Sunday, May 8, 2011

Renato Zero: “I veri geni li puoi toccare”

Marco Travaglio è un grande fan di Renato Zero e ha pubblicato una sua intervista al cantante su Il Fatto Quotidiano:

da
Il Fatto Quotidiano del 6 maggio 2011

“Il consiglio più bello me l’ha dato un giorno Federico Fellini: ‘Renatino, se non ti fai amare, puoi pure essere un genio, ma non ti si fila nessuno’. Se a 60 anni suonati sono ancora qui e non mi hanno ancora dimenticato, lo devo anche a Federico”. Renato Fiacchini in arte Zero arriva con due borse piene di abiti appena comprati (“ho ammazzato il tempo facendo shopping”), tutto in nero, un sorriso largo così e in mano il cofanetto rosso Seizero. Lì ha compresso tutto il meglio dei suoi primi sessant’anni: tre dvd con 70 brani, di cui due inediti, antologia degli otto concerti in piazza di Siena, 100 mila spettatori per l’ultimo compleanno, quello a cifra tonda. “Un disco bianco, uno rosso, uno verde, così celebriamo l’Unità d’Italia. E poi le cartoline con le foto e il ‘Diario di uno Zerofolle’ con gli appunti autografi dei sorcini (i suoi fans, ndr) dal 1967 a oggi”. Quarant’anni abbondanti di carriera, 500 canzoni, 34 album, 20 milioni di dischi venduti, padre poliziotto, madre infermiera, uno zio prete e uno comunista (il politico-filosofo Mario Tronti), quattro fratelli, un figlio adottivo che l’ha reso nonno di due bambine: tutto stipato non in una valigia, ma in quella scatolina rossa che esce martedì in edizione numerata, per collezionisti.

Quando hai scoperto di essere un cantante?
Non prestissimo, da ragazzo avevo scarsa autostima. I cantanti erano tutti grandi: Morandi, Battisti, Celentano, Fidenco, Vianello, Bindi, Modugno, Pavone, Tenco, De André, Paoli, Lauzi. Un meraviglioso juke-box. Oggi è tutto più difficile, i nostri nipotini devono ancora dimostrarci di cosa son capaci. Ma allora era tutto immenso, non osavo nemmeno pensarci. La prima molla fu la voglia di uscire dal palazzo del quartiere Montagnola, abitato da 136 famiglie di poliziotti colleghi di papà. Volevano fare di me un poliziotto, io invece tradire le aspettative dell’ereditarietà.

Girava musica, in casa?
Papà era baritono, timbro poderoso e accattivante, cantava le opere a memoria. Mi ha trasmesso tutto il pacchetto di opzioni.

Non ha ostacolato?
No, anzi. Quando i colleghi storcevano il naso per quel ragazzo eccentrico, lui mi difendeva. Veniva a prendermi nei locali e mi riportava a casa. Anche quando cominciai a ballare, a cantare, a fare incetta degli strass, sciarpe, paillettes e lustrini più colorati dei mercati rionali. Tutto per uscire dal branco, trasgredire, portare la testa più avanti, staccarmi dai coetanei imbranati in calzoni corti che cercavano di dare un senso a un’erezione.

Prima esibizione?
Ufficiosamente, a 15 anni, alle feste in casa di ragazzi più grandi: ambienti pseudofichi, tutti in smoking preso a nolo. Per farmi invitare mi esibivo come dj, mettevo su musica. Ufficialmente, al Ciak di via Torino: sul palco con amici musicisti rastrellati alla Montagnola. Cantammo ‘La casa del sole’ degli Animals e qualche cover dei Rolling Stones, ‘I can’t get no satisfaction’, anche se preferivo i Beatles. Tanto il pubblico ballava più che ascoltare. E io, con la scusa, mi imbertavo qualche disco raro.

