Monday, August 29, 2011

Il Re sola - 29 agosto 2011


Testo:

Buongiorno a tutti. Oggi le parole chiave del Passaparola sono: Vice Re e Ricatti.
I Vice Re chi sono? Sono i personaggi più vicini ai padroni della politica italiana, che sono tutti sotto indagine o sotto processo, alcuni sono già passati per le patrie galere e altri ci stanno, in questo momento, nelle patrie galere e altri, magari, ci finiranno e che se parlassero sarebbero in grado di radere al suolo l’intera classe politica almeno ai massimi vertici.

Tutti i ricatti del Presidente
Ricatto. È la conseguenza di questa situazione, e cioè il fatto che c’è una situazione oggettivamente ricattatoria da parte dei vice re nei confronti dei re.
Perché se, appunto, i vice re si lasciassero scappare qualche ricordo o qualche parola compromettente, i re sarebbero politicamente morti.
Ancora una volta, quindi, si vede come le indagini giudiziarie abbiano una ripercussione politica soprattutto a proposito della ricattabilità dei nostri politici, che invece dovrebbero avere le mani libere per decidere per il bene comune anziché per il bene proprio, o per gli interessi propri.
La ricattabilità. In questi giorni, per parlare del re numero 1, ‘il re sola’ come l’ha chiamato il vignettista Giannelli in un suo libro, Berlusconi, si è scoperto che appunto Berlusconi è molto munifico, è una sorta di buon samaritano nei confronti di personaggi ben poco raccomandabili: li paga stabilmente. C’è una lunga lista di persone che vengono o sono state pagate da Berlusconi, l’ultima di questa lista, di queste persone è Giampi Tarantini.
Giampi Tarantini è un signore che fu arrestato l’anno scorso per favoreggiamento della prostituzione, traffico di cocaina e corruzione nella malasanità pugliese, ed è anche colui che portava le prostitute a Palazzo Grazioli e in altre ville del Cavaliere; anzi, era entrato in contatto con il Cavaliere proprio affittando una villa in Sardegna, vicina a Villa Certosa, riempiendola di giovani fanciulle e immediatamente fu contattato da un intermediario, anzi da un’intermediaria di Berlusconi che glielo presentò e di lì iniziò questo rapporto da cui Tarantini sperava di ricavare dei vantaggi.
Tarantini che vendeva protesi sanitarie alle Asl della Puglia, voleva mettersi in grande, voleva ingrandirsi, voleva arrivare a Roma e voleva mettere un piede almeno nel grande business della protezione Civile, c’era ancora Bertolaso. Il suo scopo era quello di diventare indispensabile per Berlusconi affinché Berlusconi si sdebitasse con lui raccomandandolo presso Bertolaso e facendolo entrare in quella ristretta cerchia di fortunati imprenditori che, nel segreto totale degli appalti della Protezione Civile, lucravano sulle disgrazie, sulle catastrofi naturali e sui grandi eventi.
Gli andò male, perché finì per pagare soltanto lui quel progetto che aveva messo in piedi di intesa con Berlusconi, in quanto Berlusconi appunto ne svicolò in quanto utilizzatore finale delle prostitute che gli portava Tarantini, il quale poi pare le pagasse lui di tasca propria, proprio per evitare che Berlusconi capisse che non le aveva conquistate con il suo fantastico charme, ma le aveva semplicemente utilizzate – per usare un orribile verbo dell’Avvocato Ghedini – con Tarantini che dietro la porta poi le remunerava per i loro servigi sessuali al Presidente del Consiglio.
La stessa cosa faceva Tarantini con il vice Presidente della giunta Vendola, Nicola Frisullo, uomo di D’Alema, uomo forte di D’Alema nella giunta Vendola, che fu per questo arrestato, perché? Perché pare favorisse gli affari di Tarantini in cambio, appunto, di tangenti sessuali, ragazze che nei giorni pari venivano portate a Palazzo Grazioli e nei giorni dispari venivano portate a Frisullo.
Bene. Si è scoperto in un’indagine di Napoli, dove Berlusconi figura come vittima di un ricatto, cioè di un’estorsione, che Tarantini prendeva, riceveva soldi dal Cavaliere: 500 mila euro in un’unica soluzione e poi dei versamenti periodici, pare addirittura mensili, che arrivavano fino a 20 mila euro al mese.
Berlusconi non ha negato questa circostanza, l’ha seraficamente ammessa, ormai non si nega più nulla, si ammette tutto come se fossero cose normali, e ha detto – cito testualmente – “ho aiutato una persona e una famiglia con bambini che si trova in gravissime difficoltà economiche, nulla di illecito, mi sono limitato ad assistere un uomo disperato non chiedendo nulla in cambio, sono fatto così”. Ecco, quest’uomo disperato in gravissime difficoltà economiche coi bambini a carico, poveretto, dipinto come un piccolo fiammiferaio, è in realtà questo Giampi Tarantini che a Roma vive in un appartamento nella zona di via Veneto, una delle zone più care di Roma, più lussuose di Roma e che questa estate era segnalato a Cortina, altro covo di piccoli fiammiferai!
Naturalmente non c’è nulla di illecito a dare dei soldi a Tarantini se è tutto avvenuto alla luce del sole. Il problema è che il Presidente del Consiglio se dà soldi a qualcuno dovrebbe spiegare il perché. E dato che di persone in gravissima difficoltà con figli a carico ce ne sono diversi milioni in Italia, e ce ne saranno molti di più quando sarà passata la manovra finanziaria che farà pagare sempre ai soliti noti il prezzo dei furti dei soliti ignoti, non si capisce per quale ragione lui debba aiutare proprio quel signore lì, ammesso e non concesso che fosse in miseria e non sapesse come sfamare i suoi figli.
Nell’indagine e dalle intercettazioni risulta, una cosa che intanto tutti sanno, e cioè che Tarantini sta per essere processato per avere portato le prostitute a casa di Berlusconi, perché organizzare la prostituzione, sfruttarla e favoreggiarla è reato; non è reato esercitarla da parte della prostituta e non è reato utilizzarla – sempre per usare l’orribile termine di Ghedini – da parte del cliente, detto anche utilizzatore finale.
Ma naturalmente il racconto di Tarantini non farebbe, nel processo di Bari, che riportare all’attenzione uno scandalo incredibile, e cioè quello di queste prostitute che entravano e uscivano dalla residenza, mezzo privata e mezzo pubblica di Palazzo Grazioli, del Presidente del Consiglio, munite di fotografie e filmati, conversazioni registrate di nascosto, che avrebbero potuto costituire ovviamente materiale ricattatorio o da parte loro o da parte di altre persone alle quali eventualmente queste ragazze avessero venduto questo materiale. Potrebbero essere interessati i servizi segreti, potrebbero essere interessati uomini della criminalità a ricattare il Presidente del Consiglio italiano con quel materiale compromettente. E quindi si capisce per quale motivo è bene tenersi buono Tarantini.
Ma c’è un fatto in più: quell’indagine, quel processo si fonda in gran parte, oltre che sulle rivelazioni della D’Addario e di altre ragazze, su intercettazioni telefoniche sui telefoni di Tarantini e di quelle ragazze, telefoni ai quali spesso chiamava o dai quali veniva chiamato Berlusconi, che non era intercettato, ma che era dunque ascoltato, perché parlava su telefoni di prostitute e di un pappone, quelli sì intercettati.
Naturalmente se si fa il processo in un pubblico dibattimento tutto questo materiale, che finora è rimasto segreto, diventerebbe pubblico e quindi noi avremmo questo bel quadretto edificante che riguarda il Presidente del Consiglio, le prostitute, il pappone. Ecco perché è assolutamente necessario, visto che il processo non si può non fare, che Tarantini patteggi la pena prima che inizi il processo, così il processo non si celebrerebbe nella forma del dibattimento, ma resterebbe tutto chiuso nell’accordo tra le parti, cioè l’Imputato che patteggia una pena davanti al Pubblico Ministero con il consenso del Gip.
E pare che proprio questo sia lo scopo al quale tende Berlusconi: far patteggiare Tarantini affinché si prenda ovviamente tutte le colpe e non vengano fuori quelle intercettazioni che potrebbero ulteriormente danneggiare, se possibile ovviamente, un’immagine già sputtanata come quella del nostro Presidente del Consiglio.
Vice e re e ricatti.
In questo affare pare che fosse entrato, prendendosi una percentuale, secondo l’Accusa, di quei soldi dati da Berlusconi a Tarantini, il famoso o famigerato Lavitola. Chi è Lavitola? Lavitola è quello strano giovanotto direttore del Nuovo Avanti, l’organo di quello che resta del partito socialista, pensate com’è ridotto, partito socialista che l’anno scorso diventò famoso perché, con i suoi rapporti di diplomatico informale nel Centro America, si era dato molto da fare per cercare di far risultare che l’alloggio di Fini a Montecarlo era in realtà di proprietà del cognato e che quindi Fini aveva di fatto venduto un bene del partito a suo cognato sotto costo. Questa cosa non fu mai dimostrata naturalmente, ma Lavitola si diede molto da fare. Bene. Lavitola non si sa a che titolo è entrato in questa vicenda Tarantini e pare che abbia trattenuto, secondo l’Accusa, una parte di quei soldi.
Un po’ quello che è accusato di avere fatto Emilio Fede con i soldi che Berlusconi ha generosamente elargito a un altro dei suoi vice re, attualmente in carcere, Lele Mora, che era subentrato a Tarantini nel procacciargli le prostitute, secondo l’Accusa della Procura di Milano. Lele Mora è in galera per il suo fallimento e per i suoi maneggi, ed è un altro che se parla... beh, insomma, potrebbe raccontare molte cose. È sotto processo anche lui per queste vicende di prostituzione a Milano insieme a Emilio Fede e, guarda un po’, risulta avere ricevuto da Berlusconi 2 milioni di euro, 2 milioni di euro mentre aveva una bancarotta in corso delle sue società. Su questi 2 milioni di euro, secondo l’Accusa, Emilio Fede avrebbe fatto una cresta: si sarebbe preso una percentuale perché si era dato molto da fare presso Berlusconi perché Berlusconi aiutasse anche questo altro povero piccolo fiammiferaio di Lele Mora che le portava le ragazze, le olgettine.
Decine e decine, centinaia e centinaia di migliaia di euro a Giampi Tarantini, 2 milioni e passa di euro a Lele Mora, entrambi imputati per prostituzione; soldi alla famiglia di Noemi Letizia, la ragazza che quando compì 18 anni Berlusconi si precipitò a partecipare alla sua festa in uno strano posto a Casoria; soldi a profusione alle ragazze dell’Olgettina, le buste del ragionier Spinelli, prima evidentemente per i servigi che rendevano ad Arcore e poi evidentemente per il timore che dichiarassero cose ai magistrati; tenete presente che in autunno entrerà nel vivo il processo sul caso Ruby, e quindi ci sarà questa sfilata di queste ragazze che andranno a raccontare che cosa facevano ad Arcore, e perché ricevevano tutti quei soldi, e perché avevano la casa gratis nel quartierino dell’Olgettina, e perché venivano loro regalati pacchi di danaro, gioielli, favori, scritture nelle televisioni, particine in film. Ruby ha lasciato nel suo diario la scritta relativa ad una promessa di 5 milioni di euro da parte di Berlusconi che le avrebbe detto “ti coprirò d’oro se tu farai la matta quando verrai interrogata, cioè dirai cose contraddittorie in modo da screditare completamente la tua parola e quindi renderti un testimone inutile in quel processo”, da cui Berlusconi evidentemente ha molto da temere.
I famosi 600 mila euro... scusate, 600 mila dollari all’Avvocato Mills, il quale ha messo anche lui nero su bianco al suo commercialista che ‘Mister B’ si era salvato nei processi Guardia di Finanza All Iberian grazie alla sua testimonianza reticente e subito dopo era stato ringraziato con 600 mila euro.


