responsabili politici, di tutti i responsabili politici di operare per fini di spartizione politica e correntizia, non risulta circoscritto questo sistema a singoli esponenti della maggioranza di centro-sinistra, ma assurge a logica di strategia politica, al fine di acquisire consenso e rendere stabile la maggioranza di governo.
Tedesco curava i suoi interessi personali e economici e Vendola aderiva alle richieste del suo assessore per criteri di spoil system del tutto avulsi da esigenze di corretta gestione amministrativa dell’A.S.L. di Lecce, cosa vuole dire spoil system, lo spoil system è una buona cosa, arriva il governatore, con il suo assessore nomina i dirigenti delle A.S.L., li sceglie di sua fiducia, così quelli rispondono a lui e così risponde lui alla fine per l’operato di questi signori, se hanno fatto bene avrà di che vantarsene con gli elettori e avrà fatto un buon servizio ai cittadini, se hanno fatto male non potrà dire: li ha scelti il mio predecessore, quindi lo spoil system responsabilizza, fai pure piazza pulita, nomina pure tutti quelli che decidi che sono bravi, se poi si vede che sono delle ciofeche però non puoi dare la colpa ai predecessori, come fa sempre Berlusconi che, qualunque cosa è sempre colpa di Prodi, se li hai scelti tu con lo spoil system, poi ne rispondi tu del loro operato e li devi controllare tu, tramite il suo assessore.
Invece lo spoil system, scrive il giudice legittimo, non obbediva a criteri di corretta gestione amministrativa, ma a criteri di interessi personali e economici dell’assessore e di interessi clientelari del governatore Vendola e dei suoi alleati del centro-sinistra in Giunta, per acquisire consenso e stabilizzare la maggioranza. Poi ci sono i dettagli, sapete i giornali hanno parlato molto del fatto che Vendola voleva confermare un commissario straordinario in un’A.S.L. come direttore generale, una norma regionale vietava di fare il direttore generale nello stesso posto uno che era già stato commissario straordinario, allora lui chiama l’Assessore e dice: non ma non si può togliere questa norma e cambiare questa norma? Hanno subito detto che voleva fare la legge ad personam come Berlusconi, naturalmente sono stronzate, Berlusconi leggi ad personam le fa per cancellare i suoi reati e i suoi processi, qui Vendola stava semplicemente cercando di adeguare una norma per poter mettere una persona di sua fiducia, il problema non è quello, non è il fatto che uno vuole cambiare una Legge Regionale, è il Presidente della Regione è ovvio che se la maggioranza la cambia è suo compito, cambiare le leggi regionali, l’importante è che poi risponda lui delle nomine e dei risultati, i risultati sono un miliardo e passa di buco, i risultati sono l’Assessore N. 1 alla sanità che latita in Parlamento, altrimenti sarebbe in galera, i suoi principali collaboratori già in galera perché non sono andati in Parlamento, il Vicepresidente Frisullo finito in galera e una sanità che viene così descritta dai magistrati con migliaia di elementi e di prove alla mano, in tutto questo c’è anche D’Alema che naturalmente ha segnalato sia Tedesco, sia Frisullo ne sbagliasse uno D’Alema, due ne ha segnalati, uno è finito in galera, l’altro ci sarebbe se non fosse in Parlamento.
E che gironzolava in barca con Tarantini e uno può dire: va beh, ma Tarantini racconta di avere organizzato una cena elettorale per D’Alema e D’Alema c’era, il Sindaco Michele Migliano dice che appena vide chi organizzava la cena suggerì a D’Alema di allontanarsi, perché? Perché basta leggere quello che racconta Tarantini e cioè che lui si era dato da fare per organizzare la cena, perché la finalità era per noi quella di invitare i primi dirigenti delle A.S.L., i primari e fare bella figura facendo vedere che c’era il Presidente D’Alema, volevo sponsorizzare il PD per essere accreditato a lavorare nella sanità e già dopo che gli avevano messo Tedesco che era considerato il suo rivale, il suo concorrente insieme alla sua famiglia, è ovvio che lui cercasse… allora cosa fa? Invita una grande tavolata in un bel ristorante fuori Bari, direttori generali della sanità, manager, primari, vice primari, amministrativi, gli fa trovare D’Alema, paga lui per tutti e dice: guardate con chi mi accompagno, quindi ricordatevi di me quando dovete affidare certe gare, certe forniture.
Credo che chi partecipa a certe cene, chi ha certe frequentazioni non può dire: non sapevo, se stai in Puglia da una vita, se vieni eletto in Puglia da una vita e partecipi a una cena elettorale di Tarantini non puoi dire: non so chi è Tarantini, non puoi dire l’ho incontrato per caso, perché certe persone, a certe persone non va stretta neanche la mano se hai il sospetto non solo che siano dei poco di buono, ma anche che vogliano usare la tua vicinanza per ottenere dalla Regione dei favori o delle cose che non dovrebbero ottenere altrimenti, ma anche lì tutto era partito dal peccato capitale, D’Alema che indica Tedesco Assessore alla sanità e Vendola che obbedisce senza esercitare le sue prerogative di scelta in ultima analisi della sua squadra di assessori e poi per i rami dei dirigenti, il peccato originale è quello da cui discendono tutti gli altri e oggi abbiamo azzoppato da questa vicenda quello che per molti costitutiva una speranza, non dico di rinnovamento perché fa politica da 30 anni, ma almeno di aggiornamento della classe dirigente del centro-sinistra, era un po’ meno vecchio di quelli che hanno rappresentato il centro-sinistra in questi ultimi 20 anni, oggi azzoppato da questa vicenda e non mi può dire: mi ha azzoppato D’Alema o mi hanno azzoppato i magistrati, si è azzoppato anche da solo, ma D’Alema diciamo che gli ha dato una buona mano, la domanda è: cosa debbano ancora fare i D’Alema boys perché D’Alema sia accompagnato alla porta del PD?


E la domanda è: ma è possibile che per andare allo scontro finale con l’uomo dei conflitti di interessi, con Berlusconi, il centro-sinistra possa presentarsi con la faccia di Vendola? Uno che dovendo nominare l’assessore alla sanità all’insegna del rinnovamento, mette proprio quello che era il simbolo del conflitto di interessi della sanità pugliese? La risposta la lascio a voi, continuate a leggerci su Il Fatto Quotidiano, grazie a quelli che ci hanno dato fiducia venerdì acquistandolo credo in 20 mila copie in più del solito per l’inserto culturale “Saturno” che è stato molto apprezzato e passate parola!

Wednesday, February 23, 2011

Beduinieuropei

Il Fatto Quotidiano, 23 febbraio 2011

Non si fa così. Non si fanno le rivoluzioni per cacciare i dittatori senz’avvertire con congruo anticipo il ministro Frattini Dry. Già ha una prontezza di riflessi che il bradipo, al confronto, è una scheggia. Già gli tocca andare per il mondo a prendere pesci in faccia per conto di B., che si scansa sempre all’ultimo momento. Già, a ogni crisi internazionale, gli tocca fuggire su atolli caraibici e rifugi alpini per evitare di prender posizione, non avendone alcuna (gli Usa nei cablo di Wikileaks lo chiamano “il fattorino”). Già è poco ferrato sul Nordafrica, essendo troppo concentrato su St. Lucia e Montecarlo. Ma ora i popoli tunisino, egiziano, libico ecc. stanno francamente esagerando. Lo dicano che lo fanno apposta per screditare questo attaccapanni abbronzato che la stampa chiama “responsabile della diplomazia italiana”, ovviamente a sua insaputa.

Il 26 gennaio, sul tiranno egiziano al potere da 30 anni con elezioni truffa e repressioni feroci, dice: “Il governo italiano spera che il presidente Mubarak continui come sempre ha fatto a governare con saggezza e lungimiranza… Non c’è alcuna similitudine con quel che è accaduto in Tunisia”. In quel preciso istante Mubarak capisce che la sua sorte è segnata. E Frattini Dry si lancia al salvamento del suo secondo padrone, Gheddafi, di cui è il cameriere ufficiale: “L’Europa non deve esportare la democrazia. Non sarebbe rispettoso dell’indipendenza del popolo libico” (invece il 10 ottobre diceva: “Portare democrazia in Afghanistan significa dare sicurezza in Europa… La democrazia si esporta con tutti i mezzi necessari”). Gheddafi, pur non essendo cristiano, si fa il segno della croce: aveva anche pregato Frattini di non difenderlo mai, piuttosto di attaccarlo se proprio doveva aprire bocca; ma quello niente, ha creduto di fare cosa gradita. Da quel momento anche il Colonnello è spacciato.

A Bruxelles si riuniscono i ministri europei: Frattini, essendo un ministro finto e un europeo finto, tenta la fuga nella Terra del Fuoco, ma poi gli tocca andare. E lì, con sua grande sorpresa, scopre che i ministri veri sono tutti contro Gheddafi (pare che, diversamente da B., non abbiano mai fatto il baciamano al Colonnello né preso lezioni di bungabunga). Ma non si dà per vinto: le cronache lo descrivono impegnatissimo in una paziente tessitura col ministro di Malta, l’unico che gli dà retta, in difesa del macellaio tripolino. Vorrebbe infilare nel documento Ue un accenno ai “diritti sovrani della Libia” e un auspicio al “dialogo” e alla “riconciliazione” fra gli insorti e il macellaio che li massacra. Una cosetta all’italiana, tipo “abbassare i toni”. Ma l’espressione risulta intraducibile e gli altri fanno notare che legittimerebbe la repressione. Così la proposta Frattini raccoglie l’unanimità: dei dissensi.


Lui però non perde il suo proverbiale sorriso-paresi: “Mi riconosco pienamente nella dichiarazione che abbiamo sottoscritto” (c’era pure il caso che si dissociasse da se stesso), anche perché è convinto di aver vinto lui: “Il comunicato parla della necessità di una riconciliazione nazionale”. Purtroppo nel comunicato non c’è traccia della parola “riconciliazione”. Se l’è inventata lui. O forse una mano pietosa gli ha passato una traduzione sbagliata, per non spettinarlo e non guastargli l’abbronzatura. In un paese normale l’opposizione lo asfalterebbe con una bella mozione di sfiducia. Ma in Italia l’opposizione non può: uno dei suoi leader ha amoreggiato pure lui con Gheddafi, elogiandolo, bivaccando nella sua tenda, ospitandolo alla sua fondazione Beduinieuropei. E chi è questo genio? Max D’Alema, of course. Ancora domenica dichiarava al Sole 24 Ore: “Gheddafi ha ancora un rapporto solido con una parte della società libica e la crisi economica qui non ha colpito come in altri paesi. La Libia ha pochi abitanti e un Pil pro capite elevato”. Soluzioni? “Incoraggiare Gheddafi a fare le riforme”. Ecco: di fronte allo spettro di una Bicamerale anche a Tripoli, il popolo libico ha dato fuoco alle polveri.

Monday, February 21, 2011

Marco Travaglio alla serata conclusiva della Festa del Fatto - 15/09/2010

Marco Travaglio parla all'Università Bocconi - 07/05/2010

Marco Travaglio spiega la nascita de "Il Fatto Quotidiano".


Milano da rubare - 21 febbraio 2011



Testo:

Buongiorno a tutti, è stata la settimana di Sanremo, la settimana nella quale gli italiani hanno ritrovato improvvisamente il loro amore per la patria, grazie all’ora o quasi di performance di Roberto Benigni sull’inno nazionale e dintorni, naturalmente non è qua in discussione la bravura di Benigni che è stato sicuramente bravissimo, soltanto un grande attore può tenere incollati per 50 minuti milioni e milioni di italiani, il cui livello di attenzione, grazie a questo modello televisivo è pari a quello di un lombrico, incollati al video per parlare di Risorgimento, di Mameli, di valori, di storia, di cultura, quindi non è in discussione sicuramente Benigni che ha fatto una grandissima performance.

