Sunday, April 3, 2011

Carta Canta - l'Espresso, 1 aprile 2011

Non c’è nulla di più relativo degli scandali italiani: appena ne scoppia uno, ce n’è subito un altro più scandaloso di quello. In questo senso, e solo in questo, è quasi comprensibile l’amarezza del neoministro Saverio Romano, ex Udc passato ai Responsabili e subito premiato col dicastero dell’Agricoltura, ma fulminato seduta stante da una nota del presidente Giorgio Napolitano che auspicava un “chiarimento” sulle sue “gravi imputazioni”. Cioè sulle indagini per concorso esterno in associazione mafiosa e per corruzione aperte a suo carico a Palermo. La seconda produrrà presto una richiesta dei pm al Parlamento per essere autorizzati a usare le intercettazioni che proverebbero i suoi rapporti finanziari con Massimo Ciancimino e col tributarista del vecchio Vito.

Della prima la Procura ha chiesto l’archiviazione, ma il gip ha congelato la decisione in attesa delle motivazioni della sentenza con cui la Cassazione ha condannato Totò Cuffaro, “gemello” di Romano, a 7 anni per favoreggiamento mafioso. Nel verdetto d’appello infatti ce n’era anche per Romano. Il quale, in un pranzo del 2001, avrebbe chiesto al mafioso poi pentito Francesco Campanella di votarlo “perché siamo della stessa famiglia, vai a Villabate e t’informi”. La famiglia sarebbe il clan mafioso di Nino Mandalà, che Romano avrebbe favorito anche mettendo in lista un candidato a lui gradito. Per non parlare delle presunte liaison - sempre in tandem con Totò - col boss di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, e con l’ex ministro degli appalti di Cosa Nostra, Angelo Siino. Fatti che giustificano ampiamente la prudenza del gip e tantopiù la perplessità del Quirinale.

Ora il caso, anzi la malasorte, vuole che il pentito Campanella accusi di rapporti poco chiari con Mandalà anche il presidente del Senato, Renato Schifani, che di Mandalà fu in passato socio nella Siculabroker e poi partecipò alle sue nozze, prima di diventare consulente urbanistico del comune di Villabate, in seguito sciolto per mafia. Per queste e altre sventurate coincidenze - l’ha rivelato l’Espresso - Schifani è indagato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. La stessa “imputazione” di Romano, con la differenza che, per la seconda carica dello Stato, la Procura di Palermo non ha chiesto l’archiviazione. Il capo dello Stato pretenderà “chiarimenti” anche su Schifani?

Poi ci sarebbe pure la quarta carica dello Stato, al secolo Silvio Berlusconi, che per la ”grave imputazione” di corruzione (addirittura in atti giudiziari, per tacer del resto) non è solo indagato, come Romano, ma imputato da sei anni nel processo Mills. E, volendo proprio sottilizzare, è anche indagato a Firenze per concorso nelle stragi mafiose del 1993 a Milano, Firenze e Roma: inchiesta per cui la Procura non ha chiesto l’archiviazione, anzi lo scorso anno ha ottenuto dal gip una proroga dei termini per indagare. Basta tutto ciò per un’autorevole richiesta di “chiarimenti” al premier? Si dirà: su Romano pesano come macigni le parole della sentenza d’appello su Cuffaro. Vero. Che dire allora della sentenza d’appello su Marcello Dell’Utri (7 anni pure a lui, ma per concorso esterno)? Vi si legge che almeno “per vent’anni” Dell’Utri è stato “il mediatore” e lo “specifico canale di collegamento” tra Cosa Nostra e Berlusconi, “apportando un consapevole e valido contributo al consolidamento e al rafforzamento del sodalizio mafioso” fino a tutto il 1992, l'anno di Capaci e via d'Amelio; che l'assunzione del mafioso Mangano nel 1974 fu suggellata da un incontro a Milano fra Berlusconi e i boss Bontate, Teresi e Di Carlo; che Mangano non era stalliere o fattore, ma il garante di Cosa Nostra a protezione dell’“incolumità” di Berlusconi; e che per vent'anni,fino al 1992 mentre iniziavano le stragi, Berlusconi versò sistematicamente a Cosa Nostra “ingenti somme di denaro in cambio della protezione alla sua persona e ai suoi familiari” e della “messa a posto” delle tv Fininvest in Sicilia; perché lui, anzichè denunciare alle forze dell'ordine minacce e attentati mafiosi, preferiva mettersi d’accordo con la mafia finanziandola.

Saverio Romano, al confronto, è una monaca clarissa. Quando va al Quirinale per “chiarire”, potrebbe portarsi dietro Berlusconi.

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