Da Tremonti a Penati
Poi c’è Dell’Utri che sulle indagini della P3 si è scoperto avere ricevuto quasi 10 milioni di euro sotto forma di prestito infruttifero da parte di Berlusconi, che lui naturalmente ha detto che restituirà, ma intanto è un modo come un altro per far avere dei soldi a un altro povero amico in difficoltà, un altro piccolo fiammiferaio, che oltre a prendere i soldi da noi come parlamentare, prende privatamente i soldi da Berlusconi. E beh, insomma, per quale motivo sia opportuno pagare Dell’Utri è inutile che ve lo racconti, ve lo immaginate ben da soli, è dagli anni 60 che Dell’Utri custodisce i segreti delle origini delle fortune di Silvio Berlusconi e certi strani rapporti siciliani.
A Napoli c’è un’altra indagine, sempre con Berlusconi vittima di ricatto ed estorsione, in cui il ricattatore indagato sarebbe Ernesto Sica.
Ernesto Sica era sindaco a Ponte Cagnano, si era messo in testa di fare il governatore della Campania, laddove poi invece fu candidato Caldoro e con l’aiuto, sempre secondo l’Accusa, di Cosentino e di altri, si diede da fare per eliminare Caldoro e fare posto a se stesso. Eliminare Caldoro come? Con un dossier in cui si insinuava che Caldoro fosse un frequentatore di transessuali, come Marrazzo. Dopodiché non ottenne la candidatura a governatore, ma ottenne che Berlusconi e il suo entourage intervenissero su Caldoro per nominarlo assessore nella nuova giunta regionale e fu nominato assessore. E quale arma di ricatto utilizzò per diventare assessore? Secondo l’Accusa ricattò Berlusconi, andandone a parlare con il coordinatore del partito Denis Verdini, a proposito di quello che lui, Sica, sapeva della compravendita dei senatori del centro sinistra, che tra la fine del 2007 e l’inizio del 2008 dovevano passare, e poi in effetti passarono, al centro destra facendo mancare la maggioranza al centro sinistra al Senato. E infatti il Governo Prodi cadde nel febbraio del 2008 a causa del ritirarsi di alcuni parlamentari proprio al Senato.
E Sica minacciava di rivelare quello che sapeva sulla compravendita dei senatori, nella quale evidentemente aveva avuto un ruolo di primo piano.
Si potrebbe andare avanti all’infinito a parlare di tutti quelli che hanno ricevuto e ricevono soldi dal Presidente del Consiglio. Sempre soldi perché stiano zitti, Sempre soldi perché c’è la paura che ricordino e parlino. Abbiamo il Presidente del Consiglio più ricattabile e più ricattato della storia dell’umanità. E questo spiega per quale motivo non ha tempo di occuparsi dei nostri problemi, ne ha troppi di suo di problemi per pensare anche ai nostri.
Ma non è l’unico: se lui è il più ricattato di tutti quanti ci sono purtroppo altri casi, che noi scopriamo sempre grazie a indagini giudiziarie che vanno a vedere là dove noi non possiamo mettere il naso, perché possono per fortuna ancora usare le intercettazioni telefoniche e ambientali, altri personaggi che appaiono, non si sa se ricattati, sicuramente ricattabili.
Un altro personaggio è Giulio Tremonti. Giulio Tremonti ha il suo ex braccio destro, Marco Milanese, che rischia di finire in galera entro i prossimi due mesi: alla ripresa dell’attività parlamentare il Parlamento e la Camera sarà chiamata a votare pro o contro la richiesta del Gip di Napoli, che ha già disposto la cattura di Milanese, per gravi casi di corruzione, compravendita di nomine, di posti, di favori all’ombra di Tremonti, era Milanese a fare le nomine nelle società controllate o partecipate dal Ministero del Tesoro e, secondo l’Accusa, se le faceva remunerare con soldi, tangenti, regali, gioielli. E sosteneva spesso di dover girare questi regali al Ministro Tremonti, ecco perché nel dicembre dell’anno scorso Tremonti fu interrogato come testimone e i magistrati gli dissero che cosa avevano scoperto che faceva Milanese e che spendeva il suo nome, addirittura a proposito di un preziosissimo orologio d’oro che sarebbe stato destinato a lui. Quindi Tremonti dal dicembre dell’anno scorso sapeva cosa faceva il suo braccio destro. Eppure, dopo averlo saputo, non fece nulla, non mosse un dito: continuò a tenersi Milanese come suo consigliere privilegiato al Ministero del Tesoro, dopo averlo fatto eleggere in Parlamento, e soprattutto continuò ad abitare in un appartamento il cui affitto lo pagava Milanese, ed erano 8 mila e 500 euro al mese. Dove prendesse i soldi per pagare l’affitto a Tremonti, oltre ovviamente alle spese che doveva sostenere per sé, Milanese, non si è mai capito o forse lo sta rivelando l’indagine. Abbiamo scoperto che Tremonti viveva a casa sua girandogli poi informalmente brevi mano, si direbbe in nero, 4000/4500 euro al mese.
In un paese serio non si può fare un così largo uso di contanti senza venire segnalati immediatamente all’antiriciclaggio, ma da noi sotto i 5 mila euro si possono fare movimenti di contanti, perché questo Governo infame ha cancellato una delle poche norme giuste fatte dal centro sinistra, in particolare da Padoa Schioppa e da Visco che avevano reso tracciabile i pagamenti in contanti per somme anche di molto inferiori.
Bene. Tremonti ha mollato la casa di Milanese e ha accettato le dimissioni di Milanese da suo consigliere soltanto a luglio, giugno/luglio, quando è partita la richiesta di autorizzazione all’arresto di Milanese da parte del Gip di Napoli. Perché ha aspettato così tanto visto che sapeva tutto da quando l’avevano interrogato nel dicembre scorso? Lui ha detto “beh, in passato vivevo in una caserma della Guardia di Finanza, ma poi ho deciso di lasciarla perché mi sentivo pedinato e spiato da finanzieri facenti capo alla corrente della Guardia di Finanza fedele a Berlusconi”. Solo che invece di denunciare loro e cacciarli dalla Guardia di Finanza, visto che Tremonti è il superiore diretto della Guardia di Finanza e di lasciare il governo Berlusconi, avendo anche soltanto il sospetto che ci fosse Berlusconi dietro quel caso di spionaggio, Tremonti si è tenuto tutto per sé e lo ha rivelato salvo poi mezzo smentirlo in una intervista a Repubblica.
Ora Milanese rischia di fare la fine di Alfonso Papa, primo e unico caso finora di parlamentare arrestato con l’autorizzazione del Parlamento per reati non di sangue; finora soltanto quattro parlamentari nella storia repubblicana erano stati arrestati ed erano tutti accusati di reati di armi oppure di sangue, come Moranino, come Toni Negri, come Abbatangelo e come Saccucci. Basta, da allora tutte le richieste di arresto per parlamentari erano state respinte, mai nessuno era stato autorizzato all’arresto per reati di soldi contro la pubblica amministrazione. Il primo è stato Alfonso Papa. Il secondo rischia di essere Milanese.
Forte è la tentazione di tutti i nemici che ha Tremonti nella maggioranza di votare per l’arresto del braccio destro di Tremonti, nella segreta speranza che Milanese in carcere dica qualcosa contro Tremonti. E quindi voi immaginate in questo momento che razza di clima ricattatorio c’è intorno all’uomo che deve firmare, che ha già firmato le due manovre finanziarie dell’estate, e che adesso deve trattare con i partiti della sua maggioranza sulle modifiche al decreto di ferragosto. Sarà libero di pensare a quello che succede, oppure in questa vicenda entreranno anche i destini del suo braccio destro che se andasse in carcere ovviamente rischierebbe di fargli del male? E che cos’è succederà alla fine? Il centro destra resterà compatto a difesa del suo parlamentare, come ha fatto per le richieste d’arresto per esempio nei confronti di Cosentino, che fu respinta? Oppure scaricherà Milanese per scaricare Tremonti?
Voi vedete come i nostri soldi e i destini dell’economia sono collegati a questo clima di ricattabilità che collega i vice re ai re.
E arriviamo al caso Penati. Perché Penati sta a Bersani come Milanese sta a Tremonti.
Bersani quando divenne segretario del partito democratico due anni fa dopo il breve interregno di Franceschini e la prima segreteria Veltroni, nominò come suo fedelissimo braccio destro, il capo della sua segreteria politica, cioè il suo principale collaboratore, Filippo Penati. Era stato Presidente della Provincia di Milano, era stato sindaco di Sesto San Giovanni in precedenza e che era favoritissimo nel diventare il candidato del centro sinistra alla Regione Lombardia, cosa che poi fu e fu sconfitto da Formigoni e allora entrò in consiglio regionale e diventò il vice Presidente del consiglio regionale della Lombardia.
Penati sarebbe già in carcere se l’altro giorno il Gip di Monza non avesse derubricato le accuse che gli muove la Procura di Monza da concussione a corruzione.
Qual è la differenza? La concussione è un reato più grave della corruzione, perché è un’estorsione commessa dal pubblico ufficiale “o mi dai i soldi oppure io non ti do gli appalti”, la corruzione invece è: “ci mettiamo d’accordo, io ti do gli appalti e tu mi dai i soldi”. Nel primo caso c’è una violenza del pubblico ufficiale sul privato che paga e quindi concussione, reato commesso soltanto dal pubblico ufficiale, mentre il privato che paga è vittima di quella concussione, è come il commerciante che è costretto a pagare il pizzo alla mafia perché la mafia è più forte e lo mette in soggezione. La corruzione invece si commette insieme, di comune accordo, senza che uno faccia violenza all’altro, perché è più comodo così: io mi becco i soldi della tangente, tu ti becchi l’appalto, e tanti saluti al libero mercato e alla trasparenza.
Secondo la Procura Penati in alcuni casi era colpevole di concussione, e questo cosa cambia? Beh, cambia per quanto riguarda il massimo della pena in base al quale si calcola il termine di prescrizione: per la concussione la pena è più alta e quindi la prescrizione è più lunga, per la corruzione la pena è più bassa e la prescrizione è più corta. Grazie al fatto che il Gip ha stabilito che Penati e gli imprenditori erano parte dello stesso sistema criminoso di compravendita delle pubbliche funzioni, c’era corruzione da parte sia di Penati sia degli imprenditori che gli pagavano le tangenti o che dicono di avergli pagato le tangenti e che adesso stanno collaborando con la giustizia e quindi devono essere processati tutti. Il reato è punito con una pena fino a cinque anni e la prescrizione scatta dopo sette anni e mezzo dal momento in cui è stata data e presa la tangente. Sette anni e mezzo purtroppo non bastano, perché i fatti, secondo il magistrato, già accertati finora, vanno fino al 2004. Voi fate 2004 più sette e mezzo vedete che il reato è attualmente, proprio in questo periodo, prescritto, quindi non c’è modo di fare un processo, a meno che naturalmente l’Imputato non rinunci alla prescrizione, cosa che un politico accusato di reati infamanti, mica reati di opinione o reati bagatellari, dovrebbe sempre fare in un paese serio; fermo restando che non esistono paese nei quali al momento del rinvio a giudizio la prescrizione continui a decorrere, quindi in un altro paese basterebbe rinviare subito a giudizio Penati e la prescrizione non ci sarebbe più, da noi invece c’è questa follia che è costruita per far scattare sempre la prescrizione, soprattutto per certi tipi di reato.


