Thursday, December 29, 2011

Lelemosina

Il Fatto Quotidiano, 29 Dicembre 2011

Per sfuggire all’accusa delle tricoteuses nostrane di occuparsi solo dei “detenuti Vip”, Pierluigi Battista si occupa sul Corriere dell’unico Vip detenuto: Lele Mora. Non prima di aver accusato imprecisati “spiritosi” che osano scherzare sul cognome della neoministra della Giustizia (“Severino, sia più severa”). Cioè noi del Fatto, che peraltro con quel titolo la invitavamo a maggiore severità contro la corruzione, mentre di carceri sovraffollate ci occupiamo dalla nascita del nostro giornale, quando Battista intervistava Checco Zalone. Ma ora che anche lui scopre il dramma delle carceri, non possiamo che felicitarci per la sua prontezza di riflessi.

Se poi volesse pure informarsi da qualche giornalista vero (ce ne sono parecchi anche al Corriere), scoprirebbe per esempio che “il 40 % dei detenuti” che “patisce la galera prima che un processo ne accerti la colpevolezza” comprende i condannati in primo e secondo grado, visto che l’Italia, unica al mondo, considera innocenti anche i condannati in tribunale e in appello in attesa di Cassazione (nei paesi anglosassoni le custodie cautelari sono rarissime proprio perché, dopo la prima condanna, si va dentro a scontare la pena e di lì, eventualmente, si ricorre). Quanto a Mora, per il giureconsulto Pigi, “sei mesi di galera preventiva per bancarotta fraudolenta appaiono una punizione leggermente esagerata prima ancora di una sentenza”.

Ma
si sa come sono questi pm: “usano la galera per indurre l’indagato a conformarsi alla loro versione” e “la cultura giustizialista ascolta solo le ragioni dell’accusa”. Mora poi patisce la “ferocia diffusa che chiede provvedimenti esemplari contro “l’antipatico”, il soggetto eticamente discutibile ed esteticamente impresentabile, il flaccido malfattore (presunto)” che ora però “ha perduto molti chili”. Eppure – per il giurista Battista – “non bisogna ammalarsi come Mora (colpevole o innocente che sia) per comprendere che il carcere preventivo prolungato può essere tortura”.

Malfattore presunto? Le ragioni dell’accusa? Colpevole o innocente che sia? Forse a Battista sfugge un dettaglio: il 7 novembre Mora ha chiesto e ottenuto di patteggiare quattro anni e tre mesi per la bancarotta fraudolenta della sua LM Management, fallita nel 2010 con 16 milioni di passivo per un crac da 8, 4. Patteggiare vuol dire concordare una pena col pm davanti al gup per ottenere una pena scontata di un terzo: al dibattimento Mora si sarebbe beccato almeno sei anni. Anche perché è un pregiudicato per spaccio di droga e altri reati; ha sottratto al fallimento LM i 2, 8 milioni che B. gli regalò, comprandosi una Mercedes e dirottando il resto su un conto svizzero; non paga le tasse da anni col trucco delle false fatture; ha debiti milionari col fisco; ed è imputato in altri tre processi (fallimenti della sua persona fisica e di Diana Immobiliare, sfruttamento della prostituzione). Per caso Battista conosce qualcuno che concorda quattro anni e tre mesi di galera (il massimo consentito è cinque anni) essendo innocente? Se Mora non è ancora pregiudicato per la bancarotta è solo perché l’Italia, unica al mondo, consente d’impugnare in Cassazione la condanna appena patteggiata. Cosa che Mora ha subito fatto, per guadagnar tempo e trovare un Battista che lo spacci per un torturato.