Orgogliosi di essere italiani?
In discussione magari è il messaggio che è uscito da quella performance, a me quando l’ho rivista il giorno dopo su You Tube aveva lasciato in qualche modo perplesso il messaggio che ne usciva, anche se non riuscivo bene a esprimere quel disagio che sentivo nel riascoltare Benigni.
E devo dire grazie a Natalino Balasso che è un altro bravissimo attore, chi ha partecipato al V-Day lo conosce perché era presente al V-Day, mi pare a Torino e Natalino che ha un blog sul sito ilfattoquotidiano.it, oggi ha trovato le parole giuste per rendere quello che almeno io sentivo e non riuscivo a esprimere, il suo post si intitola “Retorica di sinistra” è molto breve quindi ve lo leggo “Ho sempre trovato vacuamente retorico l’inno di Mameli, non per il buon Mameli, che era anche tanto giovane e quindi giustificabile, ma perché qualunque inno è necessariamente retorico. Ora che lo canta Benigni non vedo perché dovrei cambiare idea. Se poi dovessimo cantarlo tutto intero, ci sarebbero anche strofe a dir poco imbarazzanti per chi crede nella democrazia. Che l’Italia sia unita nella crescita culturale e sociale di un Paese mi va bene, che l’Italia sia unita nella retorica del volemosebene o dell’orgoglio dei soldati no.
L’orgoglio è un sentimento pericoloso, non vedo perché dovrei sentirmi orgoglioso di essere italiano, quando questo dovrebbe significare che preferisco essere italiano invece di francese o lèttone o curdo o israeliano o americano. Mi sarebbe indifferente appartenere a qualsiasi nazionalità, perché ritengo che l’amor patrio sia una cosa vuota oltre che pericolosa. E in fondo non è da questo che nascono le guerre? Non è dagli inni nazionali? Non è dallo stringiamci a coorte? Dalle bandiere?
Quando al telegiornale danno notizia di un disastro o di un attentato all’estero, si affrettano a dire che fra le vittime non vi sono italiani. Ma, fatte salve le preoccupazioni degli eventuali parenti delle vittime, per quale motivo dovrei sentirmi sollevato se fra centinaia di morti non ci sono italiani? Non sono morti gli altri? C’è da dispiacersi meno se i morti non parlavano la nostra lingua? Rispondere alla retorica della Lega con una retorica ancor più vecchia non mi sembra cosa utile. No, Benigni che canta l’inno nazionale non mi commuove affatto e a dire il vero mi preoccupa una sinistra che sembra rispondere alla mancanza di moralità e all’arroganza dei governanti con un bigottismo cieco o una vacua retorica.”
Credo che l’amor di patria sicuramente faccia parte delle nostre radici, il fatto di nascere qua non ci deve rendere indifferenti, anche se amare l’Italia non vuole dire per questo detestare tutto ciò che non è Italia o che non viene di lì, credo che Balasso però abbia ragione sulla pericolosità di questa retorica, soprattutto in un momento come questo, perché un momento come questo alla vigilia delle celebrazioni, immaginate i fiumi di saliva, l’orgia di retorica che ci sarà per il centocinquantenario dell’Unità d’Italia, rischia di diventare non un’occasione per riflettere sulla storia e sul fatto che 150 anni fa c’erano persone, anche molto giovani che in Italia avevano dei valori e erano disposti addirittura a morire, è chiaro che oggi fa ridere l’idea che uno prenda le armi le armi per un’ideale, bisogna calarsi naturalmente nella cultura di quel periodo che era la cultura del romanticismo, dei nascenti nazionalismi, anche se non erano ancora sfociati ovviamente nell’aberrazione dei fascismi.
Quindi bisogna contestualizzare, è ovvio che Mameli oggi non avrebbe senso il fatto però che ci fossero degli ideali per i quali qualcuno era disposto a morire, è sicuramente una frustrata a tutti quelli che pensano soltanto a tirare a campare, alla pagnotta o a stare sempre dalla parte dove tira il vento.
Invece il rischio è che questi 150 anni, con questo tipo di retorica da “volemose bene” diventino un’occasione per annullare le differenze, per annullare il dissenso, per annullare le voci critiche e per organizzare un gigantesco abbrassons nous dove non si riesce più a distinguere quello di cui dobbiamo essere orgogliosi e quello di cui invece dobbiamo vergognarci, io personalmente in questo momento se dovessi dire che sono fiero di essere italiano, direi una bugia, mi vergogno di essere italiano, quindi come fanno quelli che si vergognano di essere italiani a celebrare i 150 anni, insieme a quelli diranno di essere fieri di essere italiani? Sarei fiero di essere italiano se la classe politica fosse quella di 150 anni fa, ma oggi la classe politica è il contrario di quello che era 150 anni fa e come si fa a festeggiare lo stesso evento quelli che si vergognano oggi di essere italiani, proprio perché sarebbero fieri di esserlo con la classe politica e con il popolo italiano di 150 anni fa che era molto diverso da quello di oggi, insieme a coloro che invece non vedono nessuna differenza o magari pensano addirittura che al governo abbiamo Cavour redivivo, non dimentichiamo che abbiamo al governo uno psicopatico che ha addirittura dichiarato di essere il più grande Presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni, non so se abbia detto italiano o se abbia lasciato più nel vago la cosa in modo che qualcuno potesse pensare che lo è addirittura a livello mondiale o, non poniamo limiti, planetario o intergalattico.
Questa è una riflessione che tenevo a fare perché è evidente che ci sarà un po’ questo ricatto morale dice: ah tu non festeggi, tu non partecipi ai 150 anni, allora sei leghista, no, una delle ragioni per cui mi vergogno di essere italiano è che al governo abbiamo non la Lega in generale, abbiamo questa Lega, come è diventata, come si è trasformata e come è degenerata con ciò che vedete tutti i giorni, tra l’altro un piccolo aneddoto che forse non è stato evidenziato troppo dai giornali e capirete il perché adesso quando ve lo racconto, vi ricordate il Ministro Calderoli, Ministro della semplificazione normativa che qualche mese fa apparve all’improvviso in una piazza munito di lanciafiamme di fronte a un cumulo gigantesco di carte e cominciò a bruciarle, fece un grande falò di queste carte e raccontò poi che queste carte altro non erano se non le 375 mila leggi inutili che lui aveva astutamente individuato nel primo anno e mezzo di legislatura, come abbia fatto a scovare 375 mila leggi inutili in meno di un anno e mezzo nessuno l’ha mai capito perché ci vuole del tempo comunque per leggere queste 375 mila leggi inutili, evidentemente ha uno staff molto rapido, forse esperto anche in lettura veloce, in lettura diagonale, ma soprattutto come fa l’Italia a avere 375 mila leggi inutili, visto che secondo Tremonti le leggi in Italia non superano le 150 mila unità, se abbiamo meno di 150 mila leggi, come ha fatto Calderoli a trovarne 375 mila inutili, in aggiunta poi a quelle utili che immagino saranno anche quelle qualche decina di migliaia, in realtà aveva sparato il solito numero a casaccio, fidandosi ciecamente del mondo della disinformazione che invece di andare a controllare le cose, prende per buono ciò che racconta il potere e lo rilancia.
Gian Antonio Stella calcolò che per approvare 375 mila leggi, il Parlamento italiano avrebbe dovuto lavorare giorno e notte ininterrottamente per tutti i 150 anni della storia dell’Italia unita, compresi i weekend, le vacanze, i periodi di guerra e approvarne, di leggi inutili, 7 al giorno, più quelle utili, voi immaginate come fa può aver fatto il Parlamento a approvare 7 leggi inutili al giorno, più quelle utili, è evidente che stiamo parlando di numeri folli, inventati naturalmente.
La tragedia è che tra le leggi che Calderoli ha bruciato e che sono evidentemente molte meno di 375 mila, ce ne erano alcune utili che così evidentemente in una fiammata incontrollata hanno preso fuoco pure quelle, per esempio il regio decreto credo del 1866 che annetteva all’Italia il Veneto e un altro regio decreto che annetteva la Città di Mantova e una legge che stabiliva che il Canal Grande è di proprietà della Città di Venezia, quindi il risultato è che bruciate quelle leggi oggi è come se il Veneto non fosse stato annesso all’Italia, è come se Mantova non fosse italiana e è come se il Canal Grande non fosse veneziano, quindi non si capisce di chi è il Veneto, Mantova e il Canal Grande, perché lui così ogni tanto gli parte il lanciafiamme e brucia qualcosa, il Ministro piromane, con gli occhi fuori dalle orbite.
In queste mani siamo, quindi c’è anche il caso che il 17 marzo quando il Capo dello Stato avvierà le celebrazioni, l’Italia non abbia più i confini definiti che conoscevamo fino a qualche tempo fa, magari ci facciamo ridare poi Nizza e Savoia dalla Francia, magari molliamo l’Alto Adige all’Austria, magari richiamiamo gli Asburgo, non si capisce bene quali siano, tanto per dirvi la serietà della nostra classe politica in questa lunga fase.