Penati corrotto e contento
Quindi soltanto perché le tangenti, pur ritenute vere, sono state chiamate corruzione anziché concussione Penati non è stato arrestato perché è scattata prima la prescrizione. Non è sempre stato così. Fino a sei anni fa la prescrizione per i reati di corruzione scattava dopo quindici anni dal momento in cui erano stati commessi i reati medesimi. Da quando è stata approvata la legge Ex Cirielli dal centro destra nel 2005 la prescrizione è stata dimezzata: prima scattava dopo quindici anni, dal 2005 scatta dopo sette anni e mezzo, dal momento in cui sono stati commessi i reati, che di solito vengono scoperti molto dopo rispetto a quando sono stati commessi, per cui c’è la garanzia praticamente assoluta che in sette anni e mezzo, dal momento in cui è stata pagata una tangente, è impossibile riuscire a fare le indagini, l’udienza preliminare, il processo di primo, secondo e terzo grado. In questo caso, visto che le cose sono saltate fuori così tardi, non ci sarebbe il tempo neppure per concludere le indagini.
Per Penati comunque la responsabilità non cambia minimamente perché, perché sia che sia corruzione sia che sia concussione il Giudice terzo, il Gip di Monza, ha stabilito che lui è un corrotto, le tangenti le ha prese.
Cambia semmai la posizione degli imprenditori, che nel caso della concussione sono vittime di una estorsione commessa in ipotesi da Penati, mentre invece nel caso della corruzione sono complici suoi e quindi invece di essere vittime e Parti Civili nel processo diventano complici, coimputati e quindi vengono processati anche loro, ma per Penati le cose non cambiano: tangente era con la concussione, tangente è la corruzione.
Quindi non si capisce come abbia potuto, con quale faccia di bronzo abbia potuto l’altro giorno dire “sono felice perché si sgretolano le accuse nei miei confronti e cadono in pezzi”. Si sgretola che? Cade in pezzi che? Il Giudice ha stabilito che sei un corrotto anziché un concussore, sai che gioia! Sai che differenza, c’è proprio da esultare! Abbi il coraggio di dire: sono felice perché l’ho fatta franca perché è scattata la prescrizione.
E qui usciamo dal campo Penati ed entriamo nel campo PD, perché Penati non è mica un passante o un dirigentunquolo locale. Penati era, fino a qualche mese fa, il braccio destro di Bersani e quindi Bersani dovrebbe spiegare intanto perché l’ha scelto, se davvero un sistema così ramificato e antico che risale a quindici/vent’anni fa e che coinvolge enormi aree industriali dismesse che andavano assegnate a questa o a quella ditta, con sempre le cooperative rosse dietro, beh se questo enorme sistema così ramificato e antico poteva sfuggire al controllo del partito. È possibile che a Milano nessuno avesse avvertito Bersani di quello che si diceva che stesse facendo Penati da anni, anni e anni? Da quando era sindaco di Sesto San Giovanni per poi diventare Presidente della Provincia e poi diventare candidato a Presidente della Regione? Come funzionano i controlli interni ai partiti? È possibile che questa cosa l’abbiano scoperta adesso che i magistrati - che sono un po’ come i cornuti, sono sempre gli ultimi a sapere - l’hanno finalmente accertata? È possibile che non fossero giunte voci al partito di Milano e al partito di Roma? O non sarà invece che Penati avesse fatto carriera fino a diventare il braccio destro di Bersani proprio perché nel partito di solito fanno carriera quelli che portano molti soldi?
Perché Penati probabilmente non si è arricchito personalmente, il sospetto anzi, è che in parte gli imprenditori locali si sdebitassero con lui per finanziare il partito a Milano e in parte - parlo delle cooperative rosse nazionali che sempre erano comprese nel prezzo - si sdebitassero poi con il partito a livello nazionale, il che renderebbe assolutamente impossibile che a livello nazionale non si sapesse quale ruolo giocava Penati nel far lavorare coloro che poi pagavano lui e il partito.
Bersani finora ha balbettato, all’inizio ha detto “ho fiducia nella magistratura, ma anche in Penati”, che è la formula paracula di dire ‘ho fiducia negli accusatori ma anche nell’accusato’, adesso però non ci sono più degli accusatori, cioè dei PM o dei testimoni o degli imprenditori: c’è un Giudice, c’è un Gip, un Giudice terzo e forse le cose cambiano. Infatti dopo le paraculate delle autosospensioni dagli incarichi, ma non dallo stipendio di consigliere regionale, adesso Bersani ha deciso di mandare Penati davanti a una commissione di garanzia del partito, che dovrebbero essere i probiviri.
Il Corriere della Sera racconta che finora i probiviri del PD, con tutto quello che è successo nel PD in questi mesi, si sono occupati di un unico caso e cioè di quattro parlamentari Lumia, Della Seta, Ferrante e Realacci che avevano osato criticare Crisafulli, quello che era stato intercettato e filmato mentre chiacchierava amabilmente di appalti e assunzioni con un boss mafioso a Enna, e che naturalmente fu promosso da Veltroni parlamentare del partito democratico. Bene, la Commissione di Garanzia non si è occupata di Crisafulli, uno scandalo a cielo aperto, che attualmente è pure indagato, ma si è occupata di quelli che avevano osato criticarlo e gli aveva fatto un culo così! A questi quattro reprobi che avevano osato criticare quel bel giglio di Crisafulli. Adesso Penati andrà finalmente davanti a questa Commissione di Garanzia che è rimasta disoccupata evidentemente in tutti questi anni, e vedremo cosa decideranno. Purtroppo pare un sistema un po’ tardivo di risolvere il problema, perché in un partito serio quando un Giudice, un Gip si pronuncia nei termini in cui si è pronunciato il Gip di Monza, parlando di gravissimi casi di corruzione, un partito serio caccia questo signore e gli dice ‘tu adesso se vuoi avere una speranza di rientrare in politica ti fai processare, perché stiamo parlando di reati di corruzione, non di reati lievi o di opinione, ti vai a far processare rinunciando alla prescrizione, se non rinunci alla prescrizione ti cacciamo’, questo dovrebbe essere una regola. Di fronte a certi tipi di reati se non si rinuncia alla prescrizione si è fuori. Perché se si prende la prescrizione e si va a casa si è esattamente come Berlusconi, e chiunque osi criticare Berlusconi perché ha preso sei prescrizioni, spacciandole per assoluzioni, dovrebbe essere coerente, e invece questi signori coerenti non lo sono. Infatti balbettano sulla rinuncia alla prescrizione, perché? E perché creerebbe un pericoloso precedente.
Anche D’Alema dovrebbe spiegarci per quale motivo prese e portò a casa la prescrizione di un vecchio finanziamento illecito che gli veniva contestato e che fu accertato dai magistrati per 20 milioni di lire negli anni 80 dal re delle cliniche private pugliesi, tale Cavallari.
Ecco, adesso il prossimo passo dell’indagine della Procura di Monza è capire dove andasse questa montagna di soldi che gli imprenditori dicono di aver dato a Penati. Andavano a Penati? Andavano a Penati e ai suoi uomini? Andavano in parte a Penati e ai suoi uomini e in parte al partito di Milano? O c’era anche un’altra deviazione dell’oleodotto che portava a Roma? Sto parlando fino ad una certa fase, fino al 2008 dei DS, e dopo quella fase naturalmente se i finanziamenti sono proseguiti sto parlando del partito democratico. Vedremo cosa riservano le indagini. Intanto noi siamo di fronte ad una classe politica che ha i suoi tre uomini più importanti: il Presidente del Consiglio, il Ministro dell’Economia e il leader del maggiore partito di – facciamo finta che sia vero - opposizione, in condizioni di ricattabilità assoluta. Perché è evidente che una sola parola di Penati sui suoi rapporti con Bersani sarebbe in grado di stendere definitivamente quello che resta dell’opposizione proprio nel momento in cui il Governo è in estrema difficoltà.
Io credo che per lavorare ad avere una nuova classe dirigente, non ricattabile possibilmente, sia necessario togliere ai tappi, che impediscono il cambiamento, il ricambio interno dei partiti e il ricambio anche tra forze politiche e impediscono l’ascesa mediatica e quindi anche elettorale di nuove forze e di nuovi movimenti politici, ci siano da un lato il sistema di finanziamento dei partiti, chi tiene la borsa del finanziamento dei partiti, cioè la segreteria e la segreteria amministrativa tiene in pugno i partiti, e impedisce a quelli che potrebbero venire dal basso di insidiarli e di cacciarli fuori. Dall’altro dato la legge elettorale, che consegna ai segretari dei partiti l’altro rubinetto: da un lato tengono in mano il rubinetto dei soldi e dall’altro lato tengono in mano il rubinetto delle nomine al Parlamento, perché se uno vuole andare in Parlamento oggi deve essere nominato dal suo segretario di partito con questa legge elettorale. Ecco perché tornano buoni, i V-Day, tornano buoni i referendum, tornano buone le leggi di iniziativa popolare, una per abrogare - questo sarà più difficile - il finanziamento pubblico ai partiti, così come oggi camuffato da rimborsi elettorali, a prescindere dalle spese elettorali tra l’altro; e dall’altro, cosa più fattibile, staccare l’altro rubinetto che hanno in mano questi signori, eterni e ricattabili, e cioè il potere di nominare i parlamentari. C’è un referendum - Arturo Parisi, Antonio Di Pietro, Prodi ha aderito e altri, io spero che lo facciano in tanti - referendum che si propone di abrogare il ‘porcellum’, cioè la legge elettorale Calderoli, la porcata, quella che fa nominare i parlamentari dai partiti anziché farli scegliere dai cittadini. Il referendum se raccogliesse le firme entro la fine di settembre le 500 mila firme fatidiche e si ottenesse poi l’avallo della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione, avrebbe come conseguenza il ritorno al ‘mattarellum’. Io non sono un tifoso della legge elettorale ‘mattarellum’ sulla quale abbiamo votato dal ‘94 al 2001, ma almeno ci consentiva di scegliere nei collegi elettorali il nostro candidato preferito tra quelli dei due schieramenti. Non è una legge perfetta, anzi io preferirei il sistema francese a doppio turno che ha dunque le primarie incorporate nel primo turno, il primo turno voti il candidato a te più vicino e nel secondo scegli fra i due più votati quello a te meno lontano. Ma questa non è all’ordine del giorno, piuttosto che andare a votare un’altra volta con il ‘porcellum’ di Calderoli meglio tornare a una legge che almeno ci consentiva di scrivere tra due o più candidati nel collegio quali erano i nostri preferiti, per il 75% della quota maggioritaria del Parlamento italiano. Meglio che niente rispetto alla porcheria che abbiamo.


Ecco, sappiate che se firmate per quel referendum, oltre naturalmente ad agevolare il fatto che alle prossime elezioni si possa tornare a scegliere i nostri rappresentanti, seppure con quel meccanismo del ‘mattarellum’ che non era proprio l’ideale, si toglie in mano ai segretari dei partiti, che non si muovono di lì, il rubinetto della nomina dei parlamentari, che è la vera ragione insieme al finanziamento pubblico, per la quale siamo sempre ogni giorno, da venti, trent’anni nelle mani delle stesse facce.
Passate parola e possibilmente firmate.

Sunday, August 28, 2011

Povera Stella

Il Fatto Quotidiano, 28 agosto 2011


Finalmente Giovanni Stella, amministratore delegato di Telecom Italia Media e quindi di La7, noto esperto di banani, ha ufficializzato i motivi del mancato ingaggio di Michele Santoro. In un’intervista al Giornale, il popolare “Canaro” spiega testualmente: “Con Santoro non abbiamo chiuso il contratto solo perché lui pretendeva libertà assoluta… facile chiedere la libertà con i soldi degli altri”. Si prega di soffermarsi sui vocaboli “solo”, “pretendeva” e “libertà”. Soltanto nello Stato semilibero di Bananas un dirigente di successo, braccio destro di un top manager del calibro di Franco Bernabè, può mettere nero su bianco, per giunta sul quotidiano del premier, che la libertà è una pretesa. Talmente assurda da giustificare di per sé (“solo”) il mancato approdo nella sua tv del giornalista televisivo più noto, affermato e redditizio presente sul mercato. Come se l’articolo 21 della Costituzione fosse un optional: “Tutti i cittadini hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.

Si dirà, e infatti Stella lo dice, che Santoro non voleva “nessun controllo su scaletta, ospiti e filmati”. E “nessun editore può dare carta bianca perché ha la responsabilità finale di quello che va in onda”. Non sappiamo quali editori conosca, a parte se stesso, il dottor Stella, ma in tutto il mondo libero funziona così: l’editore sceglie i giornalisti a proprio gusto in base a criteri professionali; dopodiché questi lavorano come meglio credono, in base alle regole fissate dal contratto nazionale. Che prevede, appunto, libertà assoluta. Se poi l’editore non è soddisfatto di loro, li licenzia per giusta causa. E alla fine è il giudice a stabilire se la causa era giusta o no. Ora, Stella voleva assumere Santoro a La7 perché gli era giunta voce che fosse un valido professionista autore di programmi di successo, con milioni di telespettatori e di introiti pubblicitari. Dunque non sono professionali né finanziari gli ostacoli che han fatto saltare la trattativa. Stella esclude poi che fossero aziendali, per proteggere Telecom da rappresaglie governative (“Trovo singolare immaginare, come fa Travaglio, che si possa usare la piccolissima La7 come spauracchio per difendere il gigante Telecom”).

E nega anche che fossero politici (“Se mi avessero chiesto di non prendere Santoro per non dispiacere a Berlusconi, avrei dato le dimissioni”). Dunque perché pretendeva – stavolta il verbo è appropriato – ciò che nemmeno la Rai di Masi&C. aveva mai ipotizzato, cioè di controllare “scaletta, ospiti e filmati”? Temeva forse che Santoro trasmettesse materiale pornografico o comunque contrario al comune senso del pudore? Non scherziamo. E allora – filosofeggia Stella – “Le regole si applicano a tutti, da Lerner a Piroso, solo Mentana non deve riferire a me perché, in quanto direttore, si assume tutte le responsabilità”. Già, anche perché sarebbe curioso un telegiornale che, prima di andare in onda su fatti accaduti magari da tre minuti, deve sottoporre il dvd preregistrato all’imprimatur preventivo dell’editore.

Pare dunque che il problema fossero le eventuali cause e querele. Ma anche questa scusa non regge: prima Mentana e poi lo stesso Santoro avevano offerto a Stella di assumersi ogni responsabilità legale sul programma santoriano. A questo punto, spiace dirlo, rimane una sola spiegazione: la paura di Stella, o di Telecom tutta, che Santoro usasse la sua libertà per criticare i politici dai quali la concessionaria Telecom dipende. Ricapitolando: noi di La7 siamo così liberi che, se qualcuno viene a parlarci di libertà, lo meniamo.

Friday, August 26, 2011

Silviomat

Il Fatto Quotidiano, 26 agosto 2011

Lo stanno spolpando vivo. Altro che “dieta depurativa tisanoreica a base di erbe” di cui favoleggiano i giornali per spiegare il dimagrimento di “quattro chili in otto giorni”. Qui siamo di fronte a una liposuzione di dimensioni industriali, a un’idrovora piazzata direttamente nelle sue tasche che pompa milioni in quantità da oleodotto. Un continuo salasso a opera di centinaia di insaziabili sanguisughe attaccate a quel corpicino mezzo rifatto. Bei tempi quando qualcuna poteva sistemarla a Raifiction con una telefonatina all’amico Saccà perché “sta diventando pericolosa, s’è messa a dire delle cose pazzesche in giro”. Ora gli tocca pagare tutti lui (a parte alcune centinaia di servi travestiti da parlamentari e una da consigliera regionale, che manteniamo noi con tutti gli annessi e connessi).

Ecco, la biografia del Grande Compratore si divide in due fasi: quella del palazzinaro parvenu che paga mafiosi, piduisti, politici, giudici, ufficiali delle Fiamme Gialle per gonfiarsi come la rana della fiaba e farsi accettare in società; e quella del politico che paga testimoni, avvocati, papponi, mignotte e complici vari perché non vadano a raccontare in giro quel che sanno di lui o han fatto con lui o per lui. Prima comprava la gente per riempirsi la bocca, ora per tapparla agli altri. Prima per guadagnare, ora per non finire in galera. Più che un premier, un bancomat: il Silviomat dal quale tutti possono prelevare la somma desiderata, e senza bisogno di pin.

Un prelievo oggi, un prelievo domani: di questo passo lo perdiamo. 600mila dollari a Mills per testimoniare il falso. 9,5 a Dell’Utri, che ogni tanto ha qualche sprazzo di memoria. Una decina di milioni alle Papi Girl per affitti, capricci e cure dentistiche (l’igiene orale innanzitutto). 5 milioni promessi a Ruby “per fare la pazza” più qualche bustona farcita di contanti e gioiellazzi assortiti “per non farla prostituire”, senza dimenticare i 60mila euro per avviarla alla carriera di estetista con tanto di “laser anti-depilazione” (un autentico strumento di tortura: appena finito di depilarti, te lo spari e ti ricrescono i peli). 1,2 milioni a Lele Mora, compresa la percentuale per Fede.

E ora 500mila euro una tantum più 20mila mensili a l’amico Gianpi Tarantini, arrestato e imputato per droga, corruzione e favoreggiamento della prostituzione: l’amico ideale per uno statista. È quello che gli portava le D’Addario a domicilio. Poi, per non levargli l’illusione di averle conquistate col suo fascino magnetico, le pagava pure. Sperava di entrare nel giro della Protezione civile. Ma prima di raggiungere la cassa finì in galera. Se va a processo, saltan fuori le telefonate: meglio convincerlo a patteggiare. Niente processo, niente intercettazioni. I versamenti scoperti dai pm di Napoli sono tranquillamente confermati da B.: “Ho aiutato una persona e una famiglia con bambini che si trova in gravissime difficoltà economiche, nulla di illecito: mi sono limitato ad assistere un uomo disperato non chiedendo nulla in cambio. Sono fatto così”. Per la cronaca, il piccolo fiammiferaio disperato è segnalato in questi giorni a Cortina e abita pure a Roma in zona via Veneto. Nelle intercettazioni, si sentono frasi del tipo “quello là dobbiamo metterlo con le spalle al muro”, “bisogna batter cassa”. Lo dicevano già le velociraptor dell’Olgettina: “Ora deve sganciare”, “Finché c’è lui si mangia”.

Abbiamo il premier più ricattato del mondo, ma che sarà mai. Che problema c’è se il capo del governo stipendia un pappone reo confesso transitato dalle patrie galere? Ora Ferrara ci spiegherà che, via, “così fan tutti” (anche Sarkozy, Zapatero, Obama, Cameron e persino la Merkel hanno almeno un pappone a libro paga). I pompieri della sera scomoderanno Stuart Mill (ma soprattutto Mills) per iscriverlo d’ufficio al liberalismo classico. Mons. Fisichella inviterà a “contestualizzare” la cosa. E al Meeting di Rimini qualche prete à porter ricorderà che pure la Maddalena doveva avere per forza un pappone, dunque anche Gesù, a ben vedere…

Wednesday, August 24, 2011

Il Feltri in seno

Il Fatto Quotidiano, 24 agosto 2011


Ogni tanto, pensando di far cosa gradita, ci corre l’obbligo di mettere in guardia il Cainano da quanti lo circondano. Che, con l’aria di volergli bene, stanno a poco a poco trascinandolo in un bunker che quello di Gheddafi al confronto è Disneyland. Il più perfido è Littorio Feltri, che si sta esercitando in un giochino davvero crudele: far credere ai lettori del Giornale che Silvio non è più lui perché ostaggio delle forze del Male che lo costringono a sbagliare tutto. Un po’ come Aldo Moro, che si descrisse nelle sue lettere dalla prigionia “sotto il dominio pieno e incontrollato dei terroristi”. Solo che qui, per fortuna, non ci sono di mezzo le Br che sparano mitragliate, ma ministri e alleati che sparano c… Lo condizionano, lo intortano, lo subornano, lo ingannano e lui, poveretto, subisce e obbedisce. Come un bambino tonto o un vecchietto rinco.

