Monday, October 31, 2011

La sfango col fango

Il Fatto Quotidiano, 30 ottobre 2011

Quando emergono nuove prove in grado di ribaltare sentenze anche definitive, è prevista la revisione del processo (vedi strage di via d’Amelio). Purtroppo nulla di simile avviene per le sentenze del Csm, che in questi anni si è distinto nel colpire i magistrati perbene che tentavano di fare pulizia nella cloaca che collega Puglia, Basilicata, Calabria e Campania.

Un pozzo nero fatto di ruberie di fondi pubblici (soprattutto europei), assunzioni clientelari, lobby cricche e logge spurie, servizi deviati, poliziotti infedeli, scambi di favori fra malapolitica, malagiustizia e malaimpresa. Un sistema trasversale di finanziamento occulto dei partiti cresciuto e ingrassato al riparo dai riflettori, visto che l’informazione è molto distratta sugli scandali del profondo Sud.

In questo sistema si erano imbattuti alcuni magistrati coraggiosi a Potenza, Catanzaro, Salerno, perlopiù giovani, magari un po’ ingenui, non ancora formattati alla ragion di Stato e a quelle astuzie che garantiscono carriere ed encomi solenni. E avevano provato ad applicare la Costituzione e il codice penale in quelle terre che da decenni càmpano su un’altra Costituzione e un altro codice penale, quelli del Marchese del Grillo: “Io so’ io e voi nun siete un cazzo”. Peggio per loro. Stoppati e infangati dai loro superiori, ispezionati da governi di destra e di sinistra (il capo degli ispettori sotto Mastella, Alfano e Palma è sempre lo stesso, il solito Miller, e al ministero ci sono sempre gli stessi magistrati in aspettativa, dalla signora Iannini in Vespa al povero Papa, attualmente impedito da un paio di manette ai polsi), sputtanati da interrogazioni parlamentari, dossier anonimi, campagne di stampa e di tv, infine puniti, trasferiti, degradati dal Csm fra gli applausi dei partiti e del Quirinale.

Ora si scopre che quelle campagne erano orchestrate da altri magistrati, anziani e potenti, in cambio di raccomandazioni politiche per far carriera. Gli stessi che insabbiavano le loro inchieste, così poi i giornali e i politici potevano dire che erano bolle di sapone e chi le aveva fatte era un incapace, o peggio un persecutore. A Potenza, Woodcock, Iannuzzi, Montemurro, Pavese e Galante furono trascinati dinanzi al Csm e subirono provvedimenti disciplinari, trasferimenti d’ufficio o di funzione, o preferirono andarsene prima. A Catanzaro, De Magistris prese sul serio le loro denunce e incriminò le toghe sporche lucane su cui era competente, mentre denunciò quelle calabresi a Salerno: scippato delle indagini e trasferito anche lui. A Salerno, i pm Apicella, Nuzzi e Verasani raccolsero le sue denunce: puniti e trasferiti pure loro da un Csm che, tra toghe marce e toghe pulite, sembra specializzato nel proteggere le prime e nell’eliminare le seconde. E poi botte da orbi a chiunque abbia osato occuparsi di loro senza fucilarli (il giornalista Vulpio, incriminato per associazione a delinquere), o difenderli (la gip Forleo, espulsa da Milano), o lavorare con loro (il capitano Zacheo, trasferito nelle Marche).

Così, nel generale disinteresse interessato, han preso piede tante piccole P4, incistate ai piani alti degli uffici giudiziari, della politica e delle istituzioni e protette dal conflitto d’interessi di una politica che controlla ministeri, ispettori, stampa e tv. Gente che lavora con la sabbia e ora anche col fango. Dall’inchiesta “Toghe lucane-2” del pm Borrelli (nomina sunt consequentia rerum), che riprende quella aperta da De Magistris e archiviata frettolosamente dai soliti noti, emergono dossier calunniosi contro Woodcock, Iannuzzi e altri galantuomini, spionaggi illeciti ma istituzionali a base di tabulati telefonici e complicità politiche, giudiziarie, istituzionali.

Ora, delle due l’una: o il Csm chiede scusa per aver giustiziato i magistrati perbene e li reintegra nei loro uffici, punendo finalmente quelli permale; oppure dovremo pensare che, come i servizi deviati, i magistrati deviati sono quelli onesti. Forse un monito del Quirinale non ci starebbe male.

Saturday, October 29, 2011

Da oggi essere liberi costa un po’ meno. Abbònati (con sconto) al Fatto Quotidiano

di Antonio Padellaro, Peter Gomez e Marco Travaglio





Cari abbonati, cari lettori,

parte in questi giorni la seconda campagna abbonamenti al Fatto Quotidiano. Per un giornale come il nostro, che ha rifiutato il finanziamento pubblico, è importante guardare al 2012 sapendo di avere già in bilancio uno zoccolo duro di sostenitori. Anche per questo vi chiediamo, se potete e volete farlo, di abbonarvi o rinnovare il vostro abbonamento cliccando qui.

In questi ultimi mesi ci siamo rafforzati. Abbiamo assunto nuovi giornalisti di talento, abbiamo allargato il numero dei collaboratori, abbiamo inaugurato un inserto culturale e abbiamo deciso, in nome della libertà d’informazione, di partecipare economicamente al progetto di Michele Santoro che metterà in onda Servizio Pubblico. Nelle prossime settimane vedrà la luce la nostra web tv e proprio per questo stiamo ora investendo risorse in nuovi mezzi tecnici e collaboratori.


Tutto questo, è bene dirlo chiaramente, è solo merito vostro. Grazie a voi, senza avere alle spalle editori ricchi di capitali e senza doverci prostituire con le banche andando a caccia di prestiti e mutui, siamo riusciti nel nostro intento: quello di avere tra le mani un giornale non ricattabile da nessuno. Né dalla politica, né dalla finanza, né dalla pubblicità. Un quotidiano, cartaceo e online, che non ha alcuna intenzione di smettere di crescere.