Così torturato che, diversamente da migliaia di detenuti non Vip, sconta la custodia cautelare – confermata da vari giudici per il pericolo che fugga e nasconda altri soldi in Svizzera, dove ha un conto e una villa – in una cella singola del carcere di Opera. Ai primi sintomi del dimagrimento, il pm ha chiesto e il gip disposto una perizia medica (ancora in corso) sulla sua compatibilità col carcere. Negli Usa tanto cari ai Battista, migliaia di evasori e bancarottieri affollano i penitenziari con le catene ai piedi e i portoricani nella branda a fianco. In Italia i giornali tuonano contro l’evasione nei giorni pari e in quelli dispari i Battista lacrimano appena un evasore-bancarottiere finisce dentro.

Monday, December 26, 2011

Giorgio Bocca, l’ultimo dei grandi

Il Fatto Quotidiano, 25 dicembre 2011

Quando muore un grandissimo, come Giorgio Bocca, che se n’è andato oggi, giorno di Natale, a 91 anni, tutte le parole sono inutili tranne le sue. Ricordiamoci com’era, che cosa diceva, che cosa scriveva e soprattutto come scriveva. Acquistiamo i suoi libri, leggiamoli. Io vorrei ricordarlo con l’intervista che gli feci per il Fatto Quotidiano nel febbraio 2010, in occasione dell’uscita del suo penultimo libro, Annus Horribilis.

Giorgio Bocca, lei ha appena scritto Annus Horribilis (Feltrinelli): ma si riferiva al 2009. Il 2010 si annuncia ancora più horribilis…
Vedremo. Il 2009 mi è sembrato il più orribile per una tendenza irresistibile alla democrazia autoritaria. Più Berlusconi ne combinava di cotte e di crude, più i sondaggi lo premiavano. Ora, con questi ultimi scandali, la gente potrebbe cominciare a stancarsi e capire qualcosa.

Quindi c’è speranza?
Non esageriamo. Qualche barlume. E’ come all’inizio della guerra partigiana, ma allora ero giovane e forte dunque fiducioso. Ora sono vecchio e fragile, mi è più difficile essere ottimista. La cecità degli italiani mi ricorda la Germania all’ascesa di Hitler: tutti potevano vedere che tipo era, Hitler, eppure i tedeschi, e anche gli europei, gli cascarono tra le braccia come trascinati da un vento ineluttabile.

Che cosa la spaventa di più?
Il muro di gomma. Succedono cose terribili, o terribilmente ridicole, e nessuno reagisce. Lanci allarmi, provocazioni anche forti, e non risponde nessuno. Come dicono i giudici dello scandalo Bertolaso? “Sistema gelatinoso”. Ecco, è tutto gelatinoso. Non resta che sperare, come sempre nella nostra storia, in qualche minoranza coraggiosa che cambi la storia.

Che cosa la colpisce di più negli ultimi scandali?
La loro incomprensibilità. Leggo la confessione di questo consigliere comunale di Milano beccato con la tangente in mano: ‘Mi sono rovinato per 5 mila euro’.O è un pazzo incapace di ragionare, o faceva sempre così. Almeno Berlusconi ha le sue giustificazioni: è ricco sfondato, ha ville dappertutto. Almeno Tangentopoli era un sistema di corruzione che portava almeno una parte dei soldi ai partiti: una logica, sia pure perversa e criminale, c’era. Ma qui i partiti non ci sono più. E questi si vendono in cambio di qualche massaggiatrice, di qualche viaggio gratis, di pochi spiccioli… La corruzione dilaga a tal punto che c’è gente che ruba senza nemmeno sapere il perché.

Anche Tangentopoli, 18 anni fa, partì da una mazzettina di 7 milioni a Mario Chiesa.
Andai a intervistare Borrelli e gli domandai perché i magistrati fossero riusciti a scardinare il sistema così tardi. Mi rispose che la magistratura in Italia riesce a incidere nel profondo solo quando nella società c’è un grande allarme, quando si accende una grande luce. Oggi la luce non si accende, non ancora. Ce ne sarebbero tutti i presupposti, la corruzione ci costa decine di miliardi all’anno, siamo in fondo alle classifiche di tutti gli indicatori civili, scavalcati anche da metà del Terzo Mondo, eppure tutto va ben madama la marchesa.