L’altroieri titolone del Giornale: Quello che Silvio non può dire. Sommario: “È costretto a sopportare politici e politicanti, deve difendere la manovra di Tremonti e convincere Bossi sulle pensioni”. Ieri, titolone-bis sulla Libia: “Chi obbligò Berlusconi ad attaccare Gheddafi”. Sommario: “Le manie di grandezza di Sarkozy, che voleva mettere le mani sul petrolio, l’interventismo di Napolitano che ha contagiato la sinistra. Così l’Italia è entrata in guerra”. Poi c’è la manovra finanziaria, che com’è noto gli è stata imposta da Sarkomerkel, Banca europea e Bankitalia. E il lodo Alfano? Fu il temibile Alfano a imporglielo a viva forza: fosse stato per lui avrebbe lasciato perdere e si sarebbe lasciato processare come un agnellino. E la ex Cirielli che mandò in prescrizione un bel po’ di suoi reati? Dev’essere stata la Spectre a infilarla tra il lusco e il brusco in una legge-quadro sulle zampe dei pinguini. E la controriforma del falso in bilancio, che gli cancellò cinque processi? Fu senz’altro opera dei venusiani: poi dicono che gli extraterrestri non esistono. Idem per la leggina che ha consentito a Mondadori di chiudere con 8,6 milioni un contenzioso da 176 con l’Agenzia delle Entrate: l’ennesimo scherzetto dei poteri forti.

Il guaio è che, tolte le leggi e le scelte suddette, regolarmente imposte dai soliti cattivoni che gli vogliono male, non resta null’altro. Già, in 17 anni B. ha fatto pochissimo. Ora apprendiamo pure che quel pochissimo non è merito suo. A questo punto qualche elettore normodotato, ove esista, potrebbe domandarsi: ma allora che l’abbiamo votato a fare? Se il capo del governo “non può dire” né fare nulla e persino un cadavere ambulante come la sinistra riesce a costringerlo ad attaccare la Libia e a metter tasse su tasse, a che ci serve B.? Oppure, variazione sul tema: se l’uomo più ricco d’Italia, con tutte quelle tv e quei giornali e quelle aziende e quel potere in Parlamento e fuori non riesce a muovere un passo, non sarà mica rinc…?

Infatti quella iena di Feltri aggiunge che, dal ’94 a oggi, “la politica gli ha procurato un sacco di guai. Specialmente giudiziari”. E domanda, con mirabile coerenza: chi glielo fa fare di “tentare di governare un Paese ingovernabile”? Perché “non si gode l’impero costruito con tanta fatica, anziché vivere a Roma, frequentare omuncoli e ominicchi, misurarsi con la feccia dei partiti… parlare con Cicchitto… dibattere delle pensioni con Bossi che non ha mai lavorato” in vita sua? “Chiunque nei panni del Cavaliere si sarebbe dimesso un migliaio di volte” o avrebbe “messo mano alla fondina della pistola”. Invece “lui prosegue imperterrito”, mentre “sarebbe più sereno se rinunciasse a governare l’Italia”. Ecco, Cavaliere: è proprio sicuro che Feltri, dipingendola come un vecchio rincoglionito che si fa dare la linea dal primo che passa, stia ancora dalla sua parte? Non è che, sotto sotto, quando La invita alle dimissioni, vuole vederLa in galera? Lei ci dirà: ma anche voi volete vedermi in galera. Certo. Ma noi almeno lo facciamo gratis.

Monday, August 22, 2011

Rimini, il meeting degli evasori - 22 agosto 2011


Testo:

Buongiorno a tutti,
bentornati, ben ritrovati dopo questo periodo di vacanza, almeno da parte mia, spero anche da parte di molti di voi.