Insomma, vi siamo riconoscenti. Ma vogliamo, col vostro aiuto, fare ancora di più e meglio. Sarebbe una grande impresa, oltreché un grande orgoglio, riuscire a superare il record di abbonati dell’anno scorso. Su Facebook abbiamo ormai oltre 600 mila amici e la pagina Marco Travaglio veleggia ben oltre il milione. Per questo pensiamo che sia possibile andare oltre l’attuale quota di 30 mila abbonati. E per questo ci sembra giusto applicare uno sconto a tutti coloro che si abboneranno (per esempio, l’abbonamento in pdf torna a 100 euro, come nel 2010). Perché, se è vero che la libertà ha un prezzo, al Fatto Quotidiano essere liberi costa un po’ meno.

Grazie per quello che potrete e vorrete fare.

Thursday, October 27, 2011

Che c’entra Letta con Frassati?

Il Fatto Quotidiano, 27 ottobre 2011


Bella l’idea di dedicare un premio giornalistico al senatore Alfredo Frassati, liberale giolittiano, fondatore de La Stampa di Torino. Pessima l’idea di nominare presidente della giuria il sottosegretario Gianni Letta.

Nato a Pollone nel 1868 e morto a Torino nel 1961, padre del beato Piergiorgio, senatore del Regno dal 1913, Frassati era come il figlio un antifascista doc. E uno strenuo difensore della libertà di stampa dalle ingerenze della politica: nel 1918 rifiutò l’incarico di ministro offerto dall’amico Giolitti. Nominato ambasciatore italiano a Berlino, diede le dimissioni dopo la marcia su Roma che aveva portato Benito Mussolini alla guida del governo. La rappresaglia fascista non si fece attendere: la sua casa fu devastata da una squadraccia di camicie nere, e nel 1925 il regime nascente lo costrinse a svendere il giornale che aveva fondato alla famiglia Agnelli, che diversamente da lui si era subito schierata dalla parte del fascismo.

Che c’entra la figura di Frassati con quella di Letta, giornalista passato disinvoltamente alla vicepresidenza della Fininvest e poi, sempre al seguito di B., sottosegretario del governo che vuole imbavagliare la stampa, nonché alto protettore di gentiluomini come Bertolaso e Bisignani? A quando un bel premio Frassati al prode Bisi? In fondo anche lui, prima della P 2, del caso Enimont e della P 4, era un giornalista.

Tuesday, October 25, 2011

Troiate ad Alta Velocità

Il Fatto Quotidiano, 25 ottobre 2011


Spiace per i gufi e gli sciacalli dei partiti e dei giornali, ma alla manifestazione anti-Tav è filato tutto liscio: 10-15 mila persone a volto scoperto, armate soltanto delle proprie ragioni, come nella stragrande maggioranza dei cortei degli ultimi vent’anni in Val di Susa. Che non sono ideologici o emotivi: sono basati sui dati e non c’entrano nulla con la sindrome Nimby (non nel mio quartiere).

La gente della Valsusa, come ogni italiano sano di mente, non è contro le opere pubbliche. È contro quell’opera. Perché non serve a nulla, costa uno sproposito, devasta ambiente e paesaggio molto più dello smog causato dai tir. Chi avesse ancora dei dubbi si riveda su Internet la prima puntata di Report. Emanuele Bellano ha messo a confronto le ragioni dei Sì Tav e dei No Tav e, per i primi, è stato un bagno di sangue. Anzi di ridicolo. Il giornalista sbatteva i dati ufficiali in faccia allo sgovernatore del Piemonte, l’acuto Roberto Cota. Il quale, con lo sguardo penetrante tipico della triglia lessa, rispondeva con supercazzole del tipo: “La Tav (per lui, treno è famminile, ndr) apre il Piemonte e tutto il sistema-Paese all’Europa. Prima di tutto è un’apertura psicologica, di prospettiva”. Inutile far notare che la linea ferroviaria storica Torino-Modane è sottoutilizzata per un sesto della sua capacità: “Se vuole intervistarmi sulla Tav, prenda appuntamento”. Poi se la dava a gambe. Come tutti i politici di destra, di centro e del Pd quando s’imbattono nei fatti e nei dati.

Nel 1991 il primo studio di fattibilità commissionato dalla Regione al comitato Alta Velocità prevedeva che il traffico passeggeri fra Italia e Francia sarebbe passato da 1 milione e mezzo di persone a 7,7 milioni nel 2002. Invece, vent’anni dopo, è precipitato a 7-800 mila. Dunque il Tav non serve per il trasporto passeggeri. Infatti, per giustificarlo ex post, si prese a dire che era indispensabile per le merci e gli cambiarono nome: da Alta Velocità ad Alta Capacità. Purtroppo, secondo l’Ufficio Federale Trasporti della Svizzera, il traffico merci fra Italia e Francia sta colando a picco da 10 anni: dagli 8 milioni di tonnellate del 2000 ai 2,5 del 2009. Infatti gli interporti di Susa e Orbassano sono semideserti e i treni merci sulla linea storica Torino-Modane sono vuoti all’80%: potrebbero trasportare 20 milioni di tonnellate, invece ne scarrozzano meno di un sesto. Il grosso delle merci passa dal Gottardo e dal Brennero.

Ma ecco la trovata geniale del sottosegretario ai Trasporti, Mino Giachino: “Il progetto è stato riconvertito da passeggeri a merci perché è caduto il muro di Berlino (in verità era già caduto nel 1989, due anni prima che partisse il progetto, ndr). Ma la Tav (e dàgli, ndr) consentirà di collegare le merci da Lisbona a Torino fino a Kiev”. Resta da capire quali merci il Portogallo dovrebbe spedire in Ucraina alla velocità della luce, e viceversa. Ma ecco l’ultima scusa inventata da Cota: l’“apertura psicologica”. Un bel buco psicologico, anzi psichiatrico di 50 km che in 15 anni di lavori asporterà 1 milione di tonnellate di detriti da una montagna ricca di amianto e radioattività. Il tutto per la modica cifra di 22 miliardi, salvo rincari. “Li pagheranno – osserva Milena Gabanelli – i nostri figli disoccupati”.