Abbigliamento?
Bè, lì avevo già messo mano a un certo guardaroba, non ancora metallizzato però. Raccattavo berretti, bombette, giacche, pantaloni in via Sannio o a Porta Portese, bric à brac dell’usato originale che profumava di America e spesso ne veniva. Amavo ancora gli americani, prima di detestarli per tutto quel che ci hanno portato di orrendo. Invece l’Inghilterra l’ho sempre amata: ancora oggi produce novità e freschezze imperdibili, c’è sempre da imparare e da rubare qualcosa per chi fa questo mestiere.

Mestiere?
Giusto, non credo sia un mestiere. Mi sento un privilegiato che approfitta della musica per cercarsi e rassicurarsi, per sfanculare gli analisti e perdere la paura dei borghesi.

Ma tu hai studiato musica?
Mai. Sempre temuto che la matematica musicale mi levasse l’immediatezza che ho avuto in dono. I grandi lo chiamano ‘orecchio assoluto’. Ennio Morricone mi racconta che un giorno a Parigi udì la sirena di un’ambulanza, naa-naa-naa-naa: salì sull’aereo per Roma e all’arrivo aveva composto ‘Se-telefonando-io-potessi-dirti-addio…”.

È mai capitato, a te?
Inconsciamente, in ogni canzone. Molte delle prime son rimaste inedite, prima che firmassi il primo contratto con Rca nel 1973. La canzone è una foto: la scatti con gli orecchi e gli occhi, la conservi, la sviluppi in camera oscura e coi filtri dei tuoi colori.

La prima canzone che hai scritto?
‘Dove vanno a morire le rondini’, 1965. Poi ‘Carosello’ per Edoardo Vianello e Wilma Goich, grande successo. In Olanda.

Eri ancora Renato Fiacchini?
Renatino e basta: tanto il mio pubblico erano gli amici, con loro non c’era bisogno di biglietti da visita.

Renato Zero quando nasce?
Nel 1966. Tutti mi dicevano ‘Non vali ‘n cazzo’, ‘ma ‘ndo vai’, ‘stattene a casa’: claque piuttosto scoraggiante. Fra niente e zero, il passo fu breve.

Primo disco?
‘Non basta sai’ con Boncompagni, testo di Giulio Rapetti-Mogol. Una gioia per i venti parenti a cui lo regalai. Certe cose meno si sanno e meglio è, quando non sei ancora pronto, prima che scocchi la scintilla magica. Nel nostro mondo conta la prima, la seconda non esiste.

Dopo il Ciak che succede?
Arrivano il Piper e il Titan, i locali di due amici che vedendomi così magro e affamato, vestito solo di una chitarra, mi facevano esibire nei piccoli clubini interni riservati alla musica nuova e al cabaret. Che facessi 30 o 80 spettatori paganti, la barca la portavo in porto lo stesso. Per non farmi vedere in cortile dai colleghi di papà, uscivo di casa vestito normale e i costumi in una valigetta di metallo piena di adesivi, poi mi cambiavo nei portoni di via Tagliamento. Entravo elefante e uscivo libellula.

Divisa?
Sai gli ‘accademici’ da danza, quelle tutine aderenti sintetiche di acrilico? Ecco: fucsia. Stivali sopra la coscia modello D’Artagnan. Cappotto con borchia alla cinta. Bombetta alla Chaplin.

Il trucco tipo Kiss quando arriva?
Più avanti, con le esperienze teatrali e cinematografiche. Grazie all’amicizia col grande Rino Carboni, il truccatore di Fellini: ti incollava maschere di lattice in faccia e poi le dipingeva.

Che ci fai tu con Fellini?
Partecipavo alle selezioni per le comparse a Cinecittà. Pagavano bene, così rassicuravo la famiglia. Federico adorava la mia faccia, perché il casting lo faceva lui personalmente. Non mi chiamava per le pose e basta: quando girava mi dava sempre un pass e io potevo andare dappertutto a Cinecittà, anche nella palazzina dove in quei mesi abitava. Ho vissuto i backstage fra lui e i suoi fedelissimi, cuoche, truccatori, segretarie. Forse gli facevo tenerezza, ero un alieno così disarmante…

Chi ti cerca nei suoi film non ti riconosce.
Fui suo ospite in Satyricon, Casanova e Roma. Mi ha insegnato a diventare parente di quelli che lavorano con me. A portarli a cena, a informarsi sulla figlia operata di appendicite. Sennò il successo te lo scordi, dura poco. Lui era prima di tutto Federico, poi Fellini. I veri geni non sono lontani: li puoi accarezzare.