Le mani nelle tasche degli italiani ladri
Sono successe molte cose, nel frattempo, oggi vorrei parlare, per quel poco che ne capisco, di manovra economica Nella giornata nella quale si festeggia la caduta di un tiranno, Gheddafi, beati libici, speriamo che presto tocchi al nostro Gheddafi, quello che baciava il Gheddafi libico fino a pochi mesi prima dell'inizio della rivolta.
Ieri poi il Presidente della Repubblica Napolitano, scamiciato, si è recato al Meeting di Rimini a benedire quest'aria di nuovo inciucio con tutti gli uomini delle banche, delle aziende statali e parastatali in prima fila, che poi sono gli sponsor del Meeting di Rimini e che si spellavano le mani essendo fra i protagonisti del disastro, non solo della finanza a causa della speculazione, ma anche dell'economia reale del nostro Paese.
C'era persino Marchionne, questo genio dell'industria che purtroppo non riesce a vendere le macchine e disgraziatamente è responsabile di un'azienda che fino a prova contraria si chiama Fabbrica Italiana Automobili Torino.
Il Presidente della Repubblica, come se fosse un marziano sceso in terra all'improvviso da pochi giorni, ha ammonito, tra le ovazione dei ciellini che hanno sempre applaudito in questi ultimi vent'anni chiunque gli venisse portato, se gli portavano Jack lo Squartatore lo applaudivano, quindi figuriamoci Napolitano non è certamente Jack Lo Squartatore né qualcosa di paragonabile ma per dire che hanno applaudito comunisti, anticomunisti, filoisraeliani, filoarabi, cattolici, atei... l'importante è che andassero a rendere omaggio e a baciare la sacra pantofola ciellina. “Da quando l'Italia e il suo debito pubblico sono stati investiti da una dura crisi di fiducia e da pesanti scosse e rischi sui mercati finanziari, siamo immersi in un angoscioso presente – dice il Capo dello Stato sceso da Marte, appunto – nell'ansia del giorno dopo, in un'obbligata e concitata ricerca di risposte urgenti.” Poi fendenti al governo, all'opposizione, “a simili condizionamenti e al dovere di decisioni immediate, non si può naturalmente sfuggire, ma non troveremo vie d'uscita soddisfacenti e durevoli, senza rivolgere la mente al passato e lo sguardo al futuro”.
Applausi, Conti, Passera, Marchionne, Enrico Letta, Maurizio Lupi ecc. ecc., la ministra Bernini, poveretta. “Dinanzi a fatti così inquietanti, davanti a crisi gravi, bisogna parlare il linguaggio della verità – ha insistito il nostro marziano Napolitano – il linguaggio della verità non induce al pessimismo ma sollecita a reagire con coraggio e lungimiranza.” Applausi scroscianti, ovazioni, gente che si strappava i capelli. “Abbiamo noi in Italia parlato in questi tre anni il linguaggio della verità? Abbiamo fatto abbastanza tutti noi che abbiamo responsabilità verso le famiglie e nei rapporti con le giovani generazioni? Stiamo attenti: dare fiducia non significa alimentare illusioni. Non si dà fiducia e non si suscitano le reazioni necessarie minimizzando, sdrammatizzando, i nodi critici della realtà ma guardandovi in faccia con intelligenza e con coraggio”.
Forse se l'avesse detto tre anni fa, quando Berlusconi negava la crisi, anzi sosteneva che era colpa di Annozero, che se Santoro non ne avesse parlato la crisi non ci sarebbe stata... ecco forse dirle tre anni fa, queste cose, al governo, forse evitare di firmare qualche legge vergogna e sollecitare qualche legge che venisse incontro ai pericoli che la crisi costituiva per il nostro Paese, forse sarebbe stato più produttivo che non andare a piangere sul latte versato, anzi peggio, a fare il mea culpa battendo il petto degli altri, anziché il proprio.
Perché Napolitano non è arrivato da Marte, naturalmente, Napolitano è in politica da diciamo sessant'anni, per essere avari? E' stato Presidente della Camera, è stato uno dei maggiori dirigenti del PCI, poi del PDS, poi dei DS. E' il Presidente della Repubblica mica da ieri, da cinque anni.
Ha sottoscritto, con il suo avallo, tutte le leggi che sono state varate in questi anni, ha nominato tutti i ministri che sono responsabili di quell'avere diffuso illusioni che ha denunciato ieri, ha messo la sua firma sotto la nomina della squadra di governo che oggi i mercati ma anche i cittadini dotati di un minimo di raziocinio, ritengono inaffidabile.
Ogni tanto ha fatto un po' la faccia storta, tipo quando gli hanno sottoposto il ministro Romano, indagato per mafia, oggi Romano è praticamente imputato perché il GIP ha ordinato l'imputazione coatta alla Procura della Repubblica che ha chiesto il rinvio a giudizio, quindi Romano ministro delle risorse agricole è imputato di concorso esterno in associazione mafiosa, e partecipa ai vertici per risolvere la crisi e per fare la manovra, partecipa a scrivere la manovra, dà consigli, interviste, siede al tavolo coi sindacati, insieme agli altri ministri economici.
Quella nomina non spetta al Presidente del Consiglio, ma al Capo dello Stato. Il presidente del Consiglio indica dei nomi e il Capo dello Stato può nominarli oppure può rimandarli indietro.
Non risulta che sia stato rimandato indietro e non risulta che quella nomina sia stata revocata nel momento in cui, addirittura, il ministro, primo caso nella storia pur disgraziata del nostro Paese, un ministro in carica viene imputato di mafia.
Quindi, meno male che Napolitano ha scoperto il debito pubblico, l'evasione fiscale. Lo scudo fiscale secondo voi chi lo ha formato, quando è stato presentato come decreto nel 2009, il secondo anno del terzo governo Berlusconi? L'ha firmato Napolitano. Il Fatto Quotidiano, appena nato, fece una petizione, raccolse 50.000 o 60.000 firme per chiedere al Presidente della Repubblica di non firmare lo scudo fiscale. Fu firmato e adesso lo stesso che ha firmato lo scudo fiscale ci viene a dire che c'è un problema di evasione fiscale? Lo sappiamo, hai firmato lo scudo!
E ancora: il debito pubblico. Il debito pubblico non è mica il peccato originale, non ce lo portiamo mica dalla nascita. Il debito pubblico nasce con certe politiche, negli anni '80, le politiche di Craxi, Andreotti, Forlani e di quelli che sostenevano il Craxismo. Chi era il leader della corrente del Partito Comunista che voleva fare l'alleanza con Craxi? Napolitano. Chi è che attaccò Berlinguer quando parlò di questione morale facendo infuriare Craxi che ovviamente se ne sentiva toccato? Napolitano, il capo dei miglioristi filosocialisti e filocraxiani. Quindi, forse, il petto sarebbe bene ciascuno cominciasse a batterlo su di sé e non sugli altri.
Ma, detto questo, la manovra sta approdando in Parlamento e praticamente del decreto che è stato varato dal Governo con la firma di Napolitano i giorni della burrasca finanziaria poco prima di ferragosto, non c'è più traccia. Quasi tutti i capisaldi di quella manovra stanno saltando perché coloro che li avevano fissati si sono nel frattempo pentiti di fronte all'impopolarità delle misure che avevano adottato. Per cui, la supertassa per chi dichiara oltre i 90.000 euro pare che Berlusconi non la voglia più mettere, i tagli dei comuni, dei piccoli comuni, pare che la Lega non li voglia più, il sacrificio delle famose 38-39 provincie si sta riducendo a lumicino perché è rinviato a quando ci sarà un nuovo censimento e nel frattempo le provincie stanno cercando accorpamenti per salvarsi quasi tutte. I sacrifici chiesti agli Statali, ovviamente, fanno perdere altri voti e quindi si cerca di limarli, e così vengono fuori nuove proposte.
Anticipare la riforma delle pensioni che allunga l'età pensionabile e che era prevista per circa fra dieci anni, oppure abolire tutte le provincie anziché soltanto qualcuna, oppure ritassare con un contributo di solidarietà, i capitali che sono rientrati grazie allo scudo fiscale ma i cui titolari hanno dovuto pagare, due anni fa, quel misero 5% che comunque era già un enormità rispetto al precedente del 2002 dove addirittura si fecero i capitali sporchi o evasi dall'estero pagando il 2,5%.
Tutte proposte di cui si parla sui giornali per fare un gran casino, ma che non hanno nessuna possibilità di essere varate perché sono quelle giuste. Alzare l'età pensionabile in un Paese sempre più vecchio che ha l'età pensionabile più bassa d'Europa è evidente che è da fare subito, non fra dieci anni, escludendo ovviamente i lavori usuranti, ci mancherebbe altro, ma il problema nostro sono le pensioni baby, vecchio serbatoio di clientelismo insieme a quelle false di invalidità.
L'abolizione di tutte le provincie... come si fa ad abolire i piccoli comuni? Sono il cuore pulsante dell'Italia delle famose cento città: questi pur di non abolire le provincie voglio abolire i piccoli comuni, che ovviamente sono in rivolta non per mantenere le cadreghe perché nei piccoli comuni gli emolumenti sono pari a quasi zero, non si risparmierebbe quasi nulla nei tagli alla casta che erano auspicati, mentre tagliando le provincie si risparmierebbero strutturalmente ogni anno chi dice 13, chi dice 15, chi di più miliardi di euro all'anno.
E chiedendo un altro contributo ai titolari dei capitali scudati ad appena il 5% si guadagnerebbero un sacco di soldi. Si tratta semplicemente di scegliere se mettere le mani nelle tasche degli onesti o metterle nelle tasche dei disonesti.
C'è un fortunato slogan del Cavaliere che lo ripete come un mantra da 17 anni: “noi non mettiamo le mani nelle tasche degli Italiani” come se ci fosse qualcosa di male nel fatto che lo Stato chiede ai cittadini di contribuire in proporzione a quello che hanno al bene pubblico, anche al bene dei medesimi che contribuiscono.
Il compianto Padoa Schioppa disse: “il concetto delle tasse è bellissimo” perché chi ha di più contribuisce di più, questa è educazione civica. Non disse le tasse sono bellissime per come sono organizzate iniquamente in Italia, disse il concetto di tassa, di imposta è bellissimo, quello sul quale si fonda uno Stato, una comunità. Mettere le mani delle tasche degli italiani è un dovere dello Stato, non è una rapina. Berlusconi ci ha fatto credere che sia una rapina perché nel suo retropensiero mettere le mani nelle tasche degli italiani significa fare una cosa equa e le cose eque a lui non piacciono, perché lui non vuole mettere le mani nelle tasche dei ladri, degli evasori, perché lui e le sue aziende sono celebri per avere più volte eluso o addirittura evaso le tasse, vedi tutti i condoni che hanno fatto e vedi la legge per Mondadori che l'hanno scorso ha potuto chiudere pagando 8 milioni di euro un contenzioso con l'agenzia delle entrate che durava da vent'anni e che di euro gliene chiedeva 176 milioni, non 8.
Senza contare un altro contenzioso che Berlusconi ha con Mediolanum con l'agenzia delle entrate e la guardia di finanza che gli chiedono 282 milioni di tasse in più di quelle che hanno pagato sostenendo che hanno esterovestito delle attività trasferendole su una società irlandese, trasferendo attività in Irlanda, dove la tassazione è evidentemente più vantaggiosa.
Questo è quello che pensa lui quando dice “non metteremo le mani nelle tasche degli italiani”. Se esistesse un'opposizione dovrebbe controbattere dicendo “Noi vogliamo che metti le mani nelle tasche degli italiani ladri. Questo devi fare. Mettere le mani nelle tasche degli italiani ladri”. E come si fa? E' semplicissimo.
Si va a vedere quanti soldi guadagnano i ladri, parlo dei ladri naturalmente che si macchiano di reati finanziari ed economici, noi dei ladruncoli da strada. I ladruncoli da strada vanno messi in galera come tutti i grandi ladri, ma mentre contro il furto per le strade non c'è altro modo se non quello di acchiappare i ladri e di migliorare le attività repressive e punitive o anche preventive, contro i grandi ladri ci sono molte cose da fare perché in questi anni sono state fatte leggi che li hanno favoriti, quindi vanno smantellate e vanno come sempre si fa quando c'è un'emergenza criminale aumentate le pene. Quando c'è l'emergenza incendi si aumentano le pene per quelli che incendiano i boschi, quando c'è l'emergenza stupri si aumentano le pene per gli stupratori, quando c'è l'emergenza furti si aumentano le pene per i ladri. Il ladro che ruba il portafoglio o che svaligia l'appartamento può essere condannato a pene che arrivano fino a vent'anni di reclusione. Uno che ruba falsificando i bilanci o facendosi corrompere o evadendo il fisco rischia in concreto pene di un anno e mezzo, due anni, due anni e mezzo. Tutte esenti da carcere, sia preventivo sia dopo la sentenza. Che effetto deterrente possono avere pene del genere? E' evidente che come si fa per i piromani, per gli stupratori, per i ladri di strada, per gli immigrati che delinquono anche soltanto immigrando, bisogna aumentare le pene.
E noi abbiamo fatto una proposta, lo scorso anno sul Fatto Quotidiano, per un'organica legge anticorruzione che copriva anche altri tipi di reati finanziari.
Primo: ratificare finalmente la convenzione penale del Consiglio D'Europa del 1999 sottoscritta anche dal nostro Paese come da tutti gli Stati membri e mai ratificata dal nostro Parlamento. Perché non la vogliono ratificare? Mica perché se ne dimenticano, perché contiene degli impegni di punire severamente anche dei reati che in Italia non sono previsti come reati, e che sono diffusissimi. Sono i reati delle cricche: traffico di influenze illecite, autoriciclaggio, corruzione fra privati.
Oggi in Italia se il capo dell'ufficio acquisti di un'azienda privata prende le stecche dal fornitore per dare sempre a lui le forniture così la sua aziende ci rimette perché prende le forniture non dall'azienda più conveniente ma da quella che paga le mazzette al capo ufficio acquisti, visto che tutto si svolge all'interno di un'area privata non è punibile. In altri Paesi sì, per questo negli altri Paesi le aziende vanno mediamente meglio che le nostre: anche per questo.
Da noi non è reato l'autoriciclaggio: io commetto un reato, intasco il bottino, mi riciclo da solo il bottino, me lo ripulisco, me lo lavo con attività di riciclaggio, se il riciclaggio della refurtiva mia lo faccio io non è reato, se invece me lo fa un altro è reato di riciclaggio. Vi sembra normale una cosa del genere? Vi sembra normale che uno che ricicla una tangente che ha ricevuto non risponde di autoriciclaggio? Vi pare normale che uno che ricicla i proventi delle sue evasioni fiscali non risponda di autoriciclaggio, mentre se lo fa fare a un altro quell'altro ne risponde? E' una follia. Noi non abbiamo l'autoriciclaggio, pensate l'autoriciclaggio mafioso: i mafiosi che si riciclano in attività lecite i proventi del traffico di droga o delle estorsioni, del pizzo o di altri traffici da armi a rifiuti tossici. Se lo fanno in proprio è autoriciclaggio e in Italia non è punito. Non ratifichiamo la convenzione e non puniamo l'autoriciclaggio da 12 anni, nel frattempo son passate maggioranze di destra e sinistra. Era il 1999 quando gli Stati Membri del Consiglio d'Europa hanno approvato quella convenzione, persino il Vaticano e la Russia hanno ratificato la convenzione di anticorruzione, noi no
Allo stesso modo il traffico di influenze illecite: quando uno spendendo il proprio nome e il proprio potere promette di intervenire a vantaggio di questo e di quello, per favorirlo. Anche questo non è reato in Italia, il traffico di influenze illecite è reato in tutti i Paesi seri.
Questa è la prima cosa da fare, la seconda è ripristinare il reato di falso in bilancio, che ora è una burletta, impunibile e improcessabile dal 2002.
Terzo riformare la prescrizione, che falcidia soprattutto i processi ai ricchi che hanno avvocati importanti e possono pagarli anche per molti anni pur di ottenere l'impunità alla fine. La prescrizione deve fermarsi al momento della richiesta del rinvio a giudizio: quando il PM esercita l'azione penale niente più prescrizione. Il processo se inizia finisce, così non c'è più aspettativa di farla franca.
Perché uno dovrebbe aspettare vent'anni per essere condannato se è colpevole? Nel frattempo paga le parcelle dell'avvocato, tanto vale patteggiare subito, restituire il maltolto, prendere qualche sconto di pena e levarsi dalle palle.
Rilanciare di nuovo le proposte che la commissione Mastella. L'unica cosa che ha fatto di buono nella sua vita quand'era ministro della giustizia fu una commissione per una giustizia che si autofinanziasse, recuperando più facilmente il bottino dei vari reati e rimettendolo in circolazione per il migliore funzionamento della giustizia, per pagare i poliziotti, le intercettazioni, gli agenti penitenziari, per costruire nuove carceri. Una giustizia che si autofinanzia recuperando il bottino dei reati che riesce a scoprire e a perseguire. In questa commissione c'erano teste come Davigo, Greco, i magistrati di Mani Pulite. Avevano messo anche una proposta interessantissima: se fai ricorso in appello e in cassazione e si scopre che il tuo ricorso era infondato e l'hai presentato solo per perdere tempo e arrivare alla prescrizione, ci deve essere un filtro, ci devi rimettere qualcosa se fai appello pretestuosamente per perdere tempo e far spendere soldi e tempo alla giustizia. Cauzione. Fai appello, metti una cauzione; se ti danno ragione o si stabilisce che c'erano elementi perché tu presentassi appello o ricorso allora la cauzione te la riprendi. Se il giudice stabilisce che l'appello non stava né in cielo né in terra la cauzione la incamera la giustizia e la usa per funzionare meglio.
Queste sono proposte da recuperare perché fanno recuperare soldi, un sacco di soldi.
Pensate soltanto al fatto che in Italia ogni anno ci sono 80.000 ricorsi in Cassazione. Pensate se si mettesse una cauzione per ogni ricorso in Cassazione di 10 euro: sarebbero 800.000 euro all'anno che lo Stato incasserebbe. Se la cauzione fosse di 50 euro lo Stato incasserebbe 50 per 80.000... sarebbero addirittura 4 milioni di euro all'anno. Pensate quanti soldi. Tenete presente, per dare un parametro, che ogni anno le intercettazioni, tutte le intercettazioni che si fanno in Italia, costano circa 200 massimo 300 milioni di euro. Pensate soltanto con le cauzioni si finanzierebbero tutte le intercettazioni.
Quinto: riformare i reati fiscali con una legislazione all'americana. Triplicare le pene che oggi sono irrisorie. Pensate che il reato fiscale oggi è di due tipi: quello più diffuso che è la dichiarazione infedele prevede una pena massima di 3 anni, che in concreto si risolve in pochi mesi, in pochi giorni con tutti gli sconti e le attenuanti.
Il reato più raro, più difficile da commettere, la frode fiscale, prevede una pena massima di 6 anni. Il furto aggravato fino a vent'anni.
Quanti soldi può rubare uno con un furto aggravato? 20 anni di galera, pena massima.
Rispetto a uno che evade le tasse, 6 anni di pena massima con la frode fiscale, 3 anni con la dichiarazione infedele. Attenzione, perché questi sono reati, penalmente perseguibili, solo sopra le soglie di non punibilità istituite dal centrosinistra, una enorme area di franchigia per gli evasori che sotto le soglie non vanno in tribunali, ma risolvono davanti alle commissioni tributarie in via amministrative con multine che nessuno paga.
Sapete quanto sono le soglie? Perché sia reato la frode fiscale de superare i 50.000 euro di imposta evasa, cioè uno deve guadagnare più di 100.000 euro e non pagare una lira di quei 50.000 euro che dovrebbe pagare. Mentre per la dichiarazione infedele bisogna superare i 100.000 euro perché sia reato, guadagnandone tipo 200.000 e non pagando una lira. Voi capire che è quasi impossibile, lo fanno in pochissimi. Di solito si evade poco per volta oppure si evade soltanto una parte di quello che si è guadagnato. L'evasore totale non è così frequente, perché è più facile prenderlo.
Si è stabilito un meccanismo tale per cui è impossibile o quasi finire sotto processo e se si finisce sotto processo è quasi impossibile finire in galera, essere condannati in tempo prima che scatti la prescrizione, visto che tra l'altro gli accertamenti sulle dichiarazioni dei redditi vengono fatti due anni dopo, quindi quando il reato viene scoperto la prescrizione ha già cominciato a galoppare da due anni, quando inizia il processo è tutto prescritto. Ecco perché è così conveniente evadere, ecco perché evadono così tanti. Triplicando le pene e aumentando gli accertamenti ed abolendo le soglie di non punibilità è evidente che l'effetto deterrente sarebbe maggiore. Vedremmo gli evasori entrare in galera a frotte come negli Stati Uniti, dove ci sono interi penitenziari pieni di gente che ha evaso le tasse e va in giro in tuta arancione e le catene ai piedi, e gli passa la voglia, a molti almeno.
Queste sono le cose da fare, queste sarebbero le cose da fare per mettere le mani nelle tasche dei ladri e non dei cittadini onesti.