Ma di queste cose è vietato parlare. Soprattutto per il Pd, passato da Falce&Martello a Calce&Trivello. Chiamparino, l’ex sindaco-banchiere, invita Bersani a farsi fotografare con Di Pietro e Vendola “solo se dicono pubblicamente che sono per la Tav (e ridàgli, ndr). Il sindaco-fossile Fassino definisce i No Tav “antistorici”. E il segretario regionale Morgando ha minacciato gli iscritti tentati dal manifestare contro il Dio Tav: “È dirimente per gli iscritti al Pd la non partecipazione. Non consideriamo legittimo che aderiscano alla manifestazione di domenica. Sarà messa in discussione la convivenza nel partito con queste persone”. Manco fossero dei pregiudicati. Anzi no, fossero pregiudicati verrebbero iscritti d’ufficio.

Saturday, October 22, 2011

Cave nanum

Il Fatto Quotidiano, 22 ottobre 2011


C’è un che di geniale nell’autodifesa di Er Pelliccia, arrestato per lancio di estintore alla manifestazione di sabato: “Volevo spegnere l’incendio di un cassonetto”. In effetti a che servono gli estintori? Il fatto che poi uno, anzichè azionarli per spruzzarne il liquido ignifugo, li lanci contro l’oggetto incendiato, è un dettaglio. Dietro la rocciosa linea difensiva di Er Pelliccia s’intravede lo zampino di uno degli avvocati del premier: un Ghedini, un Longo, un Paniz. Si deve infatti a questi principi del foro se B., sorpreso a finanziare una prostituta minorenne, s’è difeso dicendo: “La pagavo perchè non si prostituisse”. O se, beccato a telefonare in questura per farla rilasciare dopo un fermo per furto, ha dichiarato: “Per forza, è la nipote di Mubarak”. E se la sua maggioranza alla Camera e poi al Senato ha certificato unanime la sua credibilissima versione.

Ora, delle due l’una: o il premier, i suoi avvocati e parlamentari sono dei dementi assoluti, convinti di trovare un giudice disposto a credere alle baggianate che dicono, e allora nemmeno Er Pelliccia può sperare di esser assolto per aver cercato di domare l’incendio; oppure sono dei geni incompresi (almeno da noi), e allora i processi a B. per Ruby e al Pelliccia per l’estintore finiranno trionfalmente in assoluzione. Ci sarebbe pure una terza ipotesi: che certe boiate vengano credute solo se l’imputato è un politico. Ma non vogliamo nemmeno pensarci: significherebbe che l’art. 3 della Costituzione è stato abrogato a nostra insaputa. A questo proposito: Er Pelliccia che spegne incendi lanciando estintori è un filino più credibile di Scajola che compra casa ma gliela paga un altro senza dirgli niente; o di Minzolini che spende 65mila euro per fatti suoi con la carta di credito Rai e poi dice: “Sono innocente: ho restituito i soldi all’azienda” (come se un topo d’appartamenti potesse cavarsela restituendo la refurtiva e sostenendo che dunque non ha rubato). Si spera vivamente che i giudici di Roma, se condanneranno Er Pelliccia, facciano altrettanto con Scajola e Minzolingua. Altrimenti qualcuno potrebbe pensare che la legge è più uguale per qualcuno. Idem per D’Alema: viaggia sei volte gratis sul jet di un impreditore che finanzia la sua fondazione e paga tangenti al suo defelissimo Morichini. I pm lo indagano per illecito finanziamento (ogni volo a scrocco vale 6mila euro), ma lui fa il vago:“Pensavo pagasse Morichini”. E certo: uno s’imbarca su un aereo senza biglietto e non s’informa su chi paga.

Poi c’è Alemanno, che pare incredibile ma è il sindaco di Roma. Venerdì piove tre ore: càpita, specie in autunno. Ma lui non se l’aspetta, così non fa pulire i tombini, alcuni quartieri paiono Atlantide e ci scappa pure il morto. Lui, anzichè andarsi a nascondere, chiede lo stato di calamità e se la prende con la Protezione civile: “Non ha lanciato l’allarme meteo”. Da giorni le previsioni del tempo davano pioggia per venerdì. Ma a sua insaputa: lui, essendo solo il sindaco, scambia la Protezione civile per il servizio meteo. Poi c’è Bossi: a Bankitalia voleva Grilli. Ma non perchè è bravo: perchè “è nato a Milano”. Gli avessero proposto Vallanzasca, che è nato a Milano e con le banche se la cava benino, avrebbe accettato. Poi c’è ancora B.: ammazzano Gheddafi, che lui ha prima baciato e poi bombardato, e si rifugia nel latinorum per dire qualcosa senza dire niente: “Sic transit gloria mundi”. Come Totò e Macario ne “Il monaco di Monza”, che biascicano giaculatorie a base di “cave canem” e “linoleum”, poi partono con le orazioni: “Tony Curtis… ora pro nobis… Kurt Jurgens… ora pro nobis… Sophia Loren… ora pro nobis… Brigitte Bardot… Bardot…”. Aveva anche pensato di commentare: “Baciavo Gheddafi perchè non facesse il tiranno”, o “non ci ho messo la lingua”, o “l’ho scambiato per un’Olgettina”, o “non era un bacio,ma un morso”, o “il bacio è un apostrofo rosa tra le parole ‘ti’ e ‘sparo’”. Ma era troppo rischioso. Molto meglio linoleum.