Possibile che, in Italia, le classi dirigenti non riescano a smettere di rubare?
Quando esplose Tangentopoli, a costo di essere frainteso, dissi che i gerarchi fascisti rubavano molto meno dei democristiani e dei socialisti. Arrivai a elogiare i “barbari” della Lega che ce li avevano tolti dai piedi. Ora questi rubano ancor più della Dc e del Psi. E lo fanno alla luce del sole, con trucchetti da ciarlatani: invitiamo i capi del mondo al G8 e buttiamo centinaia di milioni. Ma non possono farsi una telefonata, i capi del mondo?

Paolo Mieli dice che sta per saltare il tappo, come nel ’92.
Eh eh, Mieli è un mielista, furbo ma intelligente. Siamo in attesa della grande luce di Borrelli. Forse Berlusconi finirà per stancare, ma siamo ancora all’accecamento della morale: quegli imprenditori che si fregano le mani per il terremoto dicono che la febbre del denaro è ancora alta. E’ come nella Bibbia: Mosè che scende dal Sinai con le tavole della legge e trova gli ebrei che festeggiano attorno al vitello d’oro. Noi li abbiamo superati.

Che idea si è fatto di Bertolaso?
Non credo che abbia rubato di suo, ma che abbia lasciato rubare gli altri. Quando si vuol fare tutto in fretta, si aboliscono i controlli e succede di tutto. L’ha perduto la vanità: si credeva Superman, uno che va a dare lezioni agli americani… Non era difficile capire cosa succedeva. Se gli italiani fossero raziocinanti gli avrebbero impedito di buttare i soldi in tante opere inutili.

Forse, con più informazione e più opposizione, sarebbe più facile ribellarsi.
La cosa più deprimente è la lettura dei giornali, per non parlare della televisione. La nostra democrazia diventa autoritaria anche perché ci sono giornalisti comprati con prebende e privilegi, ma soprattutto terrorizzati. Incontro colleghi, si finisce per parlare di quel che combina Berlusconi, e quelli cambiano subito discorso. Se diventi nemico, sei segnato. Tu ce l’hai spesso col Corriere: credo che la carta stampata sia rimasta democratica, ma ha paura di lui. Si inventa di tutto, pur di parlar d’altro: chiamano ‘terzismo’ il doppiogiochismo. Dicono persino che, a parlar male di Berlusconi, si fa il suo gioco. Ma a chi la danno a bere?

Lei guarda molta televisione?
Sì, ho il gusto dell’orrido. E’ una galleria di mostri. Non riesco a levarmi l’incubo di Feltri, Belpietro, quel Sallusti… E le facce di Ghedini, di Brunetta… Quando li critichi, ti rispondono che sei un vecchio arteriosclerotico. Ma come si fa a diventare così?

La beatificazione di Craxi, i dossier su Di Pietro e ora l’immunità parlamentare d’accordo col Pd.
Beh, è tutto collegato. E’ la complicità fra colpevoli delle due parti. Di Pietro lo attaccano perché ha il merito di essere l’unica opposizione. Craxi piace tanto a questa destra e a questa sinistra per due motivi: intanto perché era un corrotto, e poi perché, con l’idea della Repubblica presidenziale, ha dato un’ideologia alla democrazia autoritaria che questi selvaggi di oggi inseguono ma non riescono nemmeno a teorizzare. Questa democrazia malata la dobbiamo pure a questa sinistra alla D’Alema che collabora da 15 anni con Berlusconi. Hanno capito che, se non partecipano in qualche modo alla sua greppia, non campano più.

Dicono che non bisogna attaccarlo, che i problemi sono altri.
E quando ne parlano, degli altri problemi?Allora almeno parlino male di un aspirante tiranno, no? Prima avevamo i Bobbio, i Foa, ora che fine han fatto gli intellettuali di sinistra? Possibile che non nascano più persone intelligenti?