Ritassare i capitali dello scudo fiscale
Poi c'è un ultimo particolare che ho accennato prima ed è la ritassazione dei capitali scudati. Perché ne parlo? Perché c'è un sacco di gente che ha letto i giornali o ha sentito in televisione alcuni soloni sostenere che non si può ritassare quei capitali perché lo Stato aveva fatto un patto con quegli evasori, gli aveva detto “se fai rientrare ti lascio anonimo, non ti chiedo come ti chiami, tu nella banca o nella finanziaria dove porti indietro i capitali lasci un pizzo del 5% sull'ammontare complessivo del capitale, il mediatore ti rilascia una dichiarazione che tu userai nel caso in cui ti venga un accertamento su quel capitale”.Adesso come fai a dire “ti chiedo un altro 15%”? Vìoli il patto. Vero, in un certo senso. Perché, invece agli statali a cui vengono bloccati i TFR non si vìola il patto? Quando hanno cominciato a versare i loro contributi per la pensione e quando hanno cominciato le loro aziende ad accantonare i loro TFR, chi gliel'aveva detto che poi gli sarebbe stato dato con ritardo e a rate? E se avevano programmato di comprare casa per il figlio e nel frattempo non ha i soldi per comprarsela e deve sposarsi, per esempio? Non è una violazione del patto? Solo che lì si vìola il patto con una persona onesta, e dall'altro si vìola tra virgolette il patto con un delinquente che ha evaso e che se l'è cavata pagando non l'aliquota massima del 43% ma quella minima del 5%.
Se patto si deve violare, meglio violarlo coi delinquenti che violarlo con le persone perbene, tanto per fare un esempio.
Ma non è vero nemmeno che si vìola il patto, e quindi non è vero che la norma è retroattiva quindi incostituzionale.
Lo spiega molto bene Maria Cecilia Guerra, economista che scrive sul sito lavoce.info che ha smontato tutte le obiezioni giuridiche alla proposta che ci porterebbe, voi capite, una vagonata di soldi, perché con lo scudo del 2009, poi prorogato nel 2010, sono rientrati circa 100 miliardi di euro di capitali. Lo Stato quanto ha incassato, rispetto ai 43 miliardi che avrebbe dovuto incassare più o meno con l'aliquota massima? Solo 5. Basterebbe tassarli di un altro 15% per incassare 15 miliardi, e comunque gli evasori pagherebbero, prima il 5 poi il 15 un totale del 20% cioè meno della metà di quello che avrebbero dovuto pagare se non fossero evasori, ci guadagnerebbero a strafottere, altro che lamentarsi per la violazione del patto.
“Non si svelerebbero i nomi degli evasori e non si violerebbe alcuno patto tra Stato e cittadini” sostiene la Guerra. Intanto basta presentarla come un contributo di solidarietà da richiedere a persone che noi sappiamo che ne hanno la possibilità, perché hanno fatto rientrare quei capitali.
E quindi gli chiediamo un contributo di solidarietà una tantum perché ci serve, per un anno per esempio. Per quest'anno. Quindici miliardi lì sul tavolo, voi capite che è un terzo della manovra, almeno di quella che hanno dichiarato di voler fare che è sui 40-45 miliardi, anche se poi è come la maglia bernarda che si allunga e si allarga, un terzo sarebbe già lì pronto.
Dopodiché basterebbe tagliare le provincie e avremmo l'altro terzo, dopodiché si potrebbe cominciare a mettere all'asta le frequenze televisive per i concessionari invece di regalarle ai soliti noti come vogliono fare con il trucchetto del beauty contest. Andate a cercare la proposta del PD e dell'IDV sull'asta delle frequenze che mi pare positiva e che farebbe guadagnare un altro sacco di soldi, per non parlare di quanti ne guadagneremmo, credo quattro, anticipando subito la riforma delle pensioni per non parlare di quello che guadagneremmo subito se si costringesse il Vaticano a pagare l'ICI almeno sui suoi alberghi e sulle sue attività commerciali. Nessuno vuole perseguitare la Chiesa, nessuno vuol fare anticlericarismo spicciolo, nessuno vuole negare i meriti che ha la Chiesa nel campo dell'assistenza e della solidarietà che vanno spesso a sopperire le mancanze dello Stato. Però se hai un ostello, se hai un albergo, se hai un'attività commerciale paghi l'ICI come tutti gli altri. Fai i sacrifici anche tu, come tutti gli altri.
E la manovra sarebbe fatta senza mettere un dito nelle tasche dei lavoratori onesti. Un dito.
Dice la Guerra: “Una nuova imposizione sui patrimoni illecitamente detenuti all’estero – regolarizzati con lo scudo del 2009-2010 in cambio di un’imposta “leggera” del 5 per cento – rappresenterebbe una vera inversione a U rispetto alle politiche fiscali del centrodestra. E, una volta tanto, ribalterebbe sui “furbi” parte dei pesanti sacrifici richiesti dalla manovra correttiva. Da più parti, però, vengono sollevate obiezioni sulla fattibilità dell’intervento. Che non sarebbe “costituzionale”, in quanto retroattivo; che romperebbe il “patto di fiducia” tra Stato e cittadini; che infrangerebbe la garanzia di anonimato offerta in cambio del rientro dei fondi (peraltro rimasti in buona parte all’estero). “Tassare nuovamente i capitali scudati sarebbe un’ipotesi legalmente non praticabile”, sostiene la Fodazione Italia Futura di Luca Cordero di Montezemolo, perché romperebbe “un patto, per quanto sbagliato, con i contribuenti” ”.
Naturalmente l'hanno ripetuto subito La Russa e i liberal del PD come Franco De Benedetti e Nicola Rossi. Tutte stronzate.
“Una nuova imposta del 18 per cento sui capitali scudati – in modo che la tassazione totale arrivi al 23 per cento, il primo scaglione Irpef – porterebbe nelle casse dello Stato ben 18 miliardi di euro, quasi l’intera manovra per il 2012. E potrebbe avere un ampio sostegno nel prossimo dibattito parlamentare sulla manovra. Pd e Idv la sostengono a spada tratta, ed è arrivato l’apprezzamento del leghista Flavio Tosi, che si è detto “favorevolissimo”, così come Carmelo Briguglio di Fli. Prima di accantonarla per presunte difficoltà insormontabili, allora, vale davvero la pena di vederci chiaro. Innanzitutto, anche con la nuova imposta è possibile rispettare l’anonimato garantito a chi ha aderito allo scudo fiscale”, spiega Maria Cecilia Guerra. “L’imposta può essere riscossa dagli intermediari finanziari che all’epoca hanno curato le pratiche per conto dei loro clienti, e che certamente ne conservano i documenti. Le carte dello scudo, infatti, possono essere opposte a eventuali accertamenti fiscali.”
E' la banca che ha ricevuto i capitali che dice: “Lo Stato mi incarica di prelevarti un altro 18%” La banca l'anticipa e si rivale su cliente, se lo stabilisce la legge si può fare.
“Non si tratterebbe neppure di una tassazione retroattiva” perché chiedi un nuovo contribuiti sui capitali che sai che sono stati depositati.
“L’adesione allo scudo può essere considerata semplicemente un indicatore di buone disponibilità patrimoniali - Io so che quei soldi li hai e su quelli ti chiedo il 18% - sulla base del quale si chiede al contribuente un ulteriore versamento.” Non c'è niente di retroattivo, te lo chiedo oggi per domani.
”La manovra contiene già il contributo di solidarietà sui redditi Irpef e l’addizionale Ires per le imprese energetiche, queste sì retroattive visto che vanno a toccare anche i redditi prodotti quest’anno, prima della manovra di agosto. Perché allora lo Stato dovrebbe farsi degli scrupoli in più per patrimoni frutto di evasione o peggio?”
“Andando a ben vedere, tra l’altro, il provvedimento varato dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti due anni fa (nonché nel 2002-2003) garantiva lo “scudo” non verso future imposte, ma “verso ulteriori accertamenti fiscali, che nessuno infatti propone di svolgere”
Nessuno ti fa accertamenti su quei capitali, però ci paghi il 18%.
Con questa manovra lo Stato rompe di fatto altri patti, ma non con gli evasori, con altri, con persone oneste anche perché c'è il TFR dilazionato o “magari qualcuno aveva progettato di comprare una casa al figlio con il Tfr, o di andare in pensione in un dato momento…”
Son tutti patti che si rompono, non è bello ma in emergenza lo Stato queste cose le fa. Deve decidere a chi farle, ai ladri o agli onesti?
A questo proposito concludo con un bellissimo articolo di Francesco Bonazzi sul Secolo XIX in cui si spiega che tutti i grandi scandali degli ultimi anni hanno riguardato persone che hanno fatto lo scudo fiscale, hanno portato in saldo i loro capitali grazie allo scudo Berlusconi-Tremonti-Napolitano.
Il rischio di favorire il riciclaggio, oltre che la corruzione, c’è sempre. Anche perchè quando si parla di scudo fiscale, molte banche vanno troppo di fretta. L’ultima relazione annuale dell’Uif, la struttura di Bankitalia che vigila sul riciclaggio, spiega che in occasione dello scudo fiscale 2009-2010 le banche hanno segnalato solo 688 operazioni sospette, pari allo 0,3% del totale.”
Tutte le altre, evidentemente, gente che portava la valigia coi contanti, non destavano sospetti.
”Ma basta leggere le carte delle ultime inchieste penali sui colletti bianchi, dalla P4 al caso Penati, per rendersi conto che ormai è un coro: «Signor giudice, io ho scudato…».
Rovinati dallo scudo – La prossima campagna pubblicitaria contro l’evasione andrebbe affidata alla dottoressa Raffaella Raspi, 48 anni, di Roma. Il 26 marzo scorso, davanti al gip, spiega così il buco da 170 milioni di euro scavato insieme al suo compagno Gianfranco Lande, meglio noto come il “Madoff dei Parioli”: «La verità è che siamo stati rovinati dall’ultimo scudo fiscale. Molti dei nostri clienti, quando si è trattato di valutare se accedervi, ci hanno detto “Io non le dico come e perché ho questi denari”. Ma i titoli in mano a questi clienti sono di difficile negoziabilità: fondi offshore, non quotati. Nel 2004 non sarebbe stata la stessa cosa, ma nel 2009 hanno scudato entro dicembre e dal primo gennaio 2010, in massa, hanno richiesto tutta la liquidità possibile».
L’indagine partì proprio dalle minacce di morte che alcuni “scudatori”, ritenuti vicini al clan Piromalli, rivolsero a Lande. Riebbero subito indietro 8 dei 16 milioni investiti, ma il falso broker andò a fare denuncia contro ignoti per minacce e insospettì gli investigatori. Le due banche attraverso le quali sono transitate queste centinaia di operazioni non hanno fatto alcuna segnalazione anti-riciclaggio all’Uif.
Comunque vada a finire l’inchiesta della procura di Napoli, un risultato a suo modo storico è già stato raggiunto: ha svelato il percorso finale della mazzetta tenuta per sé da Luigi Bisignani per smistare la maxi-tangente Enimont. Interrogato dal pm Henry John Woodcock il 28 marzo 2011, il lobbista racconta: «Un miliardo e mezzo di lire lo utilizzai nel 1991 per acquistare 4 case dai Salini e gli altri tre miliardi circa me li fece rientrare nel 2001 dalla Svizzera la commercialista Stefania Tucci, grazie allo scudo fiscale e attraverso un giro di società estere che lei utilizzava di solito».
Ma di scudo parlano anche altri due indagati di spicco come gli industriali Alfonso Gallo e Luigi Matacena, oggi grandi accusatori dell’onorevole Alfonso Papa. Gallo racconta ai pm che Matacena, oltre ad essere incappato nello scandalo della “Lista Falciani”, aveva fatto ricorso allo scudo del 2009 e ne aveva parlato allegramente in un pranzo offerto ad Adriano Galliani e a tre generali della Finanza. Matacena, sentito dai pm per secondo, si difende così: «Il mio nome compare nella lista Falciani, ma nel dicembre 2009 ho scudato circa 2 milioni e mezzo di euro che avevo su due conti alla Hsbc di Lugano e poi su un conto acceso alla Banca Zanardelli presso la quale ho fatto lo scudo».
Ma quando gli viene chiesto se avesse domandato consigli ai tre generali della Finanza presenti a quel pranzo (Adinolfi, Bardi e Zafarana), la risposta di Matacena è da manuale: «Non ho mai chiesto alcuna cortesia nè con riferimento allo scudo fiscale nè per altro ai miei amici della Gdf, anche perchè per lo scudo non mi sarebbe servito alcun aiuto, dal momento che è previsto dalla legge e basta pagare la sanzione».
Scudo rosso non avrai il mio scalpo – Con i soldi rientrati legalmente ci si può lanciare in tante avventure. Il 27 dicembre 2005, l’ex patron di Unipol Giovanni Consorte, condannato in primo grado a tre anni per la scalata Antonveneta, spiega che ha fatto dei soldi che gli arrivavano dagli affari con la Popolare di Lodi di Giampiero Fiorani: «Nel 2002 ho aderito allo scudo e ho fatto rientrare il denaro per un importo complessivo di 5.400.079 euro, presso l’Unione fiduciaria di Milano. Ho scudato anche i soldi di Casale come fossero miei».
Il riferimento è a Vittorio Casale, detto “l’immobiliarista rosso”, arrestato lo scorso 13 giugno per bancarotta fraudolenta.
Poi c’è l’imprenditore Piero Di Caterina, che insieme al costruttore Giuseppe Pasini accusa di corruzione Filippo Penati. A gennaio, quando il pm Laura Pedio gli chiede di spiegare come sarebbe stata costituita la maxi-provvista da oltre un milione di euro destinata al Pd milanese, Di Caterina racconta che «quei soldi erano su un conto lussemburghese e li abbiamo fatti poi rientrare nel 2003 in Italia». Come? «Con lo scudo fiscale», naturalmente.
Nei monumentali faldoni perugini dell’inchiesta “G8″ si scopre che almeno due protagonisti della Cricca avrebbero fatto ricorso allo scudo fiscale del 2009: il costruttore Diego Anemone e l’ex provveditore alle Opere pubbliche Angelo Balducci. E non si è lasciato scappare l’occasione dell’ultimo rientro legale di capitali neppure Lele Mora, sotto processo per il Ruby-gate e arrestato per bancarotta. Nelle carte scovate dai pm ci sono i movimenti del conto che l’agente delle starlette aveva presso la Bcc di Carugate Brianza. A gennaio 2009 gli addebitano due euro e cinquanta centesimi per «pratiche scudo fiscale». Mora vince sicuramente il premio “Scudo low cost”.


Ecco, voi a chi fareste pagare questa manovra, potendo? Come abbiamo dimostrato, si può.
Passate Parola.

Michela Vittoria Brambilla, la portoghese

Il Fatto Quotidiano, 22 agosto 2011

Avete presente la Brambilla? Ma sì, l’ex commerciante di mangimi per pesci divenuta ministro del Turismo. Quella delle consulenze agli amichetti suoi, col fidanzato ai vertici dell’Aci. Ecco, quella lì. Tenetevi forte: ha fatto causa al nostro giornale. Si accontenta di poco: un milione e mezzo. L’aspetto più avvincente della faccenda è che si fa difendere da un’istituzione pubblica, l’Avvocatura dello Stato, fingendo che il Fatto abbia attaccato il suo ministero e non lei. Così accolla le parcelle della sua difesa ai contribuenti. Lo fece già B. quando Piero Ricca gli diede del buffone, poi Ricca fu assolto e il conto delle spese legali lo pagammo noi.

L’Avvocatura fu costretta a difendere dinanzi alla Corte europea di Lussemburgo gli abusi del governo contro Europa7, cui lo Stato negava le frequenze per non toglierle a Rete4: quella volta, già che c’era, copiò intere pagine della memoria difensiva della parte privata Mediaset. Non si contano poi le volte in cui gli avvocati dello Stato han dovuto coprirsi di ridicolo davanti alla Consulta per difendere questa o quella legge ad personam, dunque incostituzionale. L’ultima fu per il lodo Alfano, che l’avvocato pubblico raccomandò di avallare perché sennò B. sarebbe tornato sotto processo e avrebbe dovuto dimettersi. Roba che nemmeno Ghedini e Pecorella avevano mai osato sostenere. La Consulta bocciò il lodo e non smise più di ridere. Usa a obbedir tacendo, anzi straparlando, ora l’Avvocatura dello Stato ci notifica un esilarante atto di citazione di 36 pagine firmato dall’avvocato Massimo Salvatorelli e dal viceavvocato generale Massimo Mari con una richiesta di danni che, se accolta, farebbe chiudere il Fatto. Motivo: la presunta “campagna di stampa” che avrebbe “gettato discredito in modo del tutto generico e immotivato sulla valenza e la concreta utilità e operatività” del ministero del Turismo. Poche righe più avanti, i due legali aggiungono che il Fatto “attribuisce al ministro una serie di fatti specifici”. Se ne deduce che l’avvocato Salvatorelli ha scritto le righe pari e il viceavvocato Mari quelle dispari, visto che riescono ad accusarci contemporaneamente di essere generici e specifici.