Maghreb in fiamme, Frattini nullità
Quindi personalmente credo che ci siano molti motivi per vergognarci in questo momento di essere italiani, l’altro giorno su Il Fatto abbiamo raccontato un caso veramente avvincente, un Ministro dello sport e della cultura che si dimette perché sono uscite alcune sue foto che lo ritraggono abbracciato a delle ragazze molto giovani e in una foto lo si vede con la mano su una chiappa di una di queste ragazze e più in altre ci sono dei balli, braci, abbracci è la festa di San Valentino, questo Ministro si chiama Joseph Habineza ed è Ministro del Governo ruandese, o meglio era Ministro del Governo ruandese perché quando sono uscite quelle foto si è dimesso all’istante. Naturalmente ogni riferimento a persone, fatti o cose accadute in Italia è puramente intenzionale, nel senso che da noi c’è un Presidente del Consiglio che non solo è stato fotografato con le mani addosso a delle ragazze, ricordate le foto di Villa Certosa, ma è rinviato a giudizio per induzione alla prostituzione minorile e per concussione, ma a differenza che nel Ruanda, in Italia non si usa dimettersi per queste quisquilie e noi dovremmo dirci orgogliosi di essere italiani, visto che a rappresentarci nei festeggiamenti per i 150 anni non è Cavour e neanche Habineza, è Silvio Berlusconi? Noi siamo di fronte a un Maghreb in fiamme, la rivolta in Tunisia che ha liberato la Tunisia da un dittatore che avevano messo lì i nostri governi Ben Ali era stato sistemato al posto di Burghiba da un golpe pilotato dai nostri servizi segreti come raccontò a suo tempo l’ex capo dei servizi italiani, era un golpe pilotato da Andreotti e da Craxi e infatti Craxi fu poi accolto dal golpista che governava in Tunisia, i tunisini se ne sono liberati, l’hanno cacciato a pedate, naturalmente Berlusconi si è schierato con Ben Ali, dopodiché la stessa cosa è successa con Mubarak che governava da 30 anni ininterrottamente senza problemi, Berlusconi si è schierato con Mubarak infatti Mubarak è immediatamente finito.
Adesso c’è Gheddafi forse in fuga e ancora una volta l’unico governo che si schiera con Gheddafi che non condanna la feroce e sanguinosa repressione in Libia è naturalmente il governo italiano con questa nullità, con questo vuoto che cammina di Frattini che non avendo ricevuto ordini dal capo, balbetta e intanto il capo ha già detto che lui non telefona a Gheddafi perché ha paura di disturbarlo e in effetti non disturbate il massacratore, questa è la regola della nostra politica estera, questo era anche il titolo de Il fatto di ieri e noi dovremmo essere orgogliosi di essere italiani avendo una rappresentanza di questo livello? Regolarmente eletta sulla base della porcheria di legge elettorale che abbiamo dalla coalizione che ha raggiunto il maggior numero di voti alle elezioni, mica da un governo golpista, anche se poi sappiamo benissimo con quali condizionamenti questa maggioranza mediatici e non solo, viene eletta, dovremmo essere orgogliosi di essere italiani mentre il Presidente del Consiglio tenta un’altra volta di sfuggire ai suoi processi riformando la giustizia, le intercettazioni, adesso vuole mettere di nuovo in galera i giornalisti, parla di un modello americano dove invece in galera ci vanno i politici e le intercettazioni escono tranquillamente sui giornali come in tutte le democrazie, vuole riformare la Corte Costituzionale perché dice che boccia le leggi che piacciono a lui, il problema è che la Corte Costituzionale ha proprio questo compito, bocciare le leggi incostituzionali e siccome quelle che piacciono a Berlusconi sono tutte regolarmente incostituzionali, è ovvio che la Corte le bocci, ma non lo fa perché ce l’ha con lui, lo fa proprio perché questo è il suo compito, bocciare le leggi incostituzionali, allora lui ha avuto un’idea veramente geniale, ha detto: mettiamo il quorum dei 2/3, se la Corte Costituzionale non raggiunge un voto dei 2/3 o l’unanimità la legge rimane in vigore anche se è incostituzionale.
La ragione è molto semplice, sapete dalle intercettazioni dell’indagine sulla P3 che Berlusconi è riuscito a mettersi in tasca 5 o 6 giudici costituzionali, è evidente che se ne controlla 5 o 6 e devono essere in 10 per dichiarare incostituzionale una sua legge perché in tutto i membri sono 15, se lui ne controlla 6, 10 non saranno mai a bocciare una sua legge, saranno al massimo 9 e quindi le leggi incostituzionali resteranno in vigore, questo è il calcolo matematico che lui ha fatto, il problema è che non ha calcolato una cosa che mettono in rilievo due ex Presidenti della Consulta, Onida e Zagrebelsky i quali dicono: ma guardate che la Corte non è mica un organo politico dove si può mettere la maggioranza semplice, assoluta, 2/3, 4/5, 6/10, 6/9 quello che si vuole, la Corte Costituzionale è un Tribunale, è il Tribunale delle leggi, giudica le leggi, alla fine del “processo” a una legge, deve uscire una sentenza che dichiara o costituzionale o incostituzionale la legge, non ci può essere il pari, non ci può essere la x, non ci può essere il “non so” invece con questa legge noi avremmo che la Corte si esprimerebbe a maggioranza per l’incostituzionalità di una legge, quindi sapremmo che la legge è incostituzionale, ma dato che la maggioranza non è dei 2/3, non potrebbe bocciarla questa legge e quindi avremmo delle leggi incostituzionali che restano in vigore perché la Corte è paralizzata.
Ovviamente non riuscirà mai a fare queste cose, ma il fatto che le concepisca, che le dica e che trovi qualcuno che intorno a lui le avalla è abbastanza per dire che ci vergogniamo di essere italiani, come ci vergogniamo di essere italiani nel leggere sui giornali che ci sono esponenti del centro-sinistra da Violante a Sircana, Sircana ancora parla, a Franco Marini a altri che vogliono dare un salvacondotto a Berlusconi e sono d’accordo per il ritorno all’immunità parlamentare e in una forma molto peggiore di quella che c’era prima del 1993 perché l’immunità parlamentare prima del 1993 non esisteva, esisteva la possibilità per il Parlamento di bloccare quei rarissimi processi nei quali ci sia un fumus persecutionis, che va dimostrato e cioè che non ci siano notizie di reato sul politico, che ci siano invece le prove che il Magistrato che indaga sul politico ce l’ha con lui per motivi politici, in quel caso assolutamente eccezionale si può bloccare il processo, altrimenti l’autorizzazione a procedere va data sempre.
La proposta che fanno invece questi, firmata da uno del Pdl, tale Luigi Compagna e da una del PD, tale Franca Chiaromonte figlia d’arte, dalemiana naturalmente è che il magistrato fa le indagini e al momento di chiedere il rinvio al giudizio, manda le carte al Parlamento e il Parlamento ha 90 giorni di tempo per bloccare il rinvio a giudizio, se lo blocca il processo si farà quando quello si deciderà di uscire dal Parlamento, se invece non lo blocca, il processo si fa subito, ma conosciamo benissimo i comportamenti della maggioranza di centro-destra e abbiamo visto come si comportava in casi analoghi la maggioranza di centro-sinistra, quando c’è un politico da giudicare si mettono regolarmente d’accordo e lo salvano, l’hanno fatto per gli arresti di Previti, di Dell’Utri, di Cito, di Firrarello, di tanti altri per i quali era stato chiesto l’arresto, l’hanno fatto per le intercettazioni e per l’arresto di Cosentino, lo fanno sempre, una mano lava l’altra, figuratevi una legge che dicesse: potete bloccare entro 90 giorni i processi, bloccherebbero tutti i processi ai politici, non c’è più scritto che lo possono fare soltanto per il fumus persecutionis, c’è scritto che lo puoi fare perché il politico non deve essere disturbato durante l’esercizio delle sue funzioni, quindi con questa scusa, figuratevi, lo facevano già prima di abusare dell’immunità quando era necessario dimostrare il fumus persecutionis e loro lo dichiaravano sempre a prescindere, figuratevi se adesso non dovessero neanche dichiarare il fumus persecutionis che vergogna sarebbe.
Ci sono esponenti del centro-sinistra, ve li ho nominati: Violante, Marini, Sircana, Franca Chiaromonte e altri e chissà chi c’è dietro di loro, che sono disponibili a votare una porcheria del genere, perché è naturale che una porcheria del genere se non ottenesse il quorum dei 2/3, questo sì necessario per le leggi costituzionali, la legge sarebbe poi sottoposta a referendum e pensate che bel referendum, un referendum in cui si chiede ai cittadini “volete immunizzare 950 deputati e senatori qualunque reato abbiano commesso?” pensate come finirebbe, altro che il 93% che abolì il finanziamento ai partiti nel 1993.
Quindi vergogniamoci per questa classe politica che rappresenta l’Italia, altro che festeggiare, vergogniamoci di un Parlamento la cui maggioranza ha appena votato una deliberazione a Camera, 315 voti in cui si dice che Berlusconi telefonò in Questura perché preoccupato da una crisi internazionale nel caso in cui Mubarak avesse saputo che sua nipote era stata trattenuta in Questura perché fermata per un furto, a parte il fatto che non si capisce per quale motivo Mubarak dovrebbe meravigliarsi se in Italia le ragazze che rubano vengono portate in Questura e dove dovrebbero essere portate? Secondo voi dove le portano in Egitto? Il problema è che in Egitto non escono più, mentre qua telefona il Presidente del Consiglio e se sono amiche sue escono, in secondo luogo per quale motivo Mubarak avrebbe dovuto offendersi del fatto che in Italia si arrestano le ladre, ammesso che quella fosse sua nipote? Il problema è che immaginate se Mubarak avesse saputo che sua nipote fa la prostituta e che presta servizio a Arcore, nella villa di Berlusconi, lì sì che ci sarebbe stato l’incidente diplomatico, visto che poi non è lo zio di Ruby, pensate quando ha saputo che Berlusconi spacciava per vera una notizia falsa e cioè che una prostituta che lui frequentava minorenne e che riempiva d’oro e di regali era la nipote di Mubarak, ma vi farebbe piacere che c’è un Presidente del Consiglio di un altro paese che va raccontando che voi avete una nipote che fa la mignotta?
L’ho detto l’altra sera a Anno Zero, altro che incidente diplomatico, ci avrebbe dovuti bombardare se avesse saputo cosa andava raccontando in giro Berlusconi per sottrarre una ladruncola dalla Questura che poi non si capisce cosa le avrebbero potuto fare in Questura, non era mica una manifestante no global, i manifestanti no global di solito escono con la faccia a forma di termosifone, visto che li sbattono contro i termosifoni, quando sono fortunati, ma non mi risulta che alla Questura di Milano torturino le ragazzine minorenni, sorprese per un furtarello e poi se fosse così il Presidente del Consiglio dovrebbe intervenire per evitare violenze se lui pensa che una ragazza minorenne in Questura rischia, per cui lui la deve salvare.


Pio Albergo Trivulzio, 19 anni dopo
Il Parlamento è riuscito a prendere per buono questa bufala alla quale non crede nessuno dei 315 che l’hanno votata, che l’hanno approvata e quindi ci dobbiamo vergognare di essere italiani perché la maggioranza parlamentare che rappresenta, purtroppo, la maggioranza degli italiani, ha votato una cosa del genere e non è successo niente.Tutti difensori della sacralità del Parlamento non sono insorti dicendo: a quale vergogna si sta piegando il Parlamento e poi ci dobbiamo vergognare per la casta trasversale che ancora una volta ha dato grande prova di sé con lo scandalo affittopoli quater, quinquies, non saprei più neanche numerarlo perché affittopoli 1 fu quella tirata fuori da Il Giornale di Feltri nel 1995 quando si scoprirono politici di destra, di sinistra che affittavano da enti previdenziali case di gran lusso pagandole una miseria, Dantoni, vi ricordate all’epoca era un sindacalista, adesso è un parlamentare del PD che per essere più vicino agli operai stava in un attico dell’Inpdap da 219 metri quadrati ai Parioli con due vasche idromassaggio Iacuzzi e pagava 1.200.000 lire al mese, ricorderete D’Alema che viveva in un 150 metri quadrati dell’Inpdap a Trastevere, pure lui con un affitto da favola naturalmente, almeno lui ebbe il pudore di lasciare poi quella casa e di comprarsene una a prezzi di mercato, all’epoca era anche reato favorire qualcuno in questo modo, c’era l’abuso d’ufficio non patrimoniale, adesso fu depenalizzato anche perché c’erano delle inchieste su affittopoli dal centro-sinistra e dal centro-destra insieme.
Poi ci fu un’altra piccola affittopoli scoperta da Woodcock quando intercettando in una delle sue indagini si sentì il Presidente, all’epoca della Regione Lazio, Storace che chiamava il capo dello Iacp e gli chiedeva un appartamento in affitto per un’amica di Alleanza Nazionale, una certa Paola e quello dello Iacp gli rispose che per l’alloggio era in elenco e quindi aveva la precedenza un altro che era in lista di attesa da più tempo, un certo Zambelli che era pure lui un politico, tra l’altro di Forza Italia, all’epoca erano ancora divisi, allora Storace gli disse: di Zambelli non me ne frega un amaro cazzo, adesso vedrete che Storace sarà sicuramente in televisione a pontificare contro la nuova affittopoli della sinistra, poi vedremo se è solo della sinistra, Berlusconi non ha problemi di case, sapete che ogni casa che ha avuto ne è nato un processo o uno scandalo dalla Villa di Arcore pagata un pezzo di pane alla Marchesa Casati Stampa, alla Villa di Macherio dove ci fu uno scandalo perché frodi fiscali etc. sull’acquisto dei terreni circostanti, la Villa Certosa in Sardegna gliel’ha venduta Flavio Carboni quindi tutta brava gente, le case a Antigua, sapete che c’è lo scandalo in piedi sulla Banca Arner, ne abbiamo parlato e non ha problemi dal punto di vista abitativo.
Mastella aveva risolto la cosa con ben 6 alloggi nel centro di Roma a prezzi stracciati per sé, per la moglie, per i figli etc.. Espresso scoprì un’altra affittopoli, Marco Lillo su L’espresso “Casa nostra” si chiamava quell’inchiesta a puntate di qualche anno fa e c’era di tutto, c’era Gianni Alemanno, 500 mila Euro per acquistare 7 vani ai Parioli dalla Scip, l’ex Inail , Vaccini è attualmente nel centro-destra, all’epoca era nell’Udc attico e superattico alla Balduina, 15 vani, due terrazze acquistati per 875 mila Euro, Cossiga buonanima, lasciamolo perdere perché è morto, Fioroni Partito Popolare 3 vani e mezzo delle Nasarco in Via Tomba di Nerone, sulla Cassia 94 mila Euro, neanche un box auto, Loiero, l’ex governatore della Calabria in zona Flaminia sempre dalla Scip ingresso, doppio salone, tre camere, cucina, 3 bagni, due balconi 189 mila Euro, Franco Marini ex Presidente del Senato PD dalla Scip ancora pure lui ai Parioli 14 vani catastali, 1 milioncino.
Pionati l’ex mezzobusto che ora capitana un partito di cui l’unico deputato noi è lui, Monteverde vecchio attico e superattico 10 vani con terrazza panoramica sul Trastevere dalla Scip 500 milioni nel 2001; Violante casa Ina lungotevere Flaminio, terzo, quarto e quinto piano, 4 camere, due terrazze 327 mila Euro, Veltroni la moglie da Scip ha comprato 8,5 vani in Piazza Fiume sempre a Roma più posto auto e cantina 377 mila Euro.
Quando l’ho raccontato, avevo raccontato anche del caso delle dimissioni per ragioni di affittopoli di un politico che nel 2005 ha lasciato il Ministero dell’economia perché un giornale l’aveva beccato a abitare in un mega-appartamento di servizio di 600 metri quadrati in pieno centro con la moglie e i figli e pagava 14 mila Euro al mese, ma li accollava questi soldi dell’affitto allo Stato, all’inizio aveva provato a difendersi dicendo: sono povero, sono figlio di un calzolaio, mi sono fatto da solo, ma poi quel giornale ha scoperto che questo tizio nella capitale possedeva 4 appartamenti e in provincia altri 2 e li aveva dati in affitto e il rimborso pubblico si può avere soltanto quando si è in trasferta per ragioni istituzionali, ma non si posseggono case in quella città, se le hai non è che le affitti e poi ti fai pagare una tua casa dallo Stato, quindi andò in televisione, chiese scusa, pianse e poi si dimise sia da Ministro e sia da affittuario, da inquilino.
Questo Ministro naturalmente non è italiano, è francese, si chiamava Herve Geismar e era Ministro del governo ai tempi del Presidente Chirac ed il giornale che l’aveva smascherato era Il Canard Enchaîné e il Presidente del partito gollista che pubblicamente razziò Geimar si chiamava Nicolas Sarcozy, così finiscono gli scandali di affittopoli, non credo ci sia stato un processo per tutto questo, c’è stata semplicemente un’inchiesta giornalistica, i fatti erano veri e il signore se ne è andato dalla casa e dal governo.
Adesso abbiamo la nuova affittopoli che riguarda il Pio Albergo Trivulzio, l’ospizio per anziani che i milanesi chiamano la Baggina di cui era il patron Mario Chiesa, socialista che poi fu arrestato nel 1992 perché prendeva le mazzette per ogni fornitura e per ogni appalto, qui mazzette non ce ne sono, forse perché la nuova corruzione è più fluida, liquida, come si fa a controllare o a ricompensare o a condizionare? Si regala un affitto di favore, oppure si vende sottocosto un appartamento, i privilegi concessi a tizio, caio e sempronio diventano un modo per controllare e infatti chi ci sono in quegli appartamenti affittati a poco? Giornalisti, politici, amministratori e poi ci sono amici degli amici e quindi gente dello spettacolo, gente dello sport, della finanza, della moda, perché? Perché una mano lava l’altra, non so se ci sia un reato, soprattutto dopo che l’abuso d’ufficio non patrimoniale è stato depenalizzato e per quello patrimoniale si richiedono prove talmente enormi che è impossibile da dimostrare, so che c’è un caso di malcostume, i giornali del centro-destra dicono: eh la solita sinistra, in realtà qui di esponenti politici di sinistra non ce ne è neanche mezzo, c’è però una giornalista di Repubblica che è la compagna di Giuliano Pisapia l’Avvocato di Rifondazione Comunista che ha vinto le primarie e quindi è il candidato del centro-sinistra per diventare Sindaco di Milano e dato che il Pio Albergo Trivulzio fa capo al Comune di Milano, è sembrato curioso che la sua compagna sia ancora residente, anche se dice di avere disdetto il contratto qualche tempo fa, nell’alloggio di un ente che se Pisapia vince le elezioni, sarà amministrato da lui, si chiama conflitto di interessi se si può ancora usare questa parola.