Violante si spende molto per l’immunità parlamentare, dice che la magistratura non deve scalare il trono del principe.
Perché lo fa? Boh, vorrà fare carriera anche lui. Che personaggio viscido, non lo sopporto.

Il presidente Napolitano non le pare troppo condiscendente?
Va considerato nella sua biografia. E’ sempre stato un comunista prudente. Vuole durare, e non so se sia un bene o no. Ogni tanto tira un colpetto, ma chiedergli di fare l’eroe è troppo.

Che speranza abbiamo?
Che la gente si accorga del suicidio di farsi governare da uno abilissimo a fare soldi: quello i soldi, invece di darteli, te li porta via. Che gli italiani si vergognino almeno per le sue cadute di stile, tipo gli sghignazzi sulle belle ragazze mentre parla del dramma degli immigrati col presidente albanese. Che capiscano come un minimo di decenza e legalità è meglio di questa anarchia lurida. Non dico la virtù, l’onestà: un po’ di normalità e di civiltà. L’unica bella notizia degli ultimi anni è il Popolo viola, spero che le prossime manifestazioni siano ancora più massicce e visibili. Se si ribellano i ragazzi, non tutto è perduto.

Saturday, December 24, 2011

Lecco, provincia di Cazzullo

Il Fatto Quotidiano, 24 Dicembre 2011

Eravamo decisi ad assegnare il Leccone d’Oro 2011 al primatista mondiale Sallusti, per lo scatto finale di cui ha dato prova ieri, col memorabile titolone sul Giornale: ‘“Silvio non mi ha pagato’. Mills lo scagiona in aula: ‘ Ho inventato tutto per ingraziarmi i Pm’. Scoperto il bluff. Il processo che doveva dimostrare la corruzione del Cav finisce nel nulla”.
L’idea che un tizio giudicato colpevole in Cassazione (Sallusti lo definisce strepitosamente “assolto per prescrizione”) di esser stato corrotto da B. in cambio di due false testimonianze ne faccia una terza per negare di essere stato corrotto e venga creduto da qualcuno, già ci pareva affascinante. E ancora più avvincente ci sembrava il movente usato per spiegare perché avesse scritto al commercialista e confermato ai pm di essere stato corrotto da B.: voleva salvare un certo Diego Attanasio e non aveva trovato di meglio che accusare il premier italiano.

Ma ciò che trovavamo davvero irresistibile era che Sallusti potesse immaginare che i giudici, fra una verità accertata in Cassazione e la bugia di un imputato colpevole, credano alla seconda. Insomma, ci eravamo convinti che il Leccone d’Oro lo meritasse lui, alla carriera. Poi però, sul Corriere, è uscita un’intervista di Aldo Cazzullo al cardinale ciellino Angelo Scola, arcivescovo di Milano. E abbiamo dovuto arrenderci: di fronte a cotanta lingua, Sallusti è un dilettante.

Quella di Cazzullo non è un’intervista: è una via di mezzo fra il terzo grado e il corpo a corpo. Un crescendo rossiniano: “Teme davvero il ritorno alla violenza?”, “Ritiene che il primo passo verso il risveglio dei cattolici si sia compiuto con la formazione di questo governo?”, “Sta dicendo che c’è un deficit della politica che i tecnici non possono colmare?”. Lavorato ai fianchi, Sua Eminenza vacilla: “Sì, ho questo timore”, “È solo un segnale”, “Certo”. Gancio destro in pieno volto: “Qual è il suo giudizio sull’era Berlusconi? La Chiesa gli ha concesso un credito eccessivo?”. Il presule si aggrappa alle corde del ring per non finire al tappeto: “Presto per dare un giudizio complessivo”. In effetti sono trascorsi solo 18 anni, ne riparliamo nella prossima era geologica. Però si può già dire che “la casa brucia”. Un intervistatore qualunque ne profitterebbe per ricordare che sulle sue, di case, la Chiesa non paga l’Ici. Ma Cazzullo è speciale. Lo previene il porporato, facendosi la domanda e dandosi la risposta: “Si sta facendo un gran polverone sull’Ici”. Ecco, un gran polverone. “Lei – incalza il Cazzullo – proviene da Cl. Non teme che, tra i quasi 17 anni di potere di Formigoni, gli affari, gli scandali, Cl sia caduta in qualche eccesso?”.