E quando scocca, per te, la scintilla?
Avevo già fatto decine di provini per la Rai: sempre bocciato, ‘incompatibile con il mezzo televisivo’. Ormai era il 1978 e cominciavo a preoccuparmi: avevo discreti successi di vendite, i miei brani andavano forte nelle discoteche, ma le porte della tv erano sbarrate. Poi un giorno, a furia di rompere le palle a Gianni Ravera, l’impresario dei festival canori marchigiano come papà, ‘eddai Gianni, non essere avaro, portame in tv, famme conoscere dalla gente’, lui mi chiama: ‘Renatì, fai la valigia, ti porto a Venezia’. C’era una rassegna di due giorni in diretta su Rai1. Il venerdì sera mi manda in onda col Triangolo: capelli ricci lunghi sotto le spalle, abito arancione tutto di stracci. Nun poi capì che ero…

Come andò?
Molti applausi. Ravera era tranquillo, gli avevano detto che il direttore di Rai1 era all’estero per il weekend e non avrebbe visto nulla. Invece vide tutto e lo chiamò la sera tardi furibondo: ‘Come ti sei permesso di mandare in onda quell’essere? Ora lo rispedisci a Roma, non lo voglio vedere mai più’.

“Quell’essere” senz’aggettivi?
Senza aggettivi era peggio. Ravera quella notte mi convocò per comunicarmi che la mia trasferta veneziana finiva lì. Mentre cercava le parole, squillò il telefono: era di nuovo il direttore di Rai1 che aveva cambiato idea o gli ascolti gliel’avevano fatta cambiare. ‘È ancora lì quell’essere? Mica l’hai già rispedito a Roma?’. Gianni alzo gli occhi: ‘A Renati’, contrordine: domani si torna in onda’. E lì, in quel momento, vinsi la mia guerra.

“Triangolo” fu il primo successo?
C’era già stato ‘Madame’. Un cult nelle discoteche più prestigiose: la prima canzone italiana in mezzo a tutta roba inglese e americana. Ogni tanto entravo di nascosto, in incognito, e mi guardavo i ragazzi che ballavano la cosa mia: ‘na sodisfazione…

Da allora solo tappeti rossi?
Macché, non sai la fatica. Ho avuto le mie gratificazioni, certo: l’amicizia di Fellini, una splendida lettera di Strehler, la benedizione di Carmelo Bene. Ma, quando esplodeva un incendio di talento e creatività, ecco subito i pompieri che non si facevano gli affari loro e correvano a sputarci sopra per spegnerlo.

I critici o i colleghi?
Un po’ tutti. Mancava quella complicità, quella solidarietà tra addetti ai lavori che all’estero aiuta i giovani talenti a emergere. In Italia eri sempre Cenerentolo.

Colpa della tua ambiguità sessuale? Dei testi troppo espliciti?
Ma da sempre l’ambiguità è arte, arma di comunicazione. Pensa a Chaplin, Wanda Osiris, Petrolini, Dapporto. No, non era l’ambiguità. È che nella musica italiana c’erano i branchi: urlatori, melodici, cantautori, alternativi. Io me ne stavo per i cazzi miei, fuori dai generi, dalle correnti, dai clan. Facile infierire sulla mosca bianca o sulla pecora nera. Per avere un programma Rai tutto mio, Tutti gli zeri del mondo, ho dovuto aspettare il 2000: a 50 anni, quando avevo vinto tutto.