Ma il bello è che nessuno dei fatti raccontati viene smentito. È vero che MVB ha ingaggiato al ministero come consulenti un bel numero di suo amici ed ex collaboratori nella sua Tv delle Libertà (ovviamente fallita) e dai suoi Circoli delle Libertà (di cui s’è persa traccia). Ma lo fece – assicura l’Avvocatura – un po’ con procedure “paraconcorsuali” un po’ in base al suo “intuitus personae”: un fiuto da rabdomante. Il nostro delitto è stato scrivere che li ha “imbarcati” in “posti pubblici” (espressioni che denotano una pericolosa quanto “efficace arma dell’ironia”) e soprattutto mettere le virgolette all’aggettivo “esperti”, ingenerando nel lettore il dubbio che non fossero poi tanto esperti. Insomma, con questa “accattivante prospettazione” e con “argomentazioni capziose e suggestive” avremmo “insinuato” un “distorto uso della cosa pubblica a fini privati”. E qui avvocato e viceavvocato dello Stato hanno proprio colto nel segno. Solo che noi non abbiamo insinuato tutto ciò: l’abbiamo proprio affermato.

Noi siamo convinti, alla luce dei fatti denunciati, che la signorina Brambilla non sia adatta a fare il ministro e che i suoi consulenti servano a poco o a nulla. Questo però non è un delitto: si chiama diritto di cronaca e di critica, sancito dalla Costituzione. Le nostre inchieste infatti non miravano a “ledere l’immagine del ministero” né tantomeno “della presidenza del Consiglio” (già sufficientemente lesi da MVB e da B.), ma anzi a tutelare quelle istituzioni dai loro attuali occupanti. Ringraziamo comunque la ministra per aver confermato, con questa causa, la nostra convinzione: infatti, per difendersi dall’accusa di fare un uso privato della cosa pubblica, si serve di un’istituzione pubblica per una sua lite privata. A carico nostro. Del resto l’Avvocatura dello Stato ha sede a Roma in via dei Portoghesi. Quando la toponomastica diventa vocazione.

Thursday, August 18, 2011

Fave di fuco

Il Fatto Quotidiano, 18 agosto 2011

Non potendo giustificarsi col classico “a mia insaputa”, visto che un pizzino autografo lo inchioda, il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo spiega che, se avvicinò il giudice titolare della causa tributaria Mondadori, fu per pura “curiosità intellettuale”, anzi “dottrinaria”. Oltreché un noto gerundio, il Caliendo è anche un magistrato, dunque uomo di legge ma soprattutto di logge (P3). Ed è nota a tutti la passione di B. per gli studiosi di dottrina, specie se curiosi. Fu così che tre anni fa, non bastandogli l’ancora acerbo Al Fano, il Cainano glielo affiancò al ministero della Giustizia. E lui non deluse le attese.

Due anni fa il premier non dormiva la notte all’idea di dover pagare Veronica, De Benedetti e le tasse eluse nel 1991 con la Mondadori appena scippata all’Ingegnere. L’Agenzia delle Entrate chiedeva indietro 173 milioni e lui, pur avendo vinto in primo e secondo grado, era terrorizzato dalla Cassazione dove sedeva il giudice Altieri, osso duro per chi elude. Non potendo comprarselo come ai vecchi tempi, B. mobilitò tutta la truppa d’urto: Tremonti, che negli anni pari fa il ministro di B. e in quelli dispari l’aiuta a non pagare le tasse, firmò il controricorso; Ghedini chiese di trasferire la causa alle Sezioni unite sotto l’ala protettrice del primo presidente Carbone, ora indagato per la P3; un altro pitreista, il traffichino irpino Pasqualino Lombardi, si dava da fare con Carbone e con l’avvocato generale Fiumara, anche portando in dono damigiane d’olio (noto lubrificante); appositi servi in Parlamento preparavano una leggina per consentire a chi vince in primo e secondo grado di patteggiare in Cassazione col 5% della somma dovuta, uno scudo fiscale ad aziendam; e Caliendo avvicinò Altieri a un convegno per sapere che ne pensasse: avrà ragione la Mondadori o il fisco? Altieri fece il vago e, per evitare che si scordasse di lui, il sottosegretario dottrinario gli lasciò un pizzino-promemoria con gli estremi della causa e un numero di telefono. Se Altieri avesse anticipato che aveva ragione Mondadori, non ci sarebbe stato bisogno di sputtanarsi ulteriormente traslocando la causa alle Sezioni unite e varando l’ennesima porcata, anzi Mondadori avrebbe risparmiato pure il 5%.

L’altro ieri, interpellato dal Fatto che ha svelato il pizzino, Caliendo non si scompone: in effetti chiese un anticipo di sentenza ad Altieri, ma non perché ballassero 173 milioni di B.: questo mai, “non mi sarei mai permesso”, un uomo di legge e di dottrina come lui. È che all’improvviso – ah, le curiosità dei dottrinari! – gli era punta vaghezza di sapere, e subito, senz’aspettare la sentenza, se nel caso Altieri “ravvisasse un abuso del diritto”. Se sì, ci avrebbe scritto un trattatello dottrinario. Così, di getto, all’impronta. È più forte di lui: quando Caliendo sente odor di abusi del diritto, non c’è chi lo tenga. In ogni caso Altieri non anticipò il verdetto, Carbone gli scippò la causa, la maggioranza ebbe il tempo di approvare la legge pro Mondadori, il capo dello Stato la firmò e Silvio (pardon, Marina) sborsò 8,6 milioni anziché 173. Ora qualcuno potrebbe perfino sostenere che quelle curiosità dottrinarie siano lievemente incompatibili con la permanenza di Caliendo al governo.

Nel qual caso segnaliamo una promettente giovincella che, quanto a curiosità e a dottrina, nulla ha da invidiargli: Sabina Began, l’”ape regina” dei festini di B. L’altro giorno invita a pranzo l’on. Bocchino che, diversamente dall’Altieri con Caliendo, ci casca subito come un fuco, finendo paparazzato sui migliori rotocalchi gossipari e strillando poi alla “trappola” e “alla macchina del fango”. Interpellata dal Fatto sulle ragioni del suo interesse per il braccio (anzi l’alluce) destro di Fini, la Began spiega serafica: “Io vedo tanta tristezza nel mondo: guerra, odio, cattiveria. Silvio Berlusconi desidera solo pace intorno a sé. Per questo ho mediato con Bocchino, ma di mia spontanea volontà”. Curiosità pacifiste, direbbe Caliendo. Sottosegretaria alla Giustizia, subito.

Monday, August 15, 2011

Le mani sporche della sinistra - 15 agosto 2011



Testo:

Buongiorno a tutti, anche questo Passaparola è stato registrato il primo agosto perché mentre vi sto parlando, spero di essere ancora in vacanza.
Parliamo della nuova Tangentopoli, la nuova tangentopoli che coinvolte tutti i partiti, centro-destra e questo lo diamo quasi per scontato, anche se non è corretto darlo per scontato, perché altrimenti si finisce per indignarsi soltanto per le tangenti del centro-sinistra, ci sono tangenti di centro-destra molto più gravi di quelle del centro-sinistra, ma ci sono tangenti del centro-sinistra molto gravi, non fosse altro che per il fatto, al di là del merito delle vicende, che autorizzano il centro-destra a dire: non c’è ricambio perché chi potrebbe venire dopo è come noi!

Come nel 1992
Quindi questa nemesi che colpisce il centro-sinistra che sperava di raccattare il potere senza sforzo nel momento in cui Berlusconi sembrava finito e bollito, in realtà sta colpendo a doppio taglio sia la sinistra radicale di Vendola con il caso Tedesco, sia il Partito Democratico anche esse coinvolto nel caso Tedesco e poi soprattutto nel caso Penati intanto la Procura oltre a quella di Monza c’è anche la Procura di Milano che sta indagando e pare che ci siano imprenditori e professionisti, architetti, pentiti che stanno parlando davanti ai magistrati del nuovo sistema di Tangentopoli che si è ricostituito e che è molto simile a quello, molto più simile a quello del 1992, scoperto nel 1992/1993 di quello che si pensasse, perché è vero che, come dice Di Pietro la tangente si è ingegnerizzata ma è anche vero che ci sono pure storie di versamenti estero su estero, e storie di valigette, di denaro contante.
Perché nemesi? Perché bastava la legge che risolve il conflitto di interessi per mettere al riparo certi esponenti del centro-sinistra da tentazioni che poi diventano corruzioni, basta togliere il topo dal formaggio per ridurre sensibilmente e drasticamente la corruzione, nel conflitto di interessi, invece, chi ci guadagna in proprio si accontenta del suo guadagno di controllore e controllato insieme, chi invece non ci guadagna in proprio, ma viene utilizzato come topo nel formaggio per portare il formaggio anche a terzi, poi a sua volta si fa dare un po’ di formaggio per sé e ecco la corruzione, oltre al conflitto di interessi che è il punto di partenza mi spiego con due esempi: nel 2006 Vendola vince le elezioni, prima le primarie e poi le elezioni, diventando governatore eletto direttamente dal popolo pugliese, della sua regione e formando la sua Giunta sceglie come Assessore alla Sanità, Alberto Tedesco, quest’ultimo ha due figli e una moglie che sono titolari di due, in certi periodi addirittura tre aziende che producono protesi sanitarie o apparecchiature medicali, chi sono i clienti di queste aziende? Le A.S.L., oltre alle cliniche private convenzionate con le A.S.L., stiamo parlando di aziende che forniscono le aziende regionali sanitarie, che ricadono sotto il controllo e sotto la gestione dell’Assessore alla sanità, la sanità è la prima voce di bilancio di ogni regione, ogni anno spendiamo 105 miliardi di bilancio sanitario, una spesa che andrebbe controllata come faceva Padoa Schioppa che aveva iniziato a aprire i libri bianchi per vedere dove vanno tutti quei soldi e poter decidere dove tagliare oculatamente, chirurgicamente quella buona abitudine è stata immediatamente abbandonata da Tremonti e quindi la spesa sanitaria è tornata a impazzare, oppure è stata segata dai tagli orizzontali che finiscono per segare servizi utili per il cittadino nel settore sanitario.
Chi è l’unico che non dovrebbe diventare Assessore regionale alla sanità? Uno la cui famiglia ha delle aziende fornitrici della sanità regionale, perché? Perché è un conflitto di interessi clamoroso e invece Vendola sceglie proprio Alberto Tedesco come assessore regionale alla sanità. Tedesco in una trasmissione sul sito ilfattoquotidiano.it, dove ero presente a mia domanda ha raccontato che Vendola gli telefonò a mezzanotte la sera prima di presentare la Giunta e gli disse: “Tu devi fare l’assessore regionale alla sanità”. Tedesco all’epoca era rappresentante di partito che aveva due consiglieri regionali su 70, quindi non aveva alcuna aspettativa, alcuna speranza di poter ottenere un incarico che è il più importante incarico in Regione dopo il governatore, fu scelto lui e fu scelto dalla sanità, si sa che era molto amico di D’Alema, Vendola ha sempre fatto sapere che il nome di Tedesco era stato caldeggiato da D’Alema ma la responsabilità della scelta ricade comunque sul governatore eletto dal popolo, quindi la responsabilità è di Vendola che ha fatto molto male a assecondare i desideri di D’Alema se quelli erano i desideri di D’Alema.
Tedesco ha raccontato di avere fatto presente il suo conflitto di interessi e di avere detto Nichi “Non mi mettere in imbarazzo, ho i miei figli che hanno queste aziende nel settore sanitario, mettimi in un altro posto”, Vendola gli ha detto: “No, la risolviamo noi” e poi non l’hanno risolta perché come fai a risolverla? O la famiglia di Tedesco vende le aziende, e non le ha vendute, o Tedesco non fa l’Assessore regionale alla sanità, altrimenti il conflitto di interessi non si sana. Vendola ha fatto finta di niente e ha lasciato che le cose andassero avanti, finché Tedesco due anni dopo è stato indagato per corruzione, concussione, turbativa d’asta, accusato di avere favorito aziende familiari, tra l’altro che secondo la Procura, Tedesco lo contesta, avrebbero aumentato di molto il loro fatturato dal momento in cui Tedesco era diventato la volpe alla guardia del pollaio in cui c’erano, tra le galline i suoi figli, le aziende dei suoi figli.
Indagato si dimette, buono, ottimo! Ma nello stesso tempo viene mandato in Senato, da chi? Dal PD, nel frattempo era, da quel piccolo partito socialista che rappresentava, entrato nel PD e il PD lo manda in Parlamento con tutta l’aria di volergli garantire al salvacondotto, perché Tedesco rischiava l’arresto e allora cosa fanno? Prendono un parlamentare, un senatore De Castro, membro del comitato scientifico della fondazione italiani e europei di D’Alema e lo fanno eleggere al Parlamento europeo, si libera il posto in Senato, chi è il primo dei non eletti? Tedesco che quindi senza neanche passare di nuovo dalle urne, ascende alla carica di Senatore con immunità parlamentare, nel frattempo i magistrati completano l’inchiesta, molto lentamente devo dire e chiedono il suo arresto, anche perché sostengono che la sua veste di parlamentare gli consente di inquinare meglio le prove, evidentemente intimidendo testimoni o cose del genere con la sua carica di senatore, giusto o sbagliato che sia il mandato di cattura non importa. il G.I.P. lo decreta, Tedesco va arrestato, il riesame poi tramuta la richiesta di autorizzazione all’arresto in una richiesta di autorizzazione agli arresti domiciliari. Nel frattempo il Parlamento perde tempo e quando si vota, lo stesso giorno in cui si è votato a favore dell’arresto di Papa, il Senato a differenza della Camera su Papa, nega l’autorizzazione all’arresto di Tedesco che rimane senatore, sebbene lui stesso avesse detto “Autorizzate il mio arresto” quindi abbiamo un senatore che è in Senato che aveva chiesto il proprio arresto, ma ne non è stato accontentato, non riesce a arrestare un senatore neanche quando lo chiede lui di essere arrestato, cosa dovrebbe fare Tedesco per essere arrestato come aveva chiesto al Senato inutilmente? Dimettersi da senatore, perde l’immunità e viene immediatamente mandato agli arresti domiciliari, lui ha detto che non lo fa, si è dimesso dal PD.