In effetti trovare un leader ciellino rimasto a piede libero è arduo: concetto che cazzullescamente si traduce in “qualche eccesso”. Risposta: “Conosco Formigoni da quando aveva 14 anni, anche se da tempo ci si vedeva di rado. Se è stato eletto 4 volte consecutive, ci sarà pure una ragione”. È quel che si domandano i pm che indagano sulle firme false della lista e sui bilanci falsi del San Raffaele. E infatti ecco l’uppercut cazzullesco: “Che idea s’è fatto del caso San Raffaele?”. Scola: “Mi mancano troppi elementi per formulare un giudizio”. Mancherebbero pure un paio di miliardi nelle casse del San Raffaele, ma non sottilizziamo. Ben altro allarma Sua Eminenza: “Qualche interrogativo è nato talvolta dalla ricerca biotecnologica”: ecco il guaio del San Raffaele, la ricerca biotecnologica. Assalto finale: “Lei è nato a Lecco e si è formato a Milano: come l’ha ritrovata?”. Magari col Tom-Tom? No, ce l’ha portato l’autista.

Alla parola “Lecco” pronunciata da un invidioso Cazzullo, che invece è solo di Cuneo, il cardinale ha l’istinto di farla finita: “La formula del mio ‘ ritorno a casa ’ è vera. Sarà forse un anticipo del crepuscolo dovuto all’età…”. E Cazzullo, affranto ma pronto: “Non dica così, lei ha appena compiuto settant’anni”. Così giovane e già così cardinale.
Poche storie: Leccone d’Oro honoris causa.

Thursday, December 22, 2011

Severino, sia severa

Il Fatto Quotidiano, 21 Dicembre 2011


Pensavamo, ingenuamente, che il governo tecnico fosse lì per “salvare l’Italia” con poche misure di pronto soccorso. Invece, a sentire gli annunci e le interviste del premier e dei suoi ministri sui giornali e nei talk show (a proposito: non avevano detto che non avrebbero fatto annunci né dato interviste né frequentato talk show?), pare che vogliano riformare tutto il riformabile: welfare, pensioni, stipendi, statuto dei lavoratori, grandi opere, fisco, giustizia, carceri, sanità, università, scuole, asili, anche nidi.

Una delle più loquaci è la Guardasigilli Paola Severino, che annuncia a Repubblica addirittura una legge anticorruzione. Non prima di una “revisione delle procedure decisionali e di gestione”, affidata all’immancabile “tavolo di confronto per la semplificazione dei rapporti tra Pubblica amministrazione e impresa”. Roba che, a fare presto, richiede almeno un piano quinquennale. Senza contare che quella della legge anticorruzione è diventata una gag, meglio del Sarchiapone, visto che tutti i governi che Dio manda in terra, da che mondo è mondo, ne annunciano una e poi se ne guardano bene. Noi comunque prendiamo in parola la Severino e diamo per scontato che lo stesso Parlamento che fino all’altroieri dichiarava Ruby nipote di Mubarak, salvava Cosentino, Milanese, Romano e votava leggi pro-corrotti, si convertirà in articulo mortis e con agile piroetta voterà leggi anti-corrotti. La sola proposta che la ministra anticipa è “una nuova fattispecie di corruzione, quella ‘ privata ’ all’interno delle imprese”.