“Madame”, “Triangolo”, “Mi vendo”, un successo dopo l’altro. E l’album “Icaro”, un milione di copie.
Ma quelli erano scontati: ovvio che diventassero bandiere. Il successo che più mi ha sorpreso è ‘Il cielo’, scritto di getto alzando lo sguardo nel vento di Ventotene, contro la superficialità di chi vuole sostituirsi a Dio. ‘Gli spermatozoi, l’unica forza, tutto ciò che hai, ma che uomo sei se non hai il cielo?’: mai scritto un verso più bello.

Per “un altro figlio nasce e non lo vuoi, amalo!”, sei stato iscritto fra gli antiabortisti.
Contro l’aborto usato come anticoncezionale, sì.

Come nascono le tue canzoni? Scrivi i testi o le musiche?
Un po’ di tutto, come capita. Mi metto al pianoforte o alla chitarra. Chiamo i miei collaboratori. E ci mettiamo lì a comporre e scrivere. A volte sono loro a proporre spunti da sviluppare. Altre vengono con una musica pronta da vestire con un testo. Ma il più delle volte faccio io e poi loro, che hanno studiato, mi cambiano un po’ la tastiera. Tanto io passo dal rock allo ska, dal bolero al lento. Per questo non mi sono mai ripetuto.

Quante censure hai subìto?
E chi le ha contate? Per la Rai era pericolosa qualsiasi cosa: pure Rino Gaetano. Poi le radio libere han rotto il monopolio e per un po’ siamo andati sulla stessa lunghezza d’onda. Ma gli sponsor han rovinato tutto: sono i fatturati a decidere la buona musica.

Tu hai un rapporto diretto, quasi fisico col tuo pubblico. Come hanno preso i tuoi fan la notizia dell’indagine a Napoli per evasione fiscale?
Nessuno mi ha chiesto nulla. Rispetto il lavoro dei magistrati e conto di chiarire tutto nelle sedi opportune. Non faccio i processi sui giornali. Certo, quando siamo molto esposti, dobbiamo dare delle risposte agli altri, ma soprattutto a noi stessi. E a volte dobbiamo riconoscere di aver affidato le nostre vite a persone che non si sono rivelate capaci di gestirle nel modo migliore.

Perché non ti sei mai schierato né “impegnato” in politica?
Renato Fiacchini pensa, partecipa, ogni tanto vota, ma fa cose diverse dall’artista. Renato Zero l’ho sempre tenuto lontano dai festival dell’Avanti, dell’Unità, dell’Amicizia, del Secolo. Qualcuno ha cercato di comprarmi, ma io non mi vendo. La buona fede è gratis, se è remunerata dal cachet diventa sospetta. Le cose che voglio dire le dico nelle canzoni e qualche battaglia l’ho fatta: ambiente, droga, rispetto del diverso e dell’ultimo, mercificazione del corpo, lavoro, pedofilia. Adoro Gaber e Jannacci perché han detto cose forti senza sdraiarsi su un partito.

Cosa pensi della politica di oggi?
Cose irriferibili. In Parlamento dovrebbe andare chi dà il meglio, invece specialmente negli ultimi anni han messo in campo il peggio. Perciò chi, nella società, avrebbe la statura per misurarsi, si tiene a distanza. A Montecitorio dovrebbe salire chi sente il bisogno di fare qualcosa, invece abbiamo gente che conosce commi e regolamenti, ma non il Paese. Non sa nulla di chi non si sposa o non fa figli perché non se lo può permettere.

Celentano sul “Fatto” ha invitato tutti a votare ai referendum, specie quello anti-nucleare, anche se ce lo scippano: portiamo ai seggi un biglietto con la nostra scelta. Che ne dici?
Questo è l’impegno politico che piace a me. Sulle cose concrete. Le centrali nucleari fanno paura anzitutto per i costi spaventosi, per non parlare delle scorie e degli altri rischi. Vorrei sapere da chi vorrebbe costruirle: quali zone d’Italia sono assolutamente esenti dal pericolo sismico? Praticamente nessuna. E allora di che stiamo a discutere? Il referendum è l’ultima possibilità che ci rimane per dire la nostra. Ogni uomo, se vuole, è una Repubblica.

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