Thursday, October 20, 2011

Prendo le distanze

Il Fatto Quotidiano, 19 ottobre 2011


Siccome in Italia siamo specializzati nel passare dalla tragedia alla farsa, va di moda lo sport di “prendere le distanze dalla violenza”. Anche se non si sono mai commessi atti di violenza né si conosce alcuno che ne abbia commessi. Io, per esempio, mi autodenuncio: mai frequentato black bloc. Se vedo Er Pelliccia armato di estintore, ne prendo le distanze, onde evitare di beccarmelo in testa. Quindi non vedo da chi dovrei prendere le distanze, né perché. Eppure ogni volta che esplode qualche caso di violenza politica, scopro di esserne un mandante morale. Lo dissero, col mio nome e il mio cognome, Sallusti e Cicchitto quando un matto tirò un souvenir in faccia a B. L’ha ripetuto l’altroieri senza nominarmi il Giornale, elencando i “cattivi maestri“ che armerebbero la mano ai black bloc: i miei amici di Libertà e Giustizia e MicroMega. Il Foglio, alla lista degli “ipocriti agitatori”, aggiunge anche il Fatto, e se lo dice Ferrara c’è da credergli: lui da sessantottino veniva giù da Valle Giulia col bastone in mano e da comunista impugnava manici di piccone per menare gli occupanti dell’Università di Torino. Del resto la giaculatoria del “prendere le distanze” ce la siamo ciucciata dopo tutte le manifestazioni pacifiche degli ultimi dieci anni, dal Palavobis ai Girotondi ai V-Day di Grillo.

L’altroieri i tre tenori Cazzullo, Battista e Ostellino, i Vavà-Didì-Pelé del monito pompieresco, invitavano pensosi chiunque li leggesse a prendere le distanze dalla violenza. Chi non lo fa diventa ipso facto “indulgente”, “giustificazionista”, praticamente complice, forse mandante. Tesi curiosa, almeno da parte di Ostellino, che un mese fa definiva “delazione” l’invito dell’Agenzia delle Entrate a denunciare gli evasori fiscali. Denunciare chi brucia un cassonetto è un dovere civico, invece denunciare chi ruba milioni alla collettività è spionaggio. Poi ci sono i politici: quanto a violenza, hanno una coda di paglia talmente lunga (molti han trattato con la mafia e candidato picchiatori neri e rossi degli anni ‘70) che prendono le distanze da tutto e tutti, anche da chi tampona con l’auto sottocasa.

Il Giornale e Libero invocano pene esemplari per Er Pelliccia, quello che lancia l’estintore a due metri rischiando di darselo sui piedi (il reato dovrebbe essere getto pericoloso di cose, 1 mese di arresto o 206 euro di multa) e, quel che è peggio, mostra il doppio dito medio. Noi giustizialisti siamo d’accordo, anche perché, a dar retta al Giornale e a Libero, Bossi e la Santanchè girerebbero coi moncherini. Belpietro vuole intercettare i black bloc. Perfetto. Speriamo che non dicano, come B. a Lavitola, “facciamo la rivoluzione, ma vera, portiamo in piazza milioni di persone, facciamo fuori il palazzo di Giustizia di Milano, assediamo Repubblica”, sennò l’ergastolo non glielo leva nessuno. Si auspica pure il gabbio per gli incappucciati. Bene, si proceda: ma come la mettiamo con i piduisti B. e Cicchitto e con tutti gli onorevoli massoni? Il ritorno alla legge Reale ha i suoi pro e i suoi contro. Fra i contro, il fatto che non basta autorizzare i fermi preventivi (peraltro già previsti, come le misure di prevenzione: obbligo di firma, divieto o obbligo di dimora etc.): bisogna prima individuare chi sta per commettere un reato. Cioè avere servizi di intelligence che funzionino, magari evitando che perdano tempo a trattare con la mafia. Invece qui sono tutti bravi a vantarsi di conoscere i violenti uno a uno, il giorno dopo. Mai, purtroppo, il giorno prima. Ieri Maroni ha intrattenuto il Senato con un peana ai poliziotti picchiati. Sacrosanto il peana, un po’ meno il pulpito. Maroni è stato condannato a 4 mesi e 20 giorni per aver picchiato alcuni agenti della Digos. Ed era imputato con Bossi, Calderoli e altri noti pacifisti per aver organizzato la Guardia nazionale padana armata di tutto punto, almeno finché il governo B. depenalizzò l’“associazione paramilitare a scopo politico” e li salvò tutti. Qualcuno ha preso le distanze?

Tuesday, October 18, 2011

Caso Satyricon, Mediaset perde in appello Niente diffamazione per Travaglio e Luttazzi

di Alberto Sofia


Le origini dell'impero di Belusconi e i suoi rapporti con Mangano: tutto contenuto nel libro "L'odore dei soldi" che l'attuale vice direttore del Fatto andò a presentare il 14 marzo 2001 nella trasmissione satirica di Raidue

Mediaset non fu diffamata nel 2001 da Marco Travaglio e Daniele Luttazzi: è stata la Corte di Appello di Roma a confermare la sentenza di primo grado in merito al “caso Satyricon”, respingendo le richieste della società presieduta da Fedele Confalonieri di condannare il giornalista e il comico a risarcire i danni da diffamazione. La Corte ha di conseguenza condannato l’azienda della famiglia Berlusconi al rimborso delle spese processuali, non solo nei confronti di Travaglio e Luttazzi, ma anche della Rai e della Ballandi Entertainment.

Il caso si riferisce alla puntata di Satyricon del 14 marzo 2001: durante la trasmissione, in onda su Raidue (diretta da Carlo Freccero, anche lui denunciato), Luttazzi fa intervenire Travaglio per parlare del libro “L’odore dei soldi”, scritto a quattro mani con Elio Veltri. Una storia non autorizzata, delle origini delle fortune economiche di Berlusconi, dei segreti meccanismi finanziari che sancirono la nascita della Fininvest, oltre che della presenza ad Arcore del mafioso Vittorio Mangano.

Ritenendosi diffamata dalle dichiarazioni, che sollevavano dubbi sul rapporto tra B. e Cosa Nostra e sull’immagine dell’azienda, Mediaset aveva fatto causa, ma il Tribunale le aveva dato torto. Sentenza ora confermata in appello, dato che la Corte ha ritenuto che nella trasmissione “non si parla mai di Mediaset”, escludendo la possibilità che nell’immaginario del telespettatore siano possibili collegamenti tra i fatti illeciti attribuiti al premier e la società.