Pisapia e l'appartamento della Baggina
Per il resto, poi ci arriviamo e chiudiamo su Pisapia, da chi è amministrato il Pio Albergo Trivulzio? E’ amministrato dal centro-destra, il Presidente è Emilio Trabucchi, è amico intimo della Moratti, al Pio Albergo Trivulzio è impiegato Vincenzo Giudice già Presidente della municipalizzata Zingar che è fallita nel 2009 con un crac da milioni di Euro, infatti l’hanno messo al Trivulzio proprio per dargli un’altra chance, Consigliere comunale del Pdl.
Nel Cda c’è una certa Francesca Zanconato che è Vicepresidente e è anche la moglie di Paolo Scaroni, nominato da Berlusconi e conservato dal centro-sinistra Presidente e poi amministratore dell’Eni e anche consigliere delle assicurazioni Generali e poi ci sono i riciclati come Vito Corrao condannato in primo e secondo grado per avere pilotato appalti pubblici negli anni 90, fino a 20 giorni fa era il direttore sanitario del Pio Albergo Trivulzio.
Chi ha avuto appartamenti? Quasi esclusivamente gente del centro-destra per esempio Antonio Mobilia Direttore generale dell’ospedale San Carlo, molto vicino alla famiglia La Russa, poi c’è una lunga lista: politologi, parlamentari come Piero Testoni che dice di avere preso l’appartamento quando era giornalista, 80 metri quadrati in Via Santa Marta per 8.000 Euro all’anno di canone, Daniele Cordero di Montezemolo, fratello di Luca Piazza Mirabello 43 metri quadrati 9000 Euro l’anno, Guida Manca Presidente di Metro Web, Claudia Peroni giornalista Mediaset e per par condicio una giornalista RAI Micaela Palmieri, poi c’è il nipote di Pillitteri, l’ex Sindaco di Milano, dirigente del Pdl Bonocore, il Direttore generale della Juve Giuseppe Marotta ma anche il Dirigente del Milan, per condicio, Braida, Carla Fracci, uno dei fondatori e tesorieri di Forza Italia, Domenico Lo Iucco, vari giornalisti, editor, oggi è venuto fuori un contratto piuttosto vantaggioso stipulato dal fidanzato della figlia di Dell’Utri, ma lei dice che naturalmente suo padre non sarebbe mai intervenuto, figurarsi una persona così corretta come Dell’Utri che interviene per una cosa del genere, l’Assessore regionale alla Casa Zambetti, lui ha comprato dal Pio Albergo Trivulzio e ha pagato 110 metri quadrati in Corso Sempione per la bellezza di 533 mila Euro, tutti prezzi di mercato, no? Pisapia ha detto: ma la mia compagna, la giornalista di Repubblica, Cinzia Sasso abita in quell’appartamento del Pio Albergo Trivulzio da prima di mettersi con me, tant’è che lo occupava quell’appartamento già nel 1992 quando scoppiò lo scandalo di Mario Chiesa e loro si conobbero dopo, premetto che Pisapia come anche Cinzia Sasso è una persona onestissima, correttissima, non condivido quasi nulla delle sue idee politiche, ma so benissimo che è una persona onesta, corretta e capace, il problema però qual è? Il problema è che se sai che la tua compagna che vive non insieme a te, abita in un appartamento del Pio Albergo Trivulzio con un canone piuttosto sottodimensionato e che quell’appartamento l’ha avuto per intercessione di Pillitteri, Sindaco di Milano pregiudicato per tangentopoli, coinvolto proprio nello scandalo Pio Albergo Trivulzio e tu non è che ti affacci alla politica adesso, Pisapia è stato parlamentare, Presidente della Commissione giustizia ai tempi del centro-sinistra, di Rifondazione, vorrai parlare con la tua fidanzata, compagna del fatto che forse non è igienico che continui a abitare lì, visto che, immagino, non si muoia di fame in una coppia dove lui fa l’Avvocato affermatissimo il parlamentare e lei fa la giornalista inviata di un grande giornale come Repubblica, forse ci sono i mezzi per cambiare casa, il fatto di dire: ci siamo posti il problema quando mi sono candidato a Sindaco di Milano, è stata una leggerezza che avrebbe dovuto andarsene prima ma la nuova casa è ancora in costruzione… somiglia un po’ a un rincorrere trafelato le notizie, tanto più dopo che si è detto che la macchina del fango si era messa in atto contro la candidatura di Pisapia, non c’era nessuna macchina del fango, c’erano i giornali che avevano dato l’elenco, peraltro consegnato in Consiglio Comunale dal Pat dopo mesi di insistenza da parte di alcuni che lo chiedevano, i nomi che sono saltati fuori sono i nomi che sono saltati fuori, non c’è nessuna fabbrica del fango, bastava essere un po’ più accorti, evidentemente per fare politica si vuole anche accortezza, prudenza, non basta l’onestà personale.
Questo ritardo di anni nel non sciogliere quell’imbarazzante situazione, adesso naturalmente costerà caro a Pisapia e costerà caro a tutto il centro-sinistra e alla fine magari potrebbe addirittura avvantaggiare quel centro-destra che è invece infognato fino al collo, visto che il Presidente del Pat è del Pdl e che quasi tutti i beneficiari di questi alloggi con affitti regalati o quasi, sono di aree del centro-destra, ma a questo serve il conflitto di interessi e il monopolio dell’informazione, a prendere la pulce e a trasformarla in elefante, a prendere l’elefante e a trasformarlo in pulce, il problema è che noi dovremmo avere, un giorno, un centro-sinistra e un centro-destra senza pulci, in modo che nessuno possa trasformarle in elefanti.
Credo che l’unico modo per festeggiare con orgoglio i 150 sia quello di ricordare chi ha fatto l’Unità d’Italia, non permettendo ai signori che stanno infangando le istituzioni oggi, di pronunciarne neanche il nome, qualche mese fa Massimo Gramellini che come me è un cultore di Cavour, forse perché siamo entrambi torinesi, ha scritto queste 3 righe con cui vi lascio “dall’archivio di Cavour è spuntata una lettera all’alleato urbano Rattazzi in cui tra il serio e il faceto il Conte denuncia il suo imbarazzo per avere ricevuto in dono una trota pescata in acque demaniali e quindi di proprietà pubblica – pensate a cosa andavano a pensare – va detto che gli scrupoli di quel grand’uomo, Cavour, abbracciavano pesci anche assai più grossi, quando il banchiere Rothschild gli propose una speculazione finanziaria sui titoli di certe ferrovie, Cavour lo ringraziò come amico, ma lo diffidò come Presidente del Consiglio dal fargli proposte che contenessero un così lampante conflitto di interessi”.


Quando avremo di nuovo dei politici così o quasi così, potremo dire di essere orgogliosi di essere italiani e festeggiare anche magari con qualche anno o decennio di ritardo i 150 anni o magari chi lo sa, i 200, passate parola e non perdetevi venerdì insieme a Il Fatto quotidiano il nuovo inserto culturale “Saturno” diretto da Riccardo Chiaberge, buona settimana.

Saturday, February 19, 2011

Resistere! 17 febbraio 2011

La rana dello scandalo

Tratto da Il Fatto Quotidiano, 19 febbraio 2011


Nel film
Una scomoda verità Al Gore racconta un apologo: “Se una rana si tuffa in una pentola d’acqua bollente, salta subito fuori perché avverte il pericolo. Ma se si tuffa in una pentola d’acqua tiepida, che viene portata lentamente a ebollizione, non si muove affatto, rimane lì anche se la temperatura continua a salire. E alla fine muore bollita, se qualcuno non la salva. Il nostro sistema nervoso collettivo è come quello della rana: serve una scossa improvvisa perché ci rendiamo conto del pericolo. Se invece ci sembra graduale, anche se arriva velocemente, restiamo seduti senza reagire”. Difficile illustrare meglio l’assuefazione che narcotizza gli italiani. Due anni fa si scopre che Marrazzo era ricattato da tre carabinieri che l’avevano filmato illegalmente nell’alloggio del trans Natalì durante un festino con cocaina. Il Corriere, in un editoriale di Pigi Battista, scrive giustamente: “Un governatore sotto ricatto è politicamente dimezzato e azzoppato, impossibilitato a svolgere… le funzioni che vanno ben al di là delle sue privatissime vicende. Le istituzioni devono essere messe al riparo da ogni sospetto e interferenza. Marrazzo deve valutare se fare un passo indietro non sia l’unico gesto pieno di dignità”.

Ora che sotto ricatto (oltreché sotto processo) c’è B., il Corriere si guarda bene dallo scrivere che “un premier sotto ricatto è politicamente dimezzato e azzoppato, impossibilitato a svolgere le sue funzioni” e dunque B. “deve valutare se fare un passo indietro”. Anzi Sergio Romano, con l’aria di chi sta facendo una birichinata, scrive che B. deve “accettare il giudizio” e, se lo fa, “darà una prova di coraggio”. Cioè: quel che fanno ogni giorno migliaia di cittadini rinviati a giudizio, se lo fa B. diventa un atto temerario. Anche perché B. è perseguitato: la concussione è “un reato minore”, “uno dei meno perseguiti della politica italiana” (forse perché non tutti i politici chiamano le questure per far rilasciare prostitute minorenni marocchine fermate per furto). E il processo deriva non da due reati, ma da “un pericoloso cortocircuito tra politica e magistratura, un nodo che risale a Mani Pulite e non siamo ancora riusciti a sciogliere”. Ergo, diversamente da Marrazzo, che se ne doveva andare sebbene non indagato, l’imputato B. deve resistere perché “nessuno, se non in presenza di sentenza definitiva, può impedirgli di restare a Palazzo Chigi… La politica non si fa nei palazzi di giustizia, ma nei parlamenti e nei seggi elettorali”.

