Friday, March 11, 2011

Evvai, arriva la porcata “epocale”

CARTA CANTA

l'Espresso, 11 marzo 2011

Facciamo le riforme!”, strilla un omino di Altan sull’Espresso di un anno fa. E l’altro, perplesso: “Ancora? Ma non le avevamo già fatte?”. Sono 17 anni che si annuncia la “grande riforma della Giustizia”. Ora, bontà sua, Silvio Berlusconi ne minaccia una “epocale”. Purtroppo si tratta dell’ennesima riforma non della Giustizia, ma dei giudici: stravolgerà i capisaldi costituzionali dell’indipendenza della magistratura, dell’unicità delle carriere, dell’obbligatorietà dell’azione penale, dell’autogoverno del Csm. Ma, se mai entrerà in vigore, non accorcerà di un nanosecondo la durata dei processi, universalmente nota come la prima piaga della Giustizia italiana: perché non sfiora neppure i meccanismi farraginosi della procedura penale, ma investe soltanto gli assetti della magistratura. Quanto alla sua prodigiosa “epocalità”, vien da sorridere, visto che il progetto Berlusconi-Alfano sa di muffa, essendo copiato per metà dal “Piano di rinascita democratica” piduista di Licio Gelli (1976) e per metà dalla bozza Boato della Bicamerale D’Alema (1998).

A giudicare dall’attesa spasmodica seguita all’annuncio-minaccia del premier e del Guardasigilli ad personam, si direbbe che la Giustizia italiana soffra di penuria di riforme. Balle: ne ha avute fin troppe. Nessun altro settore della vita civile è stato “riformato”, nella Seconda Repubblica, quanto la Giustizia. Secondo i ricercatori di openpolis.it, il nostro Parlamento non fa praticamente altro: impiega il 60 per cento del suo tempo a discutere e approvare leggi penali, mentre l’attenzione dedicata a combattere la corruzione è un ventesimo, alla disoccupazione un sesto, alla tutela dei beni culturali e artistici un quinto, alla ricerca scientifica un terzo, alla lotta all’evasione fiscale la metà. Dal 1994 a oggi sono state approvate quasi 200 leggi in materia penale. Tutte presentate come risolutive per accorciare i tempi biblici dei processi, hanno regolarmente sortito l’effetto opposto: allungarli vieppiù. Se nel 1999, dalle indagini preliminari alla sentenza di Cassazione, passavano in media 1457 giorni, oggi (dati del ministero della Giustizia) siamo sopra i 1820. Anche perché nel frattempo sono stati continuamente tagliati i fondi al bilancio della Giustizia, che han creato spaventose inefficienze e scoperture d’organico. A Milano, secondo tribunale d’Italia, manca da anni il 35 per cento dei cancellieri. Ed è raro trovare un palazzo di Giustizia, nel Paese, dove si celebrino udienze anche il pomeriggio dopo le 14: perché manca il turn over del personale ausiliario e gli straordinari sono bloccati. Basterebbe riempire i vuoti, magari accorpando una ventina di piccoli tribunali di provincia, per raddoppiare la produttività degli uffici giudiziari, aiutandoli a smaltire l’arretrato anziché ad accumularlo.

Ma di tutto questo nessuna “epocale” riforma s’è mai occupata. Anzi, come scrive Luigi Ferrarella sul Corriere della sera, “i processi lenti fanno diventare i processi ancora più lenti”. Da un lato l’aspettativa di prescrizione incoraggia gli avvocati a escogitare ogni sorta di cavilli per allungare ancor più il brodo. Dall’altro la legge Pinto del 2001 (uno dei capolavori del centrosinistra), che regola le cause di risarcimento per l’eccessiva durata dei processi, ha sortito questo bel miracolo: queste cause, da sole, occupano il 20% dell’attività delle Corti s’appello. Così ogni processo lento sanzionato dalla Corte europea rallenta tutti gli altri. Geniale, no? Sorge persino il sospetto – sicuramente infondato, si capisce – che proprio questo fosse e sia lo scopo della patologica “riformite giudiziaria” che affligge da vent’anni destra e sinistra: paralizzare definitivamente la Giustizia con la scusa di velocizzarla. Missione compiuta. Ora, delle due l’una: se i politici che hanno pensato e votato le 200 “riforme” l’han fatto apposta, sono dei mascalzoni; se invece credevano davvero di accelerare i processi, e invece li hanno rallentati, sono dei cialtroni. In entrambi i casi, è meglio per tutti che si astengano dal pensarne e dal votarne altre. Chissà che, lasciata finalmente in pace da questo accanimento riformatorio, il corpo esanime della nostra Giustizia non riprenda un po’ di vita e di colore da solo.

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