Travaglio la citò solo a proposito dei benefici ottenuti nel ‘94 grazie alla legge Tremonti varata dal governo del proprietario di Mediaset: “Conflitto d’interessi”, dunque. Ma denunciarlo non è illecito. È “legittima critica”. Ora Mediaset dovrà sborsare ai denunciati circa 100 mila euro di spese processuali.


Monday, October 17, 2011

Il psichiatra last minute

Il Fatto Quotidiano, 17 ottobre 2011

Tutti questi anni trascorsi senza sapere nulla dell’on. Michele Pisacane da Agerola (vicino Amalfi), 52 anni, ex Dc, poi mastelliano, poi casiniano, poi vicino al Pd, poi nel Misto, poi fondatore del Pid (Popolari Italia Domani) col ministro Romano e infine berlusconiano. Ma soprattutto, dice lui di sè a Fabrizio Roncone del Corriere,“laureato in psichiatria: faccio il psichiatra sociale”. Ecco, se il 14 dicembre l’eroe della fiducia fu Mimmo Scilipoti, agopuntore da Barcellona Pozzo di Gotto, stavolta la Palma Marron se l’aggiudica lui, “il psichiatra sociale”. E c’è un che di evocativo, nel fatto che sia proprio il psichiatra last minute (assente alla prima “chiama”, è andato a votare in extremis alla seconda, quando il borsino dei deputati all’asta fa registrare quotazioni da capogiro) a garantire la sopravvivenza di una maggioranza-manicomio e di un governo-comunità di recupero.

Il suo spirito-guida è Saverio Romano, il ministro imputato per mafia e indagato per corruzione mafiosa che si fa dettare via fax gli emendamenti dal prestanome di don Vito Ciancimino. E infatti Romano era fra i pochi a non dubitare di lui: “Michele sa cosa fare”, aveva detto rassicurante. E aveva ragione: il nostro eroe dal nome risorgimentale a sua insaputa, rimasto inizialmente a casa perchè l’antennista gli stava montando Sky, s’è precipitato in aula giusto in tempo per la fiducia. Al suo ingresso, B. l’ha salutato come un vecchio amico senza sapere nemmeno chi fosse: “Pensava che fossi siciliano, Cicchitto non gli aveva mai parlato di me”. Ma ora lo sa: “Mo’ Berlusco’ me sape”, commenta compiaciuto alla fine. Ora ha un futuro assicurato, sia pur fugace come l’ultimo scampolo di lagislatura. Se i sottosegretari Misiti e Polidori sono stati promossi sul campo viceministri e il senatore scajoliano Viceconte sottosegretario all’Interno (ma solo perchè un Viceconte viceministro suona male), per il psichiatra sociale si troverà uno strapuntino degno del suo eloquio. Di Mussolini, Leo Longanesi diceva: “Di lui non mi spaventano le idee, ma le ghette”. Analogamente, di questa classe digerente di fine regime si può dire a buon diritto che non spaventano le idee (per manifesta assenza delle stesse), ma la cultura.

Prendete l’on. Vincenzo Fontana del Pdl: l’altra sera le Iene gli domandano se è favorevole a vendere il patrimonio artistico per rastrellare un po’ di euro. Lui, tetragono, dice che non se ne parla nemmeno. Poi però gli leggono una falsa dichiarazione del premier, che naturalmente sembra vera, a favore della cessione della Fontana di Trevi. Lui allora chiede di cambiare la sua dichiarazione, da contraria a favorevole, perchè per fare cassa questo e altro: se lo dice il Capo, il Fontana vende pure la Fontana. Poi c’è il grande Antonio Razzi, già dioscuro di Scilipoti, l’altro ex dipietrista folgorato un anno fa sulla via di Arcore perchè aveva il mutuo da pagare: in un’intervista alla radio riesce a dire “non avrei andato” e “devolgo i soldi a costruire una chiesa distrutta”.

E mentre uno devolge, uno sape e uno ha andato, le truppe del Nuovo che Avanza preparano la grande fuga. Il psicoterapeuta Luciano Sardelli era dato per certo nel fronte della fiducia: era il capofila dei Responsabili e dieci mesi fa esaltava le magnifiche sorti e progressive del governo B. Invece, nel breve volgere di qualche nanosecondo,è passato all’opposizione e ora, intervistato da Antonello Caporale su Repubblica, si sente “liberato, lieve felice”. Non ne poteva più di “essere fermato da gente che mi diceva ‘vergognati’, ‘venduto’, ‘pensa all’Italia’”. Così ha votato contro, “trascinato dal senso dello Stato”. Ma non prima di aver dato a B. un consiglio da amico: “Presidente, se lasci il governo trovi la pace”. L’altro, che se lascia il governo trova la galera, gli “ha risposto piccato”. Cioè l’ha mandato a fare in culo. Ecco, basta l’idea di una Terza Repubblica senza Berlusconi ma con i Sardelli, e già un po’ rimpiangiamo la Seconda.

Thursday, October 13, 2011

Sono forse io, compagni?

Il Fatto Quotidiano, 13 ottobre 2011

Ci sono giorni così, in cui ci capita di invidiare persino il Riformista. Per esempio ieri. Aprendo il samiszdat arancione pimpantemente diretto da Emanuele Macaluso, abbiamo scoperto una pepita d’oro: un’intera pagina, sei colonne di piombo, a firma Massimo D’Alema, appetitosamente intitolate “Socialdemocrazia: eclisse o rilancio?”. Slurp.

Il distico che lo precedeva era ancor più civettuolo: “L’on. Massimo D’Alema ci ha fatto pervenire il testo integrale dell’intervento pronunciato a un recente convegno del Pd. Lo pubblichiamo perché riteniamo possa essere utile all’apertura di un dibattito”. Eh no, non ce la si può cavare così.