Questi liberali alle cozze sono talmente assuefatti al peggio da non notare nemmeno le vergogne che ogni giorno passano sotto i loro occhi. L’ultima è lo scandalo Alfano denunciato ieri dal Fatto a pag. 2: il caso pietoso di un presunto ministro della Giustizia che ogni due per tre annuncia mirabolanti “riforme organiche” peraltro mai viste, mentre si son viste due leggi bocciate dalla Consulta perché incostituzionali (lodo Alfano e legittimo impedimento) e altre disperse nei meandri parlamentari (intercettazioni, processo breve, separazione delle carriere e altre porcate). In compenso questa fronte inutilmente spaziosa entra ed esce da casa B. (le rare volte in cui è libera da escort e minorenni) per discutere dei processi a B. con gli avvocati di B., come un viceghedini qualsiasi. L’8 febbraio scorso, per esempio (vedi ilfattoquotidiano.it), B. riceve a Palazzo Grazioli i suoi legali Ghedini, Longo e Pecorella, ma pure Alfano. Che, già che c’è, si porta dietro la capufficio legislativo, Augusta Iannini, giudice e consorte di Vespa. La signora non gradisce che si rammenti di chi è moglie e ci scrive piccata: “Mi pare doveroso raggiungere il ministro quanto e dove lui ritiene”. Anche quando non si discute delle leggi sulla giustizia, ma dei processi al premier? Le impietose riprese del Fatto documentano poi, il mercoledì seguente, che la Iannini sale a palazzo ben prima di Alfano e ci rimane anche dopo l’uscita di Berlusconi, quando nell’edificio rimane solo il fratello Paolo. Che fa, spegne anche le luci?

Wednesday, February 16, 2011

Silvio Pelvico

Il Fatto Quotidiano, 16 febbraio 2011

Alla fine, depositato il polverone politico-mediatico del Truman Show, restano i fatti nudi e crudi, che il gip
Cristina Di Censo descrive con una semplicità disarmante. Una sera di maggio un cittadino telefona in Questura per far rilasciare una minorenne marocchina fermata per furto senza documenti né fissa dimora, spacciandola per la nipote del presidente egiziano Mubarak. Se fosse un passante, lo manderebbero a prendere per il trattamento sanitario obbligatorio. Trattandosi del presidente del Consiglio, trattengono le risa e obbediscono a lui anziché al pm minorile e affidano la ragazza a una procace consigliera regionale che si è precipitata sul posto in compagnia di una prostituta brasiliana, nelle cui mani poi la consigliera scarica la minorenne. Le due immigrate vengono poi sorprese a rissare furiosamente e a rinfacciarsi la loro professione, la più antica del mondo.

Indagini, interrogatori e intercettazioni per scovare chi organizza il giro di squillo: saltano fuori i nomi della consigliera regionale, di un direttore di telegiornale e di un impresario di star dalla dubbia fama (lui, non le star). L’utilizzatore finale invece è il presidente del Consiglio, che paga in soldi, favori, gioielli, appartamenti in comodato gratuito: ecco perché ha telefonato in Questura. Dalle perquisizioni affiorano i soldi, elargiti un po’ dal premier un po’ dal suo ragioniere, che però non può essere perquisito perché abita in una succursale della Presidenza del Consiglio. Ci vuole il permesso della Camera. I giudici lo chiedono. La Camera rispedisce il faldone al mittente senza dire né sì né no, sostenendo che è competente il Tribunale dei ministri perché il premier chiamò la Questura per sventare una crisi diplomatica con l’Egitto. Vivo stupore in Egitto, dove nessuno è stato avvertito del fatto che il capo del governo italiano racconta in giro che Mubarak ha una nipote prostituta e che questa presta abitualmente servizio in casa sua (del capo del governo italiano). Anche perché, in tal caso, l’Italia rischierebbe non solo l’incidente diplomatico, ma un attacco missilistico.

Alla Procura di Milano bastano meno di tre mesi per tirare le somme: pagare una minorenne in cambio di sesso è reato (prostituzione minorile), indurre la Questura a compiere un atto indebito a favore di un’amica è reato (concussione). E, siccome in casi così rapidi ed evidenti il Codice prevede il rito immediato, i pm lo chiedono. Il gip Di Censo sa quel che le accadrà se lo accorderà: verrà insultata, spiata, screditata, dossierata, trascinata alla Consulta. Eppure mantiene i nervi saldi e decide secondo coscienza, sine spe ac metu, uniche bussole il Codice penale e la Costituzione. Dopo i 5 giorni canonici, rinvia B. a giudizio immediato. Ritiene che le accuse siano provate e meritino il vaglio processuale. Il Tribunale stabilirà se è provata anche la colpevolezza dell’imputato B. Incidentalmente il gip spiega anche perché il caso è roba da tribunale ordinario: basta leggere la Costituzione per sapere che è reato ministeriale quando un membro del governo abusa delle proprie funzioni. Ma il premier non ha poteri sulle Questure (non è il ministro dell’Interno né il capo della Polizia): ergo, chiamando quella di Milano, non abusò delle funzioni, ma della qualità di capo del governo. Reato ordinario, tribunale ordinario. Tutto semplice, elementare, lapalissiano. Ci arriverebbe uno studente al primo giorno di Giurisprudenza. Non, dunque, legioni di politici e opinionisti servi. Il 6 aprile, se vorrà, B. comparirà in tribunale. Se non vorrà, peggio per lui: lo processeranno lo stesso. Dopo vent’anni di urla, strepiti, leggi su misura, censure, epurazioni, ricorsi, ricusazioni e centinaia di milioni spesi in avvocati, giudici, testimoni e deputati per trasformare il Parlamento e il Paese intero in un gigantesco collegio di difesa, si ritroverà solo, impotente, nudo come un verme davanti all’incubo che lo insegue da sempre: la Giustizia.

Monday, February 14, 2011

Virginia, la signorina Buonasera - IFQ, 14 febbraio 2011

Da “Papi, uno scandalo politico” di Peter Gomez, Marco Travaglio, Marco Lillo (ed. Chiarelettere, 2009 pp.22-39)

Virginia, la signora buonasera
La caduta verticale dei freni inibitori e la confusione totale fra il pubblico e il privato gli provoca i primi guai quando, nel 2003, s’invaghisce di una giovane e splendida annunciatrice Rai dal nome aristocratico: Virginia Sanjust di Teulada, figlia dell’attrice Antonellina Interlenghi (che a sua volta è figlia degli attori Franco Interlenghi e Antonella Lualdi). Per questa storia il presidente del Consiglio è stato indagato e poi – come vedremo – archiviato dal Tribunale dei ministri per «abuso d’ufficio e maltrattamenti commessi da soggetto investito di autorità» (cioè per mobbing) su denuncia del marito separato dell’annunciatrice Rai, Federico Armati, agente del Servizio segreto civile (Sisde) nonché figlio di un noto magistrato romano. Lo 007 infatti, il 29 gennaio 2008, ha sporto denuncia contro di lui. Sosteneva di essere stato prima avvantaggiato, poi penalizzato e infine di nuovo aiutato nella propria carriera dagli interventi del premier, che per tre anni aveva intrecciato una relazione con la moglie, promossa da semplice annunciatrice a consulente di Palazzo Chigi e poi a conduttrice di un programma di moda proprio durante la liaison con il Cavaliere. Il legame tra i due, racconta l’agente, sarebbe durato dall’autunno del 2003 all’autunno del 2007, costellato di regali, viaggi, telefonate e numerose «attenzioni» del premier. Come un bonifico bancario di 50mila euro nella primavera del 2007 e un appartamento nella centralissima e pregiatissima piazza Campo de’ Fiori dato in uso per mesi alla ragazza.
La vicenda merita di essere raccontata dall’inizio, perché è un ottimo paradigma del rapporto di Berlusconi con la sfera femminile e con la cosa pubblica. Un caso di scuola dei danni che possono derivare per entrambe le sfere dai comportamenti del presidente del Consiglio. Tutto comincia il 29 settembre 2003. Berlusconi, che proprio quel giorno compie sessantasette anni, è al governo da due anni e il suo ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha appena varato la legge finanziaria. La minestra che passa il convento di Arcore è più o meno la stessa di oggi: leggi ad personam (il lodo Schifani è appena diventato legge), crisi Alitalia e riforma delle pensioni. La medicina è amara. Le nuove norme sulla previdenza sociale prevedono l’innalzamento dell’età pensionabile a sessantacinque anni. Il premier decide di spiegare in televisione le scelte impopolari del governo.
A chi toccherà, in Rai, l’onore di annunciare il videomessaggio del presidente del Consiglio? Il ballottaggio se lo giocano due belle annunciatrici di ultima generazione: la bionda Barbara Matera, ex valletta di Davide Mengacci su Rete4, e la mora Virginia Sanjust. All’epoca il Cavaliere non aveva ancora scoperto le virtù politiche della Matera (oggi europarlamentare fresca di elezione). Così la scelta cade su Virginia, ventisei anni, appena assunta in Viale Mazzini – come la Matera – con un contratto a termine da 1100 euro al mese. La mora ha cognome e lineamenti «nobili». Il Cavaliere, appena la vede, ripone le carte sul nuovo sistema contributivo, smette d’interessarsi all’annuncio e punta sull’annunciatrice. Appena tornato a Palazzo Chigi, dopo il monologo alla Rai, chiede informazioni sulla ragazza e, con galanteria un po’ rétro, le spedisce una cascata di gardenie e rose accompagnate da un bigliettino: «Un debutto storico a reti unificate: evviva e complimenti». La fortunata destinataria, «Virginia Sanjust in Armati», riceve il mazzo a Campo de’ Fiori, in casa del marito, dal quale è separata dal 2000. Armati, quando viene a sapere dello spasmodico interesse del premier per l’ex consorte, la incoraggia a telefonargli per ringraziarlo. È un agente del Sisde e i servizi dipendono dal premier Berlusconi: se Virginia si dimostra gentile con il Cavaliere, è meglio per lei, ma anche per lui. La ragazza chiama e lascia un messaggio. Pochi minuti dopo, il suo telefonino trilla: è Berlusconi in persona che la invita a colazione a Palazzo Chigi. E lì scocca subito l’intesa.

Nonostante la diversità di età e di estrazione, il premier si invaghisce di questa ragazza bella e colta, che parla quattro lingue e pare disinteressata al vil danaro. Virginia studia le religioni orientali e ama gli animali: difficile immaginare un tipo umano più diverso da lui. Eppure i due s’intendono a prima vista. La loro è una storia diversa da quelle che più tardi coinvolgeranno il Cavaliere. In un momento di lucida sincerità, nel 2009, Virginia confiderà a un giornalista: «Io e Silvio Berlusconi ci siamo amati». La ragazza proviene da una famiglia famosa e complicata. La mamma, l’attrice Antonellina Interlenghi, l’ha concepita a soli quindici anni con il barone Giovanni Sanjust di Teulada, un pittore che vive a Capalbio, culla dell’intellighenzia di sinistra. Cresciuta in una famiglia ricca di stimoli culturali, ma senza una forte presenza paterna, Virginia intravede in Berlusconi una solida figura di riferimento. Il Cavaliere avverte subito la differenza di classe e di atteggiamento, rispetto alle altre stelline che fanno la fila per conoscerlo. L’accoglie a Palazzo Chigi come fosse un’autorità e pranza con lei insieme a Gianni Letta e a Giulio Tremonti. Il discorso scivola subito dalla situazione economica del Paese a quella della fanciulla. Il Cavaliere ascolta attento le sue difficoltà e sfodera la proverbiale generosità: seduta stante – almeno secondo il racconto che Armati farà ai magistrati – convoca il segretario generale di Palazzo Chigi, Antonio Catricalà, perché annoti gli estremi del curriculum di Virginia e le prepari un contratto di consulenza con la Presidenza del Consiglio. Catricalà (che da segretario di Palazzo Chigi sarà presto promosso, per i suoi requisiti di «autorevolezza e indipendenza», alla guida dell’Autorità garante della concorrenza, incaricata fra l’altro di vigilare sui conflitti di interessi) consegna alla nuova amica di Berlusconi il suo biglietto da visita. E si mette al lavoro. In pochi giorni gli uffici approntano il decreto, che viene mandato al sottosegretario Gianni Letta per la firma:

Il presidente del Consiglio dei ministri (…), vista l’esigenza di avvalersi della collaborazione della signora Virginia Sanjust di Teulada in qualità di esperto, nell’ambito dell’ufficio stampa (…) decreta: è conferito l’incarico di esperto per il periodo 20 ottobre-31 dicembre 2003. Per lo svolgimento dell’incarico è attribuito un compenso annuo lordo di 36mila euro e Iva. La relativa spesa trova copertura per euro 7000 e 200 oltre Iva nelle disponibilità finanziarie iscritte nel capitolo 167 del bilancio.