I topi nel formaggio
Colpa del PD che l’aveva portato lì? Colpa di Vendola che l’aveva scelto come assessore alla sanità, se non fosse stato messo il topo nel formaggio, il topo non avrebbe mangiato il formaggio o meglio non sarebbe stato accusato di avere mangiato il formaggio, quindi anche i guai giudiziari di Tedesco rimontano alla scelta sbagliata di Vendola, dell’ignorare il suo conflitto di interessi e la scelta sbagliata di Tedesco di non dire: “Se non mi metti un altro assessorato, rinuncio all’assessorato alla sanità”, errore di Tedesco, di Vendola, del PD!Dimostrazione di menefreghismo totale dei conflitti di interesse, dimostrazione che non hanno risolto il conflitto di interessi di Berlusconi, non perché se ne sono dimenticati o perché non ci sono riusciti, ma perché non gliene frega nulla del conflitto di interessi, perché anche loro obbediscono a questa Costituzione non scritta che è in Italia il conflitto di interessi, destra e sinistra, purtroppo!
Dopo che Tedesco ha detto: “Vendola mi ha detto: fai l’Assessore alla sanità e solo quello e gli ho detto: c’è un conflitto di interessi mettimi in un’altra delega e lui mi ha detto: no fai l’assessore alla sanità”, abbiamo chiesto noi de Il Fatto Quotidiana a Vendola di rispondere, ma Vendola ha detto: “Non rispondo” e quando un giornalista gliel’ha chiesto in un incontro pubblico a Amalfi, Vendola ha risposto “Di Tedesco non parlo, parliamo di Milanese e di Tremonti” come se lui c’entrasse qualcosa, è comodo parlare degli scandali degli altri, invece dovresti parlare di uno scandalo che nasce da una tua scelta errata, Vendola non parla di Tedesco che è un nervo scoperto, evidentemente perché dovrebbe spiegare come anche la cosiddetta sinistra radicale in questi anni se ne sia infischiata e abbia sguazzato nei conflitti di interessi. Dunque a maggior ragione per il fatto che non risponde, Vendola non è il candidato giusto per succedere a Berlusconi e per cominciare finalmente una dura lotta ai conflitti di interessi che in Italia come nel mondo provocano terremoti finanziari, fanno costare di più le cose i conflitti di interesse, a quanto ammontano le tariffe dell’autostrada di Gavio? Legato mani e piedi al centro-sinistra? A quanto ammontano i costi delle opere pubbliche se poi quelli che le devono realizzare devono pagare soldi ai politici? I conflitti di interessi e la corruzione fanno esplodere la spesa pubblica e mandano in bancarotta i paesi, purtroppo non è adatto a fare il candidato del centro-sinistra per succedere a Berlusconi neanche Bersani e l’abbiamo fatto presente quando è esploso lo scandalo Penati e lo scandalo Pronzato in un precedente Passaparola abbiamo parlato di D’Alema e della sua abilità diabolica nello scegliersi sempre i collaboratori sbagliati che poi finiscono regolarmente sotto inchiesta o addirittura in carcere, abbiamo fatto delle domande anche a Bersani, quest’ultimo non ha commesso reati, non risulta, non lo penso, ha però un concetto dei rapporti tra politica e affari che è nel pieno della cultura del conflitto di interessi, quando era Ministro delle attività produttive, anche se si chiamava in un altro modo, nel primo Governo Prodi, lo dice lui stesso, si ritrova tra i consiglieri del Ministero e lo conferma, un certo Pronzato, Franco Pronzato, dopodiché Bersani lascia il governo quando cade il Governo Prodi, torna al governo nel 2001, sempre alle attività produttive che si chiamano finalmente così, Pronzato in quegli anni diventa il responsabile del PD, quando poi nasce il PD, quindi stiamo parlando di due anni dopo, nel 2008 per il trasporto aereo e contemporaneamente consigliere di amministrazione dell’Enac che è l’ente che controlla i voli, un ente pubblico, possibile che un dirigente di partito con un incarico, proprio nel settore dei voli, faccia anche il Consiglio di Amministrazione di un’azienda pubblica che deve controllare i voli? Conflitto di interesse, il topo nel formaggio, anche in questo caso mangia il formaggio, cosa succede? Lo arrestano poche settimane fa per una tangente, è accusato di avere preso una tangente da una azienda di un certo Paganelli che possiede aerei e che quindi è interessata a gestire delle rotte aeree, era interessata a gestire la rotta tra la Toscana e l’Isola d’Elba, quella che i toscani aspettano per evitare di dover prendere il traghetto ogni volta che devono andare all’Elba, poter prendere un aereo da Pisa o da Firenze, per questa tratta si candida l’azienda di questo Paganelli e chiede un aiuto per avere questa tratta per essere raccomandato presso l’Enac, a chi si rivolge? A quello che procaccia i finanziamenti alla Fondazione italiani e europei, il braccio destro di D’Alema, un certo Morichini che è quello che ha venduto la seconda barca a D’Alema, al quale poi D’Alema ha intestato anche la barca per un certo periodo. Morichini procura soldi, finanziamenti alla Fondazione di D’Alema, l’abbiamo scoperto da questa indagine perché i finanziatori di italiani e europei restano tutt'ora segreti per ragioni di privacy, dice D’Alema.
Paganelli finanzia la Fondazione italiani e europei, Paganelli offre dei passaggi aerei sui suoi aerei a D’Alema gratis, Paganelli paga una tangente a questo Morichini della Fondazione italiani e europei, amico di D’Alema perché Pronzato gli dia una mano all’Enac, Pronzato si spartisce la tangente con Morichini, si prendono 20 mila Euro a testa, Pronzato viene arrestato e adesso ha chiesto di patteggiare la pena, quindi se non è un’ammissione di colpa, se uno patteggia è perché ha qualcosa da nascondere, perché altrimenti patteggiare una pena detentiva? Se non fosse stato nominato all’Enac quel dirigente di partito, ex consigliere di Bersani al Ministero, non avrebbe potuto favorire nessuno all’Enac e quindi nessuno gli avrebbe offerto tangenti e lui non avrebbe preso tangenti e il PD si sarebbe risparmiato uno scandalo. Ecco la nemesi, ignorando il conflitto di interessi di Berlusconi volevano proteggere i loro conflitti di interessi e adesso che speravano di raccattare il potere dalle mani di Berlusconi, si ritrovano inquisiti nei loro principali collaboratori e screditati perché certamente chi ha fatto queste scelte dovrà pure risponderne, esattamente come Bersani deve rispondere della scelta di Penati, che nel 2009 quando Bersani diventa segretario del PD, Penati diventa capo della sua segreteria, Penati era stato trombato alle elezioni provinciali, non era stato riconfermato Presidente della Provincia di Milano e infatti è stato poi mandato al Consiglio regionale, ha perso le elezioni provinciali per la riconferma, ha perso le elezioni regionali contro Formigoni, faceva fino a una settimana o due fa, il Vicepresidente del Consiglio regionale perché è diventato comunque consigliere, adesso si è dimesso perché è indagato per corruzione, concussione e altri gravissimi reati, accusato di avere chiesto e preso tangenti per vari milioni di Euro per sé e per il partito e ci sono intercettazioni, bonifici, memoriali di imprenditori anche a lui vicinissimi che dicono che queste cose sono vere, non voglio sapere per il momento lo stabiliranno i giudici quali di queste tangenti sono vere e quali non sono vere, può darsi che siano vere tutte, può darsi che non sia vera nessuna, certamente è molto difficile che non sia vera nessuna perché i riscontri cominciano a essere numerosi e incrociati, ma lasciato perdere l’aspetto penale che spetta ai giudici affrontare, il problema è politico, si poteva sapere che Penati aveva uno strano modo di rapportarsi agli affari? Si poteva sapere, si poteva sapere per quello che abbiamo detto nell’altro Passaparola, perché indagando sullo scandalo della Milano Serravalle che contrapponeva Albertini Sindaco di Milano, Ombretta Colli Presidente della Provincia prima di Penati e il gruppo Gavio, soci tutti dell’autostrada Milano – Genova, la famosa Serravalle, si era scoperto che in seguito alla Colli se ne era occupato in un certo modo anche Penati penalmente non c’era niente di rilevante, ma sicuramente si era scoperto che Penati aveva comprato una quota appartenente al gruppo privato di Marcellino Gavio, re delle autostrade, con i soldi dei milanesi, pagando delle quote il triplo di quelle che le aveva pagate Gavio un anno e mezzo prima, Gavio le aveva pagate poco meno di 3 Euro a azione, Penati le fece pagare ai milanesi quasi 9 Euro a azione, così Gavio mise in tasca una plus valenza di 176 milioni di Euro, mica male, era l’estate del 2005 e subito dopo nell’estate del 2005 investì 50 di quei milioni di plus valenza per sostenere la scalata dell’Unipol alla Bnl, la scalata di Consorte che oggi è sotto processo perché era una scalata illegale, è stata dei furbetti del quartierino, foraggiati di Gavio che aveva appena ottenuto dei soldi, grazie a Penati, soldi dei cittadini milanesi, un acquisto totalmente inutile soprattutto sovracosto anche se poi c’erano stati degli studi di audit che avevano avallato quel costo, ma certamente non potevano dire che la Provincia di Milano dovesse per forza accollarsi un altro 15% dell’autostrada Serravalle, visto che già controllava il 40% di quell’autostrada e non c’era bisogno che salisse al 55%.
Tutto ciò dimostra che questa operazione tra Penati e Gavio già denotava un rapporto malato tra politica e impresa, anche perché Gavio è uno che i politici non dovrebbero toccare neanche con una canna da pesca per un motivo molto semplice, l’abbiamo ricordato nel Passaparola perché il braccio destro di Gavio, Bruno Binasco è stato condannato per avere pagato un finanziamento illecito all’ex Pds tramite Greganti nella prima Tangentopoli, è un vecchio finanziatore del partito che poi ha cambiato nome, fare un favore così a uno che ha finanziato il tuo partito, non è una bella cosa, il problema qual è? E’ che la scalata Unipol è stata sostenuta pubblicamente e privatamente nell’estate del 2005 da tutto il vertice DS: D’Alema, Fassino, La Torre e anche Bersani e anche Bersani ha uno strano rapporto, secondo me malato, tra politica e affari perché nell’autunno 2004 il governatore Fazio racconta che andarono a trovarlo a Banca d’Italia Fassino e Bersani per raccomandargli di sostenere la fusione tra il Monte dei Paschi e la Bnl che poi un anno dopo ha tentato di scalare Unipol, puntavano una Bnl prima tramite il Monte dei Paschi, la banca rossa di Siena e poi tramite l’Unipol, l’assicurazione delle cooperative rosse, cosa ci vanno a fare Bersani e Fassino dal governatore della Banca d’Italia per caldeggiare una fusione bancaria? Cosa ci fanno un anno dopo a caldeggiare e a tifare per la scalata a una banca? E’ questo il compito dei politici? Conquistare banche o scrivere regole per la finanza e poi lasciare che le autorità terze vigilino sulle operazioni finanziarie togliendo le mani della politica dalla finanza? Se uno mette le mani rischia di bruciarsele e è quello che è successo a Bersani, anche perché Penati fa l’operazione con Gavio, raccomandato da Bersani, Gavio chiama Bersani per avere appuntamento con Gavio e vendergli quel 15% e Bersani chiama Penati mettendolo in contatto con Gavio, organizzando con un incontro pubblico, è giusto che il Presidente della Provincia incontri un costruttore di cui è consocio per le sue ragioni istituzionali in un’autostrada, lo riceve nel suo ufficio alla Provincia, fa un comunicato dicendo: oggi abbiamo ricevuto il Cavalier Gavio che ci ha prospettato questa operazione, la posizione della Provincia è questa, così si fa, nella trasparenza, invece si sono incontrati Penati e Gavio su appuntamento caldeggiato da Bersani in un albergo di Roma segretamente, nessuno l’avrebbe mai saputo se non ci fosse questa indagine.
Bersani ci ha detto: beh conosco Gavio perché ero Ministro delle attività produttive, no, nel 2004 quando prende l’appuntamento a Bersani con Gavio, governava Berlusconi, Bersani era un Europarlamentare, perché Gavio si rivolge a Bersani per parlare con Penati quando potrebbe benissimo prendere appuntamento con la segreteria di Penati che è Presidente della Provincia di Milano e del suo consocio nella Serravalle? Allora vedete che anche Bersani ha delle cose da spiegare non sul penale, sul rapporto tra politica e affari, è stato cortese, ha risposto a delle nostre domande su Il Fatto Quotidiano, se volete trovate le nostre domande e le sue risposte, ma trovate anche le mie di controrepliche perché le risposte di Bersani, come già quelle di D’Alema, purtroppo, sono molto poco soddisfacenti, continuare a rispondere “Abbiamo le mani pulite, noi siamo diversi dagli altri” e poi fare cose simili, ti autorizza a dire che sei diverso dagli altri perché gli altri fanno peggio, ma non che tu non fai cose analoghe, perché purtroppo abbiamo visto che fuori dal penale, ma nel rapporto malato – politiche e affari anche Bersani evidentemente ha un concetto strano del ruolo della politica, un concetto assolutamente incompatibile con il libero mercato, il libero mercato non prevede il soggetto politica, il libero mercato prevede tanti soggetti che si fanno concorrenza tra di loro e la politica che stabilisce le regole affinché delle autorità terze e indipendenti sorveglino l’attività dei privati, regole severe, certamente, ma lì si ferma la politica, non abbiamo una banca, prendiamo la Bnl, la facciamo prendere al Monte dei Paschi, la facciamo prendere all’Unipol compriamo le azioni, parla con Gavio, ti metto in contatto, ma stiamo scherzando?


Ecco perché purtroppo dal punto di vista del conflitto di interessi di Tedesco, Vendola e dal punto di vista del conflitto di interessi di Pronzato e del rapporto malato tra politica e affari dimostrato da Bersani sia nel caso Serravalle, sia nel caso Unipol, sia nel caso Monte dei Paschi – Bnl, bisognerà cercare altrove un candidato che possa prendere il posto di Berlusconi. Per andare al posto di Berlusconi non basta avere una faccia diversa da Berlusconi, una statura diversa o un’etichetta diversa sulla fronte, bisogna anche essere diversi, passate parola!