Vogliamo sapere tutto. Come, quando, e soprattutto perché l’on. Massimo D’Alema “fa pervenire” i suoi testi integrali solo al Riformista? Tramite piccioni viaggiatori? O a mezzo di missi dominici a cavallo? O consegna i plichi personalmente? O magari incarica un autista della Fondazione Italianieuropei? O forse, trattandosi pur sempre di un vice-conte della Santa Sede, si serve di apposite guardie svizzere? E chi, nella redazione arancione, ha avuto l’onore di ricevere nelle proprie mani la sacra reliquia per poi ostenderla e portarla in processione come si conviene alla Particola di Nostro Signore?

In attesa trepidante di qualche lume, cogliamo fior da fiore. “… La vera questione, che appassiona le stesse forze socialiste e socialdemocratiche, è piuttosto quella di come promuovere una nuova strategia o una nuova identità (tema, quest’ultimo, su cui il dibattito europeo è molto più prudente) in grado di creare le condizioni per una nuova stagione progressista…”. Suvvia, chi non ha incontrato sull’autobus o sulla metro o nel vagone ristorante di un Freccia rossa almeno un socialista/socialdemocratico che s’appassionava onanisticamente alla nuova strategia/identità del progressismo, pur se su quest’ultimo tema il dibattito europeo è molto più prudente?

Preso tristemente atto della “sconfitta dell’homo socialdemocraticus”, la Volpe del Tavoliere ammette che “la destra ha mostrato una grande attitudine, che la sinistra con la sua ideologia ha perduto: ha saputo parlare al cittadino europeo medio”, al contrario del “modello socialdemocratico in crisi culturale, filosofica, antropologica”. E chi è che più di ogni altro, nella nostra sinistra, non ha saputo parlare agl’italiani? Il suo nome e volto aleggiano in tutte e sei le colonne di piombo, senza però materializzarsi mai.

Il viceconte Max si consola con “la recente vittoria in Danimarca” di una “coalizione verdi-liberali”: e chi è che in Italia rifugge come la peste bubbonica le culture liberali e ambientaliste? Noi un’idea ce l’avremmo. Intanto “in Germania una coalizione rosso-verde è la proposta politica più forte”: e chi è che in Italia, ai rosso-verdi, preferisce Piercasinando? Noi un’idea ce l’avremmo. “In Francia il Partito socialista ha adottato le primarie aperte” infatti “governa largamente le amministrazioni locali e regionali”: e chi, nel Pd, si oppone allo spasimo alle primarie? Noi un’idea ce l’avremmo. Ora occorre una grande “coalizione con il pensiero liberale di sinistra, i movimenti ambientalisti e di ispirazione cattolica”. Cioè l’Ulivo. E chi, in Italia, ha avversato con tutte le sue forze l’Ulivo? Noi un’idea ce l’avremmo.

A un certo punto, pare quasi che l’abbia anche D’Alema. È quando, tomo tomo cacchio cacchio, si domanda: “Cosa significa non commettere gli errori del passato?”. Magari, si spera, uscire dalla Bicamerale politica e mentale, dai giochetti di casta, dal partito degli affari, delle banche, delle autostrade, dal penatismo e dal tarantinismo, prosecuzioni sfigate del berlusconismo con gli stessi mezzi. In una parola: uscire dal dalemismo.

Invece D’Alema, per non ripetere gli errori del passato, vuole ripartire “dal primato della politica”, cioè dagli errori del passato. Bravo Max, avanti così. E ora, per la gioia di grandi e piccini, il Riformista apre il dibbbattito. Già transennate le edicole.

Saturday, October 8, 2011

Giuliano Estiquaatsi

Il Fatto Quotidiano, 8 ottobre 2011


Giuliano Ferrara, il più noto sfollagente della televisione italiana, sta per traslocare col suo samizdat Qui Radio Londra all’ora del dopopranzo, quando di solito, sopraffatto dai supplì, riposa. Nell’attesa, non contento di aver messo in fuga milioni di telespettatori di Rai1 e migliaia di lettori del Foglio (1800 copie vendute), tenta di decimare pure le vendite del Corriere, che s’era appena riavuto da una brutta crisi, con un’intervista di un’intera pagina.

Il titolo è in linea con l’ultima metamorfosi del nostro eroe, che parla come un caporale di giornata, una signorina Rottermaier, una signora-Luisa-che-comincia-presto-finisce-presto-e-non-pulisce-mai-il-water. Sempre coi verbi all’imperativo: “Tremonti si sottometta o se ne vada” (intanto sul Foglio intima: “Ai democristiani inquieti: scegliete da che parte stare, stateci e occupatevi di cose serie”). L’effetto degli ordini è ovviamente nullo, visto che non gli dà retta nessuno: un po’ come accade al Grande Capo Estiqaatsi. Però lui insiste. “Quel signore che si chiama Berlusconi sta peressere ghigliottinato sulla pubblica piazza”, rivela Giuliano l’Aprostata tutto sudato. E “se tagliano la testa al Cavaliere arriva la Repubblica dei mediocri”. C’è persino il rischio di perdere Gasparri, Gelmini, Frattini, Alfano e Giovanardi, per dire. Poi aggiunge che il governo stava facendo mirabilie quando, a tradimento, scattò il “circuito mediatico-giudiziario: si comincia da Casoria”. Peccato che la festa per i 18 anni di Noemi conla giustizia c’entri come i cavoli a merenda, visto che nessun pm se n’è mai occupato: è emersa perché B. ci andò, punto.

Seguono alcune spassose barzellette. Il latitante Lavitola è “un lobbista, migliore dei suoi inquisitori”. Uahahahahah. “Il vero B. è quello che vuole rompere i monopoli” (tipo Mediaset). Uahahahahah.“L’Italia è solida e può battersi per lo sviluppo. Altro che declino”. Uahahahahah (in tutte le lingue). Ultimo foglio d’ordini di Giuliano Estiqaatsi: “Bavaglio? Trent’anni di galera gli darei io a quelli che pubblicano intercettazioni illegali, altroché!”. È un vero peccato che nessuno gli dia retta. Perché i 30 anni di galera a chi pubblica intercettazioni illegali, cioè segrete, sono davvero interessanti. Chissà che ne pensa Belpietro, che nel 2006 pubblicò sul Giornale l’intercettazione segreta Fassino-Consorte (per non parlare dei fratelli B., che la ricevettero in omaggio da uno che l’aveva rubata).