Non basta. Secondo Armati, il premier accompagna il regalo pubblico (il contratto) con uno privato: un bracciale di brillanti di Damiani. È il primo di una lunga serie di gioielli, tutti firmati Damiani e abbelliti da pietre preziose, donati a Virginia e accompagnati dai certificati di garanzia (l’ex marito li conserva prudenzialmente in un cassetto). Tutto fila liscio fino al novembre del 2003, quando un articolo su «Il Messaggero» svela la particolare ammirazione del Cavaliere per l’annunciatrice. Lo staff di Palazzo Chigi entra in fibrillazione: quella consulenza assegnata a una «signorina buonasera » che ha una relazione con il presidente potrebbe destare scandalo. Nel febbraio del 2004 il quotidiano romano torna sul tema in prima pagina: «Berlusconi ha proposto a Virginia di diventare la donna immagine di Forza Italia».

La notizia è imprecisa, ma fa balzare sulla sedia Elisabetta Gardini, che da tempo aspira a quel posto, e manda in subbuglio l’entourage del premier. Si temono polemiche. Il «decreto Virginia» viene frettolosamente ritirato. Armati racconta che uno strettissimo collaboratore del Cavaliere – un uomo che segue spesso le esigenze «pratiche» delle amiche di Berlusconi – si presenta da Virginia nell’appartamento di Campo de’ Fiori per farselo riconsegnare. Ma il tentativo di far sparire il documento, divenuto politicamente imbarazzante, va a vuoto. Armati ne conserva gelosamente una fotocopia. E così la storia del decreto riemergerà in una delle tante cause aperte fra i due coniugi che segneranno di lì a poco la rottura definitiva della loro tumultuosa unione. Persino Antonellina Interlenghi, la madre di Virginia, finirà per criticare il provvedimento di Palazzo Chigi in una memoria presentata ai pm di Roma. E la stessa Virginia si mostrerà più imbarazzata che contenta. È lei stessa a confessarlo ai magistrati:

Ho firmato nell’ottobre 2003, ma ho esitato. Era un contratto a partita Iva con il Governo Italiano e la retribuzione doveva essere di tremila euro al mese. Inizialmente doveva durare un anno, ma mi mandarono a casa a dicembre del 2003. Con le chiacchiere che stavano girando, non era il caso. Così il contratto venne chiuso. Io potevo ritirare le due mensilità. Ma quei soldi non li ho mai presi perché non ho mai fatto niente.

In compenso, poco prima, Virginia ha ottenuto da Rai1 un contratto per condurre la trasmissione Oltremoda, che poi lascerà a Katia Noventa, la showgirl che è stata la compagna di Paolo Berlusconi fino al 2000 e poi la titolare di una rubrica sul «Giornale» del suo ex. Ma la Sanjust, in quell’incontro a Palazzo Chigi del 29 settembre, qualcosa al premier l’ha chiesto: la promozione del marito al Sisde. Richiesta accolta. Racconta Armati:

Il Berlusconi disponeva, sempre aiutato da Catricalà e alla presenza della Sanjust, di assumere al più presto informazioni sulla mia situazione professionale. Il premier, secondo lo 007, mantiene la promessa e chiama Virginia addirittura da una visita ufficiale in Cina per comunicarle la lieta notizia della promozione del marito. In una registrazione depositata agli atti di un altro procedimento penale, l’annunciatrice dice al consorte: Tu mi hai mandato da Berlusconi. Gli ho chiesto aiuto per te. E lui lo ha fatto. Ma mi ha detto una frase: mi ha detto che era stato molto difficile.

In realtà, a giudicare dai tempi, le cose non dovevano essere state così complicate. L’operazione viene avviata il 23 ottobre con la proposta del capocentro del Sisde di dare ad Armati un riconoscimento per l’esperienza maturata in quasi vent’anni di carriera. E si conclude il 13 novembre 2003, nemmeno due mesi dopo l’incontro di Palazzo Chigi, quando il Sisde diretto dal generale Mario Mori promuove Armati al rango di funzionario. Il provvedimento è motivato da Mori con la «complessiva valutazione basata sul rendimento». La carriera dello 007, stando anche alle sue dichiarazioni, sembra dunque positivamente influenzata dal legame tra la moglie e il premier. Ricatto al Cavaliere In quella fase tutto fila liscio anche tra gli ex coniugi e Armati è ben visto dalla Presidenza del Consiglio e dai vertici del servizio segreto. Ma, con l’arrivo del nuovo anno, la ruota gira: nel 2004 il rapporto fra Virginia e Federico si incrina definitivamente quando lui le nega il permesso di portare il figlio – allora conteso fra i due, ma affidato al padre – in una comunità mistica piemontese: Damanhur. Da quel momento anche la carriera della spia comincia a traballare. Il vertice del Sisde lo relega in un angolo, lo toglie dall’attività operativa e alla fine lo mette addirittura alla porta, trasferendolo alla Corte di Cassazione, come dipendente del ministero della Giustizia. Per lo 007 è una catastrofe economica. I dipendenti dei servizi, a parità di qualifica, guadagnano il triplo di quelli delle amministrazioni statali. Così, il 20 marzo 2006, quando Armati si vede notificare il trasferimento in Cassazione, si sente crollare il mondo addosso. Al Sisde guadagnava 4500 euro al mese, riusciva a pagare il mutuo e a mantenere dignitosamente il figlio. Ora il suo stipendio scenderà a 1700 euro mensili. Il trasferimento è operativo dal 30 marzo 2006: non c’è un attimo da perdere.

A mali estremi, estremi rimedi. Convinto di esser vittima di un sopruso, Armati decide di usare i dieci giorni che gli restano per premere su Berlusconi affinché ritiri il provvedimento. Come? Minacciando di rivelare tutto in piena campagna elettorale, quella che vede il Cavaliere recuperare ora dopo ora lo svantaggio sul suo rivale Romano Prodi. Per farsi revocare il trasferimento, l’agente segreto apre tre canali di trattativa con Palazzo Chigi. Prima contatta Dodo Torchia, un ex socialista amico del potente Niccolò Querci (già segretario del Cavaliere, ora direttore generale di Mediaset e braccio destro di Piersilvio Berlusconi). Poi intima a Virginia di parlare del suo caso a Silvio. Infine parla con un amico che scrive su un quotidiano vicino al centrodestra, perché il suo messaggio arrivi allo staff del Cavaliere. Virginia racconterà ai pm quei giorni di fibrillazione:

Mi chiamò Silvio Berlusconi in persona, il 21 sera o il 22-23 marzo, con tono molto preoccupato per dirmi che un giornalista de «l’Unità» aveva avvisato l’entourage del presidente del Consiglio che Federico Armati si era vantato di essere in possesso di notizie esplosive sul presidente.

I pm le fanno notare che la storia del giornalista de «l’Unità» informatore di Berlusconi non sta in piedi. Ma lei insiste: «Questo è quello che lui mi ha detto». Forse la ragazza dice il vero e il Cavaliere voleva coprire, con una bugia delle sue, la vera fonte della notizia. Una cosa è comunque certa: la tensione è alle stelle. Un mese dopo si terranno le elezioni politiche e tutti sanno che la partita fra Berlusconi e Prodi si giocherà sul filo di lana. Uno scandalo di quella portata è l’ultima cosa che il Cavaliere possa auspicare. Oltretutto, intorno al caso Sanjust, fioccano le registrazioni. Il 21 marzo Virginia, a caccia di prove per mettere in difficoltà l’ex marito nella causa matrimoniale, lo incontra in un bar munita di un microfono nascosto. Nel nastro si sente Armati dire:

Sono stato trasferito dal 1° aprile al ministero di Giustizia. Ora sto preparando una denuncia contro il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e contro il direttore del servizio, Mario Mori. Non torno indietro. Racconterò tutti i fatti a partire dal 29 di settembre in poi: Palazzo Chigi, il pranzo, il braccialetto… come lo scartavi. Io c’ho tutte le scatole e i certificati di garanzia dei gioielli.

Virginia, ben sapendo che le sue parole sono registrate, risponde: «Fede, tu dici tutto da solo. Cosa provano queste cose? Io non ho mai avuto gioielli». Armati, all’oscuro della trappola, s’infuria ancor di più, non riuscendo a capire perché l’ex moglie debba negare la verità davanti a lui. Poi il 22 marzo (o il 23, Virginia dinanzi ai magistrati non ricorda bene) Berlusconi scopre che ormai la notizia è in mano alla stampa. Il 28 marzo la ragazza incontra di nuovo il marito col microfono nascosto. Mancano due giorni al trasferimento e Armati, fuori controllo, minaccia sconquassi: Io faccio un’altra denuncia. Tu gli dici che c’è un giorno di vita. Entro giovedì. Chiama questi stronzi che devono sbrigarsi. Tu devi andargli sotto [a Berlusconi, nda] e dirgli: ti rovina. Perché io, Federico Armati, lo mando in galera, quanto è vero Dio ci impegno la vita, gli faccio un tale casino, lo rovino! Hai parlato con questa cacchio di Marinella [Marinella Brambilla, la segretaria di Berlusconi, nda]? Bene, parlaci. Digli: se entro domani non succede qualcosa, vi facciamo un culo così. Virginia lo rassicura:

Stai calmo. Ti chiedo di aspettare due giorni. Io ho più interesse di te a che tu non mi usi come capro espiatorio, come mezzo per sputtanare lui sputtanando anche me. Sono convinta che verrà riparato tutto entro giovedì. Se lui non ha ricevuto i tuoi incartamenti, io glieli porto direttamente, li consegno a qualcuno a via del Plebiscito [indirizzo di Palazzo Grazioli, cioè di casa Berlusconi, nda].

Ed ecco che, come per incanto, a sole ventiquattro ore dallo scadere dell’ultimatum, la faccenda si sistema. «Nella mattinata del 29 marzo 2006 – scrive in una denuncia Armati – sono stato convocato dal capo del personale del Sisde, il quale mi rendeva noto che era stata richiesta la mia professionalità al Cesis». Cioè al Centro di coordinamento dei servizi segreti civile e militare. Infatti il 1° aprile 2006, a una settimana dalle elezioni politiche, il marito di Virginia viene assegnato al Cesis. Lo stipendio è salvo. Ma qualcuno trova qualcosa da ridire. È l’avvocato romano di Virginia Sanjust, Domenico De Simone, che scrive in una denuncia:

Armati ha preteso la revoca del trasferimento dal Sisde e poi ha ottenuto la chiamata dal Cesis, minacciando il danno ingiusto di propalare la falsa rivelazione della relazione sessuale della signora Sanjust con il dottor Silvio Berlusconi (…).

Uno scandalo, anche se artatamente costruito, fondato su elementi in parte veri, perché è innegabile il rapporto di amicizia tra Sanjust e Berlusconi. L’avvocato sa bene quel che dice. Nel giugno del 2006, secondo la denuncia di Armati, De Simone avrebbe partecipato a una riunione a quattro a Palazzo Grazioli con Berlusconi, il suo onorevole avvocato Niccolò Ghedini e Virginia Sanjust per decidere le contromisure da adottare contro l’offensiva del marito.