Non vorremmo deluderla, ma il reato di corruzione fra privati è già previsto dalla Convenzione internazionale sulla corruzione che tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa firmarono a Strasburgo nel lontano 1999: dopodiché tutti gli Stati membri la ratificarono, tranne l’Italia. Per informazioni, la Severino può rivolgersi ad Augusta Iannini in Vespa, che staziona al ministero di via Arenula dal 2001, sopravvissuta a Castelli, Mastella, Alfano e Palma senza mai sfiorare quella convenzione con un dito. L’altro giorno s’era sparsa la voce che la Severino l’avrebbe sostituita. Magari. Invece l’ha puntualmente confermata a capo dell’ufficio legislativo. Ottima scelta per un ministro che dice di voler “uscire dalla logica delle leggi ad personam”: proprio quelle che la signora Iannini ha contribuito a scrivere senza mai un conato di vomito: falso in bilancio, rogatorie, Cirami, ex Cirielli, senza contare quelle incostituzionali fulminate dalla Consulta (Schifani, Alfano, Pecorella, anti-Caselli).

Convertirla dalla pro-corruzione all’anti-corruzione sarà dura, ma la Severino ha il piglio giusto per riuscirci. Nel qual caso le basterà prendere la Convenzione di Strasburgo e copiarla paro paro: essa già punisce – come avviene in tutto il mondo civile – non solo la corruzione fra privati (per esempio, quando il capoufficio acquisti di un’azienda prende la stecca dal fornitore per servirsi da lui, a prezzi più alti di quelli di mercato), ma anche l’autoriciclaggio (l’Italia è l’unico Paese occidentale in cui chi ricicla soldi sporchi in proprio non commette alcun reato) e il traffico d’influenze illecite (quando uno si fa pagare in cambio della promessa di spendere le proprie entrature per risolvere il suo problema).

Se poi la Severino volesse risparmiare tempo, l’anno scorso il Fatto preparò con l’aiuto di giudici e giuristi un articolato di legge che prevede anche di unificare corruzione e concussione e cancellare catastrofi come la Cirielli (la legge del 2005 che dimezza la prescrizione creando la figura del colpevole incensurato a vita, mentre intasa le carceri allungando inutilmente le pene ai recidivi), la salva-evasori (1999) e la depenalizzazione di fatto del falso in bilancio (2002). È una riforma a costo zero, anzi a introito sicuro, visto che intaccherebbe quell’enorme serbatoio di nero che ammonta ogni anno a 70-80 miliardi per la corruzione e a 150 miliardi per l’evasione. Poi farebbe crollare i costi delle opere pubbliche e incentiverebbe le imprese straniere a investire in Italia. Se vuol fare sul serio, signora ministra, sa dove trovarci.

Saturday, December 17, 2011

Severino, anzi Morbidino

Il Fatto Quotidiano, 17 Dicembre 2011


La ministra della Giustizia Paola Severino era partita bene: aveva rimosso da capo dell’ufficio legislativo la signora Augusta Iannini in Vespa, una sorta di Gromyko in gonnella all’italiana essendo passata indenne da Castelli a Mastella, da Al Fano a Palma, maneggiando alcune fra le più invereconde leggi porcata della storia del diritto e anche del rovescio; e aveva pure messo alla porta quella squisita personcina di Arcibaldo Miller, il magistrato che capeggiava gl’ispettori, perseguitando colleghi perbene anziché ispezionare se stesso. Ora però la Guardasigilli cade, anzi crolla sul solito problema del sovraffollamento delle carceri, escogitando “soluzioni” fra il demenziale e il tragicomico.