Ferrara gli porterà le arance in cella. Anzi, lo raggiungerà nell’ora d’aria. Perché la legge Ferrara porterebbe in galera pure Ferrara. Il 20 settembre ‘97, dopo gli arrestidi Necci e Pacini Battaglia a La Spezia, il Foglio rivela che il vero obiettivo dell’indagine è Di Pietro che avrebbe salvato Pacini da Mani pulite. E riporta un’intercettazione segreta, dunque illegalmente pubblicata, del banchiere che dice: “Io sono uscito da Mani pulite solo perché ho pagato”. Segue lunga campagna su un’altra intercettazione segreta, dunque illegalmente pubblicata: quella in cui Pacini dice che Di Pietro e Lucibello “mi hanno sbancato”. Pacini dirà di aver detto “sbiancato”. Ma soprattutto si scoprirà che, subito dopo aveva aggiunto: “Io a Di Pietro i soldi non glieli ho dati”. Ma questo Ferrara non lo scrive (il Gico ha fatto il taglia e cuci). Anzi allega al Foglio un libretto illegale con le intercettazioni segrete: “Di Pietro e i suoi cari. Come Il Foglio ha sbiancato Tonino”. E definisce l’ex pm “scespiriana baldracca”, “troia dagli occhi ferrigni”, “protettore di biscazzieri”, “megalomane golpista”.

È un vero peccato che la legge Ferrara non fosse già in vigore all’epoca. Perché oggi Ferrara sarebbe in galera e terrebbe una fortunata rubrica sul circuito chiuso del penitenziario, dal titolo Qui Radio Rebibbia che, visto il sovraffollamento delle carceri, riscuoterebbe finalmente un po’ di share. Il programma, ben più afflittivo dell’isolamento, potrebbe essere adottato come pena accessoria per i delinquenti matricolati.

Tuesday, October 4, 2011

Opposizione a sua insaputa

Il Fatto Quotidiano, 4 ottobre 2011


Nel tempo che resta loro fra una rissa sul referendum elettorale, una litigata sul nascente partito dei padroni, il monito quotidiano sul “passo indietro” di B. e sul “governo di emergenza”, i presunti leader della presunta opposizione potrebbero forse spiegare un piccolo dettaglio: le 5098 volte in cui la maggioranza più ampia della storia repubblicana sarebbe andata sotto in questi primi tre anni di legislatura, se non fosse stata salvata dalle assenze della cosiddetta opposizione.

Il dato, pubblicato dal sito Openpolis e ripreso da Antonello Caporale su Repubblica, dimostra che ben il 35% delle leggi e dei provvedimenti targati centrodestra non sarebbero mai passati senza la decisiva collaborazione dei disertori del Pd, dell’Udc, dell’Idv e di Fli. Insomma è grazie a loro se il regime, che già traballa per essere andato in minoranza 92 volte tra Camera e Senato dal 2008 a oggi, non è colato a picco 55 volte tante e dunque non è ancora andato a casa. Tra i recordman dell’assenteismo, Repubblica segnala Bersani, D’Alema, Veltroni, Franceschini, Livia Turco, Emma Bonino, il fico Fioroni: tutta gente che, a norma di statuto del Pd, non dovrebbe più essere in Parlamento da un pezzo, visto che vi bivacca dalla notte dei tempi, ben oltre il tetto previsto di tre legislature. Eppure, non contenti di seguitare a cumulare mandati, costoro non si presentano quasi mai sul posto di lavoro.

Ce n’è abbastanza per chiedere lumi al trust di cervelli che guida le sedicenti opposizioni. Che cosa vi impedisce di andare a lavorare ogni mattina (si fa per dire: le Camere tengono aperto due-tre giorni al massimo), come fanno quotidianamente milioni di italiani? Fate altri mestieri? E, se sì, quali? E perché non vi decidete a proibire, almeno al vostro interno, il doppio lavoro di onorevoli avvocati, imprenditori, medici e così via? Siete cagionevoli di salute? E, se sì, perché non lasciate spazio a qualcuno meno gracilino? Oppure non ve ne frega niente? O siete oppositori a vostra insaputa, come gli inquilini Scajola e Tremonti? O siete oppositori “a tempo perso”, come il Puttaniere del Consiglio? O magari avete paura che questa crolli, per non essere costretti a fare qualcosa che esula dalle vostre capacità, cioè governare? O per caso siete d’accordo con la maggioranza? Già, perché sorge anche questo sospetto: basta vedere su quali temi cruciali le sicure sconfitte del regime si sono trasformate in sonanti vittorie grazie alle vostre assenze.

Senza le defezioni tra le opposizioni, sarebbero passati provvedimenti sacrosanti come le mozioni di sfiducia a Calderoli e a Cosentino (presentate e impallinate dalle opposizioni, Pd in testa, si capisce), il ddl che aboliva tutte le province, l’emendamento Turco-Lolli per infilare nel decreto Abruzzo una “tassa di scopo” per ricostruire le zone terremotate (la stessa Turco era assente), l’emendamento per gli ammortizzatori sociali ai lavoratori ex-Eutelia e Phonemedia, l’election day per accorpare le ultime amministrative e i referendum risparmiando 350 milioni (mancò un solo voto, grazie anche al solito radicale Beltrandi, che pensò bene di regalare il suo al centrodestra, come già aveva fatto l’anno scorso, risultando determinante per far chiudere i talk show di informazione in campagna elettorale). E non sarebbero passate leggi vergogna come il decreto Alitalia (costo 4 miliardi), la Finanziaria 2008, svariati decreti Milleproroghe, lo scudo fiscale Tremonti, la legge porcata su Protezione civile e rifiuti in Campania e la maialata che sospende le demolizioni di case abusive nella stessa regione. Del resto le nostre finte opposizioni non sono nuove a simili aiutini: nelle passate legislature avevano dato una mano decisiva a far passare schifezze assolute come la legge Gasparri e l’ex-Cirielli.