L’appartamento-omaggio
Sulla relazione tra Berlusconi e Virginia (e dunque sul ricatto a Berlusconi, allora impegnatissimo a diffondere sui suoi house organ le foto patinate e idilliache con Veronica e i figli), le prove abbondano. A partire dalla storia della casa affacciata su Campo de’ Fiori. Dal 2000 Federico Armati vive in affitto in quello splendido appartamento di proprietà della Banca di Roma. Il figlio avuto da Virginia è cresciuto lì. Quando la banca, nel dicembre del 2004, vende in blocco lo stabile alla società Leoncavallo, i nuovi proprietari decidono di cedere gli appartamenti garantendo un buon prezzo agli inquilini. Armati, nonostante lo sconto, non possiede il milione e 50mila euro richiesti. Così la casa finisce a un produttore americano innamorato di Roma: Stephen Joel Brown. Armati (che guadagna 4500 euro al mese) stipula un mutuo da mille euro mensili e si accontenta di un piano terra ai Parioli, dove si trasferisce col figlioletto.

Pochi mesi dopo Virginia si presenta da Brown dicendo che certi suoi «amici milanesi» vogliono acquistare l’appartamento. Il regista tenta di spiegarle che lui l’ha appena comprato e ce ne sono molti altri in vendita, in Campo de’ Fiori. Ma la donna ribatte che i suoi amici vogliono proprio quello. Motivo? Ha cinque finestre sulla piazza. In realtà la casa ha un altro vantaggio, che agli occhi della Sanjust è più importante delle finestre. È quella che il suo bambino considera «la sua casa». Quella dove è nato e dove il giudice ha statuito che debba dormire. Una carta in più, per Virginia, per ottenere dal Tribunale l’assegnazione del figlio conteso all’ex marito. Brown intuisce tutto, ma finge di credere alla versione degli amici milanesi innamorati delle finestre. E spara: «O mi date 2 milioni e 250mila euro più Iva [l’aveva pagata poco più della metà, nda] o non vendo». Ma gli «amici milanesi», che poi sono alcuni fedelissimi di Silvio Berlusconi, non battono ciglio: affare fatto.

«Inizialmente – racconta Brown – doveva comprare una società del gruppo Berlusconi. Poi, dopo che ero tornato dagli Stati Uniti apposta per la trattativa, scomparvero.» Probabilmente Virginia era partita per uno dei suoi viaggi esotici e il Cavaliere aveva deciso di sospendere la trattativa. Brown non la prende bene: minaccia azioni legali e iniziative pubbliche. Per scongiurare un altro scandalo, l’acquisto viene subito concluso. Alla fine, al momento del rogito, non compare alcuna società. L’acquirente è un tizio che non ha mai visto la casa. Si chiama Salvatore Sciascia, è l’ex responsabile fiscale della Fininvest, condannato in via definitiva per le mazzette alla Guardia di Finanza e oggi deputato del Popolo della libertà. In sua rappresentanza, a stipulare il contratto, si presenta Francesco Magnano, il geometra di fiducia di Berlusconi. Subito dopo l’acquisto, l’appartamento passa nella disponibilità di Virginia, che lo lascerà nel 2007. Ora è stato appena ristrutturato. E chi è andato a controllare più volte l’andamento dei lavori? Silvio Berlusconi in persona.

I rapporti fra il premier e Virginia proseguono, fra alti e bassi, fino all’estate del 2007. Il 14 settembre 2006, dall’aereo privato personale del Cavaliere, scende una ragazza vestita di bianco che, in alcune fotografie pubblicate da «L’espresso», somiglia come una goccia d’acqua alla Sanjust. Meno di un anno dopo, il 14 giugno 2007, risulta un bonifico di 50mila euro sul conto della donna con ordinante «Berlusconi Silvio». Causale: «Bonifico prestito infruttifero». Il premier, per lei, non bada a spese. Oltre alla casa in Campo de’ Fiori, le regala periodicamente somme importanti che le permettono di viaggiare, di intentare varie cause all’ex marito e di pagarsi un secondo appartamento in affitto sulla Cassia. Sulle prime, quella munificenza un po’ ostentata la imbarazza. Virginia racconta alle persone più care che, dopo la prima vacanza sarda, il Cavaliere le offrì una busta piena di fruscianti banconote. E lei, non abituata agli usi della casa, si sentì trattata come una donna-oggetto e non ne fece mistero. Anzi, reagì male. «Questo atteggiamento di Virginia, così diverso da quello delle altre ragazze con le quali era abituato a trattare, colpì molto il presidente», spiega un amico. Anni dopo il premier ripiegherà su «ragazze immagine» molto meno sensibili: come la barese Barbara Montereale, che non si farà pregare troppo per intascare una busta con 10mila euro in contanti. Ma Virginia non si lascia comprare nemmeno con le offerte di lavoro. Non ritira il compenso da consulente di Palazzo Chigi e rinuncia al rinnovo del contratto per la conduzione di Oltremoda che Rai1, diretta dal forzista Fabrizio Del Noce, le ha proposto per la stagione 2004.

La relazione con Silvio, per Virginia, non è una fonte di lavoro, ma un rapporto d’amore. Il Cavaliere la stima perché è la sola che preferisce dare anziché chiedere e ricevere. Quando torna dai suoi viaggi in Oriente, lei si precipita a Palazzo Grazioli con l’olio profumato per il massaggio rilassante. E quando il presidente le fa un regalo, lei subito ricambia con pensieri gentili, come una gigantesca clessidra che dovrebbe ricordare all’uomo di Stato, sempre preso da mille impegni, che il tempo scorre e va utilizzato al meglio. Una volta rimane chiusa in casa per giornate intere a registrare cd musicali con le compilation delle canzoni più belle da dedicare a Silvio: è lei stessa a decorare le copertine, una a una. È una ragazza speciale e, in quei quattro anni, riceve un trattamento diverso dalle altre. Un’apposita struttura di fedelissimi del Cavaliere si preoccupa dei suoi problemi di salute, legali, economici e familiari. I suoi referenti sono cinque: il segretario del premier Valentino Valentini e l’avvocato Niccolò Ghedini (entrambi in Parlamento); la storica segretaria tuttofare Marinella Brambilla, che tiene l’agenda del Cavaliere; Claudio Cecire, l’autista factotum nominato Cavaliere della Repubblica «per i suoi alti meriti» da Silvio; e Alfredo Pezzotti, il maggiordomo che spesso si occupa delle questioni più pratiche.

Il porto delle nebbie
I risvolti imbarazzanti della denuncia di Armati, per Silvio Berlusconi, non mancano. Eppure, come spesso accade, la stampa e la magistratura fanno a gara nell’evitare di approfondire il caso. Forse è proprio la distrazione dei media su una vicenda che vede il Cavaliere in una posizione politicamente indifendibile a influenzare l’atteggiamento dei giudici romani. Di fronte a una denuncia estesa e articolata, in ben dodici mesi di indagini, i magistrati riescono a interrogare come testimone soltanto il prefetto Emilio Del Mese, all’epoca capo del Cesis. Non ascoltano nemmeno la Sanjust, né il suo avvocato Domenico De Simone, né il generale Mori e neppure lo stesso Armati (figurarsi Berlusconi): cioè i protagonisti della vicenda. Il marito di Virginia lo aveva chiesto, e la legge costituzionale sul «giusto processo» prevedeva la sua audizione, ma i tre giudici del Tribunale dei ministri si guardano bene dell’aprire il microfono almeno all’agente segreto. Peccato.

Liberato dal segreto professionale che si impone a uno 007, Armati avrebbe potuto raccontare tutto sulla relazione tra Silvio Berlusconi e sua moglie, comprese le lunghe telefonate notturne, i regali, le confidenze sui viaggi in Sardegna a bordo dell’aereo militare (cioè a spese dello Stato) e sui voli di ritorno di Virginia da Milano a Roma senza la presenza del Cavaliere, che restava a Milano per vedere la partita a San Siro. Magari avrebbero potuto chiedergli qualcosa sulle trattative intercorse con gli uomini di Berlusconi prima della presentazione della denuncia per trovare un accordo ed evitare lo scandalo. E persino sul ruolo avuto dallo studio Ghedini nella faccenda.

Già, perché una delle tante richieste di Armati disattese dal Tribunale era quella di acquisire le registrazioni effettuate da Virgina Sanjust il 21 e il 28 marzo 2006. Secondo Armati, si tratta di registrazioni abusive, perché fatte a sua insaputa. In particolare quella del 28 marzo (nella quale lo 007 lanciò l’ultimatum: «Entro giovedì deve arrivare il mio trasferimento altrimenti racconto tutto») fu registrata all’interno della casa di Armati e alla presenza del figlio minore, la cui voce sarebbe rimasta impressa nei nastri. Dinanzi al pm Olga Capasso, Virginia Sanjust ha dichiarato a verbale che sarebbe stata l’avvocatessa Nicoletta Ghedini, sorella e contitolare dello studio col più famoso Niccolò, a raccomandarle con insistenza: «Lo registri, lo faccia parlare». La Ghedini, che insieme alla sorella Ippolita seguirà anche la causa di divorzio del presidente del Consiglio con Veronica Lario, nega di aver mai dato quell’ordine e, ovviamente, di avere fatto trascrivere le bobine, come invece Armati sostiene di aver saputo da Virginia. Se, per sventura, dovesse essere vero quel che racconta lo 007, saremmo di fronte a un paradosso: lo studio legale di Ghedini, nemico giurato delle intercettazioni, che maneggia audio e trascrizioni di conversazioni private per usarle a favore di Berlusconi. Ma la sorella Nicoletta nega tutto:

Sì, ho ricevuto tre volte la signora Sanjust nel mio studio di Padova, ma non ho mai ricevuto da lei un cd con le registrazioni dei suoi colloqui col marito, né li ho fatti trascrivere. Posso al massimo, ma non ne sono sicura, avere detto, in seguito a una sua domanda, «se vuole registri pure tanto non servono a granché». Ma niente di più (…). È un caso che mio fratello difenda il presidente del Consiglio Berlusconi in un procedimento nel quale è coinvolta anche la Sanjust. Con Niccolò non ne abbiamo nemmeno mai parlato.

E così, dal legal thriller, il caso Sanjust vira verso la commedia italiana. Ricapitoliamo: Niccolò Ghedini difende il Cavaliere dalle denunce di Armati; Nicoletta Ghedini consiglia Virginia Sanjust per difendersi dalle denunce dello stesso Armati. E i due fratelli-soci non si sono mai parlati sul caso. L’avvocato Nicoletta sfodera una spiegazione formidabile: «Non è stato Berlusconi a consigliare a Virginia di rivolgersi a me. Penso sia venuta perché si sa che sono una specialista della materia». E chi pensa il contrario fa peccato. Le intercettazioni «a tradimento» della Sanjust comunque, pur restando fuori dal processo penale del Tribunale dei ministri, sono state esaminate con cura dal pm Olga Capasso in un procedimento parallelo, nato un anno prima da una denuncia di Virginia contro Armati. In quel fascicolo sono state acquisite le trascrizioni dei nastri con le urla dello 007 contro Berlusconi e la moglie ed è stata sentita per ore anche Virginia Sanjust.

Una miriade di procedimenti penali per partorire il più classico dei topolini. La magistratura romana ha sempre evitato di affrontare il quesito più importante del caso Sanjust: il presidente del Consiglio o i suoi collaboratori hanno o no premuto sui dirigenti dei servizi segreti perché riprendessero in servizio Armati nel timore delle sue minacce? Anche nella richiesta di archiviazione del pm Capasso a favore di Armati denunciato dalla moglie, non si fa cenno alla denuncia in tal senso sporta dall’avvocato di Virginia, Domenico De Simone. Questo aspetto della vicenda, che poi è il più delicato e più interessante per i cittadini, è stato rigorosamente accantonato da tutti i magistrati che se ne sono occupati. Armati ha chiesto più volte di acquisire nel procedimento principale (quello per mobbing) il fascicolo del pm Capasso (comprese le intercettazioni abusive e la denuncia dell’avvocato De Simone sul presunto ricatto). Ma i magistrati, forse temendo di infilarsi in un ginepraio più grande di loro, hanno preferito chiudere il caso in fretta e furia. E, soprattutto, senza rumore.
L’ordinanza di non luogo a procedere del Tribunale dei ministri nei confronti di Silvio Berlusconi, vergata in un italiano malcerto e lardellata di errori di grammatica e di ortografia, porta la data del 26 gennaio 2009. I giudici Anna Battisti, Andrea Fanelli e Paolo Emilio De Simone archiviano il caso, accogliendo le due successive richieste avanzate dal pm romano Roberto Felici il 13 febbraio e il 6 novembre 2008, perché

la notizia di reato a carico del Presidente del Consiglio in carica all’epoca dei fatti, Berlusconi Silvio, deve ritenersi nel suo complesso infondata o comunque non supportata da idonei elementi atti a sostenere l’accusa in un eventuale giudizio di merito, per cui ne va disposta l’archiviazione.