Prima la solita pantomima del braccialetto elettronico, subito accantonata fra le risate generali. E ora l’ennesimo indulto mascherato per aggirare la Costituzione che impone, per i provvedimenti di clemenza, la maggioranza dei due terzi: una trovata che riprende, peggiorandolo, l’indultino di Al Fano, che l’anno scorso consentì ai circa 4 mila detenuti con residuo pena fino a 12 mesi (fuorché per delitti particolarmente efferati) di uscire dal carcere per gli arresti domiciliari. Ora il tetto dei 12 mesi sale a 18 e così, mandando a casa anzitempo altri 3500 carcerati, si spera di alleviare un pò la pressione nei penitenziari, imbottiti di 68 mila detenuti su 45 mila posti-cella. Inoltre la ministra pensa di trattenere nelle camere di sicurezza delle questure, senza passare per il carcere, i 21-22 mila detenuti in custodia cautelare che attendono il processo per direttissima. Così il congestionamento si trasferirà dalle carceri alle questure, dove già non si sa dove mettere la gente e soprattutto come gestirla, visti i vuoti di organico e la penuria di mezzi (mancano persino i soldi per la benzina e la riparazione delle volanti).

È la solita politica all’italiana che, non potendo o volendo risolvere i problemi, li sposta nello spazio o nel tempo, per rinviarne sine die la soluzione, possibilmente accollandola a chi verrà dopo. Anche in tema di carceri, il governo tecnico manifesta la più sconcertante continuità con quelli politici che l’hanno preceduto. Nella Prima e nella Seconda Repubblica. Seguita cioè a muoversi come se le carceri scoppiassero per i troppi detenuti, anziché per i troppi delinquenti e i pochi posti-cella: tutti gli altri Paesi europei hanno percentuali di carcerati analoghe alla nostra, e non conoscono fenomeni come la mafia, la camorra e la ‘ ndrangheta (non conoscono nemmeno una corruzione e un’evasione fiscale di massa come le nostre, ma queste sul sovraffollamento non incidono, visto che nelle nostre carceri non c’è un evasore e i tangentari si contano sulle dita di un monco).

Dunque si continua a non costruire nuove carceri, a non combattere con misure preventive i fenomeni criminali dilaganti, a non depenalizzare reati inutili e a non cancellare le norme – su droghe, immigrati, microcriminalità e recidiva (la folle ex-Cirielli) – che negli ultimi anni hanno moltiplicato inutilmente la media dei detenuti. Poi ogni tanto si scopre che il sistema produce un numero di reclusi insostenibile dalle strutture esistenti e si adotta la “soluzione scolastica” alla Mastella: chi disturba, fuori! Non potendo fortunatamente ricorrere all’ennesima amnistia, visto che fra poco si vota, ecco i surrogati e i pannicelli caldi: si svuota il mare col cucchiaino salvo ripiombare, fra qualche mese, nell’eterna “emergenza”. Già oggi il condannato, per scontare la pena in carcere, deve avere una condanna superiore ai 3 anni; che diventano addirittura 6 se ha commesso il delitto prima dell’indulto di 3 anni del 2006; con l’indultino Al Fano, per finire dentro per un delitto di 5 anni o più fa, la pena doveva essere di almeno 7 anni; e ora, con l’indulticchio Severino, anzi Morbidino, la soglia sale oltre i 7 e mezzo. Se sentite ancora un ministro invocare la “certezza della pena”, prendetelo a ceffoni. Tanto, mal che vi vada, finite carcerati a casa vostra.

Tuesday, December 13, 2011

Passeraset

Il Fatto Quotidiano, 11 Dicembre 2011


Il ministro di Intesa e Sviluppo Corrado Passera, bontà sua, garantisce che le frequenze tv sono “un tema molto rilevante che, alla luce dei sacrifici chiesti agli italiani, è ancora più giusto affrontare. Se ci sono da raccogliere suggerimenti, questa è l’occasione che ci aiuterà a raggiungere ipotesi e posizioni ancor più approfondite”. E bravo il tecnico: al confronto Forlani, in fatto di politichese, era un dilettante.
In realtà qui c’è poco da affrontare, suggerire, approfondire. Siccome le frequenze da assegnare valgono 16 miliardi e, assegnandole a pagamento con un’asta pubblica anziché gratis col beauty contest truccato, se ne incassano 4 o 5, un ministro che abbia una nozione del libero mercato da prima elementare dovrebbe semplicemente dire: care tv, se volete le frequenze in affitto dallo Stato che le possiede, le pagate; altrimenti lo Stato le tiene per sé, in attesa che qualche editore, italiano o straniero, faccia un’offerta. Punto.