La domanda finale è semplice: ci siete o ci fate? In entrambi i casi, non potrà essere questo centrosinistra, con questi pseudoleader perennemente a zonzo, a subentrare credibilmente al regime berlusconiano in caduta libera. Onde evitare il rischio che, dopo, non si noti la differenza.

Monday, October 3, 2011

Comunicato ufficiale

"Cari amici, come già sapete ho deciso di interrompere il Passaparola dopo 3 anni e 4 mesi perchè faccio troppe cose e, da quando trascorro gran parte del mio tempo a Roma come vicedirettore del Fatto Quotidiano, rischio di non farle bene come dovrei e vorrei. Inoltre, fra un mese, partirà il nuovo programma "Comizi d'amore" di Michele Santoro, che comporterà un altro notevole dispendio di energie. E' stata una splendida avventura, quella del Passaparola. Ringrazio Beppe, Casaleggio, Canestrari e tutti gli amici che mi hanno seguito. Non mancheranno le occasioni per reincontrarci, a cominciare dal "Fatto", da "Comizi d'amore" e da qualche puntatina qua e là in giro per l'Italia. A presto, grazie a tutti di tutto". Marco Travaglio

Sunday, October 2, 2011

Arrivederci Marco

"Il Passaparola di Marco Travaglio iniziò il 19 maggio 2008. Da allora è andato in onda in diretta streaming sul blog (e qualche rara volta in registrata) tutte le settimane fino allo scorso lunedì. Chiunque ha potuto inserirlo nel suo sito. Marco ha deciso di interrompere Passaparola. Io non posso che ringraziarlo per quanto ha fatto finora, sperando che sia un arrivederci. Grazie ancora Marco." Beppe Grillo

Saturday, October 1, 2011

Ma l’ovetto no

Il Fatto Quotidiano, 1 ottobre 2011

Sicilia. Bartolo è un giovane di 23 anni e fa il pescatore a Sant’Agata di Militello, provincia di Messina. L’altro giorno è stato arrestato dai carabinieri perché “colto in flagrante” mentre prelevava sette pietre dal lungomare e le caricava su un furgone per fissare le sue reti da pesca sul fondale marino. Tradotto in caserma, vi ha trascorso la notte, in attesa del processo per direttissima. Il giorno prima la Camera negava l’autorizzazione all’arresto dell’on. Marco Milanese per rivelazione di segreti, corruzione e associazione per delinquere.

Qualche giorno dopo, a Taranto, si apriva il processo a Donato, un ragazzo di 20 anni, imputato per il furto di un ovetto Kinder in un chiosco di dolciumi e per le ingiurie rivolte al venditore. Prelevato dai carabinieri e interrogato alle 2 di notte, Donato è finito sotto processo perché il venditore pretendeva 1.600 euro per chiudere la faccenda. Il giorno prima, la Camera respingeva la mozione di sfiducia contro l’on. Saverio Romano, imputato per mafia, che dunque rimane ministro.

Domenica abbiamo raccontato la storia del giovane etiope rinviato a giudizio per aver colto qualche fiore di oleandro in un parco di Roma. Ieri, sul Corriere, Luigi Ferrarella ricordava altri tragicomici precedenti. Il processo a Milano contro un tizio imputato di truffa per aver scroccato una telefonata da 0,28 euro. E quello contro due malviventi sorpresi a fare da palo a una terribile banda dedita al furto di alcuni sacchi della spazzatura in una bocciofila. Ma anche i 169 ricorsi presentati in Cassazione da altrettanti utenti Enel (avanguardie di un esercito di 60 mila persone) che chiedono un risarcimento di 1 euro a testa. Basta raffrontare l’entità dei reati con i costi del processo (indagini della polizia giudiziaria e del pm, un giudice per la convalida del fermo, un gup per l’udienza preliminare, uno o tre giudici più un pm per il primo grado, tre giudici più un pg per l’appello, cinque giudici più un pg più un cancelliere per la Cassazione, con l’aggiunta di cancellieri ed eventuali periti) per rabbrividire. O per sbertucciare la magistratura, che obbedisce semplicemente a leggi sempre più folli o infami.

Gli unici colpevoli sono i politici che hanno governato l’Italia in questi 17 anni: cioè tutti. Questa giustizia impazzita l’han costruita loro con le loro manine sporche e/o incapaci. Anziché dare risposte serie alla domanda di giustizia in continuo aumento, che non trova sbocco se non in tribunale, depenalizzando i reati minori e creando un sistema serio di sanzioni amministrative, hanno seguitato a inventarsi una caterva di reati inesistenti (come l’immigrazione clandestina) per solleticare la pancia degli elettori più beceri e decerebrati e per allattare un termitaio di avvocati (230 mila contro i 20 mila del Giappone che ha il doppio della popolazione italiana: ha più avvocati la città di Roma dell’intera Francia). E intanto depenalizzavano, di diritto o di fatto, i reati dei potenti, cancellandoli o rendendoli impossibili da scoprire e processare.

Eppure, sui giornali e in tv, si continua a dipingere una giustizia che trascura “i veri criminali” per colpire i reati dei politici (ovviamente inventati). Ora Napolitano ricorda che “in passato un leader separatista fu arrestato”. Non sappiamo se si riferisca anche ai leghisti a suo tempo imputati a Verona per le camicie verdi (e armate) della “Guardia nazionale padana”. Il processo s’è estinto perché l’anno scorso – come denunciò il Fatto nel silenzio generale, anche del Quirinale – il ministro Calderoli depenalizzò il reato di “associazione militare a scopo politico” con un codicillo nascosto in un decreto omnibus. Da allora, per mandare in fumo un processo che all’inizio vedeva imputati anche i ministri Bossi, Maroni e naturalmente Calderoli, chi fonda bande paramilitari fuorilegge non commette reato. Chi invece ruba un fiore, o una pietra, o un ovetto per te, è un delinquente. Ma solo perché nessun ministro ha ancora rubato fiori, pietre e ovetti. Non resta che aspettare, fiduciosi.