Una sentenza piena di buchi
La motivazione, logicamente faticosa, a tratti incoerente e lacunosa, ai limiti della temerarietà, dichiara dimostrata soltanto la «stretta relazione intrecciata» dal Cavaliere con Virginia, peraltro ormai stranota da quando i giornali pubblicarono la denuncia di Armati. I giudici non ritengono provato invece che il «trasferimento punitivo » inflitto ad Armati sia collegato alle asserite minacce della moglie di «rovinarlo per farlo diventare così povero da non poter più accudire e tenere con sé il bambino». Anche la revoca del trasloco dello 007 non sarebbe connessa alla minaccia di rivelare i particolari della relazione della moglie con il premier. Per motivare questa conclusione, il collegio si basa sulla scarna audizione del prefetto Del Mese, all’epoca dei fatti segretario del Cesis. Del Mese, secondo i giudici, avrebbe fornito «una chiara spiegazione di quanto accaduto all’Armati». Il marito di Virginia, scartato poco prima dal Sisde per ordine del generale Mori, fu riammesso al Cesis addirittura per «affrontare nuove minacce terroristiche» con l’apporto di «professionalità maggiormente operative». Insomma, più che dal timore della denuncia di Armati e dalla «volontà del premier di evitare lo scandalo», influì nel suo reintegro la volontà di Mori di «valorizzare la sua professionalità» nella guerra ad Al Qaeda. Il caso Sanjust non c’entra nulla: i «nominativi assegnati al Cesis furono indicati da Mori», non da Berlusconi. Il fatto che Mori fosse al vertice del Sisde per volontà di Berlusconi e alle dipendenze del medesimo, è un semplice e ininfluente dettaglio. Così come i continui contrasti fra Armati e l’ex moglie entrata nelle grazie del Cavaliere:

È arduo ritenere i dissapori e i contrasti esistenti tra Armati e la sua ex moglie, la quale contestualmente a tali fatti aveva indubbiamente stretto una relazione personale con il presidente del Consiglio in carica (per come pare desumersi in maniera pressoché univoca dalla documentazione allegata alla querela e, segnatamente, dalla documentazione bancaria, dalle dichiarazioni della Sanjust in altro procedimento penale, nonché dai vari passaggi di proprietà della casa familiare di piazza Campo de’ Fiori), possano aver determinato e deciso le sorti lavorativo- professionali del medesimo denunciante.

Le presunte minacce della Sanjust sarebbero troppo lontane («oltre un anno») dal trasferimento dell’ex marito dal Sisde alla Cassazione per poter collegare i due fatti. Gli spostamenti di Armati furono siglati da Mori, Del Mese e Letta (peraltro «delegato dal premier»), e non da Berlusconi, anche se costoro erano, «in linea puramente teorica, influenzabili» dal Cavaliere. Eppoi Armati non fu il solo a essere trasferito, il che smentirebbe il «trattamento speciale» usato nei suoi confronti. È vero che Berlusconi, visti i suoi legami con la Sanjust, poteva aver interesse ad assecondarne i capricci; ma la nuova legge sull’abuso d’ufficio gli avrebbe imposto di astenersi dal decidere sull’ex marito della donna solo «in presenza di un interesse proprio o di un proprio congiunto», appartenente alla sua «cerchia familiare, nella quale non può essere ricompresa anche la persona che, sebbene priva di legami parentali col pubblico ufficiale, abbia con quest’ultimo instaurato uno stretto legame».

Quanto al presunto mobbing, sostiene sempre il Tribunale, è vero che i dipendenti dei servizi sono «sottoposti all’autorità del premier », ma «in concreto» Armati dipendeva da Mori. E comunque le angherie da lui denunciate non presentano quei «caratteri di frequenza e durata nel tempo» necessari per far scattare il reato. Ergo, il Tribunale dei ministri «dichiara non doversi promuovere l’azione penale nei confronti di Berlusconi Silvio». Amen.

Nelle motivazioni dell’archiviazione, una falla fra le tante si nota a occhio nudo. Il Tribunale non ha ascoltato neppure Mori, per porgli la domanda chiave del caso Sanjust: «Scusi, generale, chi le ha chiesto di ripescare Armati nei servizi segreti, dopo che lei l’aveva prima emarginato e poi scaricato dal Sisde?». Quando, nel corso della sua testimonianza, il prefetto Del Mese afferma che fu proprio Mori a chiedergli di inserire Armati in una terna di persone cacciate dal Sisde da ripescare nel Cesis, uno dei tre giudici – Andrea Fanelli – gli chiede: «Lei non chiese a Mori se qualcun altro gli aveva suggerito il nome di Armati?». Del Mese non risponde. Ma a nessuno viene in mente di convocare Mori, per domandargli se il suggeritore fosse stato Letta o magari, chissà, Berlusconi. I giudici preferiscono non bussare nemmeno alla porta del generale, dietro cui potrebbe spalancarsene un’altra: quella del premier. Strano comportamento davvero. Un funzionario appena cacciato dai servizi viene ripescato improvvisamente su ordine proprio di quel generale che lo aveva appena umiliato pubblicamente. Il tutto, guardacaso, proprio allo scadere dell’ultimatum lanciato dal funzionario, che minacciava di rivelare la relazione intrecciata da Berlusconi con sua moglie. E i giudici che fanno? Chiudono l’istruttoria senza interpellare il generale sulle sue scelte schizofreniche e senza scoprire chi sia, se c’è, il suo ispiratore. I giudici se la cavano sostenendo che, in fondo, il ripescaggio di Armati non era ad personam, ma inserito in un decreto che riguardava altre due persone trattate nello stesso modo. Ma le cose non sono andate proprio così: per gli altri due spioni riammessi al Cesis, secondo la denuncia di Armati, il trasferimento non era ancora operativo, mentre lui stava per prendere servizio in Cassazione quando il suo nome finì miracolosamente nel decreto- ripescaggio del 1° aprile 2006. Solo per lui si resero necessari ben tre decreti: il primo per trasferirlo dal Sisde al ministero della Giustizia, il secondo per revocarlo, il terzo per inserirlo al Cesis. Tutto normale?

Un’altra bizzarria del processo Berlusconi-Sanjust è la procedura adottata dai magistrati. La legge prevede che il Tribunale dei ministri, sulla richiesta di archiviazione della Procura, si esprima – al termine di un’apposita udienza – con un’ordinanza che la accetti o la respinga. In questo caso, invece, l’ordinanza non c’è mai stata. I giudici hanno disatteso di fatto la posizione della Procura che voleva chiudere tutto subito, e invece hanno sentito il prefetto Del Mese senza prima fare l’ordinanza, agendo in una sorta di limbo giuridico non previsto dalla legge.

Naturalmente, nessun quotidiano e nessuna televisione ha seguito il caso: quando Del Mese è comparso in aula, non c’erano taccuini né telecamere davanti al palazzo di via Triboniano. Infatti la notizia della sua audizione non è mai uscita da nessuna parte. Immaginate per un attimo di essere negli Stati Uniti. Se il numero due della Cia fosse sentito dal procuratore federale sulla denuncia del marito di un agente segreto che sostiene di essere stato mobbizzato dal presidente Obama perché quest’ultimo ha una storia con la moglie dello 007, tutti i network stazionerebbero in pianta stabile per mesi e mesi con i loro pullmini e le loro parabole davanti agli uffici del procuratore. In Italia invece, proprio in quei giorni, la stampa preferiva appassionarsi alle lontane vicende di Sarah Palin, la governatrice dell’Alaska candidata alla vicepresidenza Usa e accusata di aver fatto trasferire il capo della Polizia del suo Stato perché inviso alla sorella. Evidentemente, per i quotidiani e i tg italiani, i trasferimenti familistici del governatore dell’Alaska contano più di quelli del presidente del Consiglio italiano.
Black out pressoché totale, nella cosiddetta informazione italiana, anche al momento dell’ordinanza di archiviazione: per la prima volta nei quindici anni della sua carriera politica, il Cavaliere ha rinunciato a vantare un suo proscioglimento e a polemizzare con i pm che l’avevano avviato (forse perché, stavolta, non si può proprio lamentare di nulla). Silenzio di tomba anche dal folto battaglione di avvocati, ufficiali e d’ufficio. E giornali e telegiornali non hanno dedicato al provvedimento del Tribunale dei ministri neppure una riga, a parte «l’Unità» (dove se n’è occupato ampiamente, in assoluta solitudine, uno degli autori di questo libro). Forse perché i giudici non hanno potuto non scrivere nell’archiviazione che è risultata provata almeno la «stretta relazione intrecciata» dal Cavaliere con la bella Virginia.

Ma l’inerzia giudiziaria e la censura mediatica ferreamente applicate al caso Sanjust non riguardano solo gli addetti ai lavori. Quello che è accaduto a Federico Armati in un settore delicatissimo come i servizi di sicurezza potrebbe accadere a molti altri. Ed è una «prova su strada» di come il silenzio e la censura, o l’autocensura, amplifichino il potere incontrollato del Sultano di Arcore. Gli uomini del presidente possono avvalersi di un’assoluta discrezionalità nei trasferimenti degli agenti segreti, ben sapendo che nessun controllore istituzionale, né tantomeno la stampa o la magistratura, andrà a sindacare con la dovuta attenzione i loro comportamenti border line. Senza contare che il caso Berlusconi- Sanjust svela anche il «lato B» delle avventure del Cavaliere di Hardcore. «Le conseguenze dell’amore», direbbe il regista Paolo Sorrentino.

Triste epilogo di un abuso
Passato il ciclone Berlusconi, la famiglia Armati-Sanjust ne è rimasta travolta e, a oggi, non ha ancora ritrovato un suo equilibrio. Federico Armati è ancora in forze al Cesis (ora denominato Dis) ma non è più utilizzato per attività operative. Come agente segreto è «bruciato» e si trova nella grottesca situazione di dover lavorare per un servizio che dovrebbe essere fedele al premier che lui ha denunciato e che considera il responsabile delle sue disgrazie. Virginia vive in condizioni ancor più difficili. Alla fine del 2004 ha deciso (secondo il marito, su consiglio di Berlusconi) di lasciare il lavoro alla Rai. La sua personalità fragile, privata dei due punti fermi che la sostenevano – il lavoro e il figlio, sempre affidato al marito – è entrata in profonda crisi. I continui regali e l’enorme disponibilità di denaro che Berlusconi le ha offerto per anni non le sono stati di aiuto. Anzi. Le più svariate sètte religiose hanno preso ad aggirarsi come avvoltoi intorno a questa ricca e debole signora, nella speranza di spillarle soldi e favori. Lei, Virginia, s’è avventurata in lunghi viaggi in templi più o meno esoterici. Nel novembre del 2004 è in Piemonte, in Val Chiusella, al tempio di Damanhur. Nella primavera del 2005 è a Middletown, in California, per seguire la costruzione di un altro tempio. La casa di Campo de’ Fiori che Berlusconi aveva acquistato per lei s’è trasformata nella sede romana di un’altra sètta, quella del santone Ratu Bagus. Nelle stanze che hanno visto crescere il figlio di Virginia e Federico, si installano strani tipi che applicano la tecnica dello «shaking» e si aggirano ballando e masticando foglie energizzanti, come predicato dal santone balinese. Nell’estate del 2008 Virginia viene avvistata mentre vaga per le campagne di Bali. Le continue iniezioni di denaro e il sostegno legale (anche con l’ausilio dello studio Ghedini) la inducono a intentare una mezza dozzina di cause contro il marito, rovinando definitivamente i rapporti tra due coniugi che, comunque, hanno un figlio da crescere insieme. Il 12 luglio 2007 i giudici affidano definitivamente il bambino al padre e questo è per Virginia un altro trauma difficile da assorbire. Un duro colpo, che va a incidere pesantemente sulle sue già precarie condizioni di salute.