B. ha fatto sapere che un’asta non porterebbe un euro allo Stato perché “andrebbe deserta”. Benissimo: anche se così fosse, lo Stato deve bandirla lo stesso; se poi va deserta, almeno si tiene le frequenze. Se invece le regala, oltre a non incassare un euro, si impoverisce perché perde un bene pubblico fino al 2031 e addirittura concede all’assegnatario il diritto di rivenderlo o riaffittarlo ad altri, intascando un sacco di soldi nostri. E questo si chiama peculato, punito fino a 10 anni di carcere. Dunque non si vede cosa ci sia da affrontare, approfondire, suggerire. A meno che, si capisce, chi dispone del bene pubblico – il ministro dello Sviluppo e Telecomunicazioni, Passera – non debba qualcosa a chi vuole fregarsi quel bene. Cosa che è lecito sospettare, dopo che il Passera ha nominato il suo predecessore Paolo Romani, già inventore di “Colpo grosso” e poi del beauty contest pro Mediaset, suo “personale rappresentante in Iraq e Afghanistan” per costruire un aeroporto e una diga, in nome di un’esigenza di “continuità” che può essere soddisfatta dal solo Romani, indispensabile perché – udite udite – è stato tre volte a Kabul e a Baghdad.
Il sospetto è che la vera “continuità” che Romani deve assicurare nel ministero sfuggito dalle mani di B. non attenga tanto alle dighe afghane, quanto alle tv italiane. Infatti con apposita intervista al Giornale della ditta, Romani ha avvertito Passera che annullando il beauty contest si rischia “una procedura di infrazione europea”: in realtà la procedura pende da anni come spada di Damocle sull’Italia in attesa di vedere se il mercato tv sarà aperto alla concorrenza. Quindi è proprio il beauty contest riservato ai più belli, cioè al duopolio Raiset, a farci rischiare la multa europea.

Comunque, per fugare i sospetti, Passera ha un sistema semplicissimo: annullare il beauty contest e bandire un’asta pubblica a pagamento. Tanto, se B. assicura che l’asta andrà deserta, vuol dire che Mediaset non è interessata alle frequenze, dunque nessuno potrà parlare di norma anti-B. Resta però da avvertire tempestivamente Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera, che venerdì ha fatto sapere: “Se il governo prende decisioni provocatorie come questa (l’asta a pagamento, ndr), il governo se ne va a casa”. Ma come, non ha saputo che B. non è interessato all’asta delle frequenze? Molti, e giustamente, si sono indignati per il fuorionda trasmesso da Gli intoccabili in cui un deputato mette all’asta il suo seggio al miglior offerente: possibile che nessuno s’indigni per Cicchitto che mette in vendita l’appoggio al governo del partito di maggioranza in cambio del regalo delle frequenze all’azienda del suo leader? L’altroieri l’ex governatore dell’Illinois Rod Blagojevich è stato condannato a 14 anni di galera e arrestato per aver tentato di vendere il seggio senatoriale liberato da Obama. Chissà qual è la pena prevista in Italia per chi mette all’asta un intero partito. A parte, si capisce, la rielezione e la promozione assicurata.

Saturday, December 10, 2011

La Volpe colpisce ancora

Il Fatto Quotidiano, 10 dicembre 2011

Sostiene Massimo D’Alema, intervistato da La Stampa, che il governo Monti è stato un trionfo della politica, ma soprattutto del Pd, ma soprattutto di D’Alema, perché un mese fa “l’alternativa non era tra governo tecnico o elezioni, ma tra governo tecnico o permanenza di Berlusconi. Se non si fosse concretizzata l’ipotesi di Monti, la maggioranza di centrodestra non si sarebbe sfarinata e noi avremmo ancora il Cavaliere a Palazzo Chigi. Altro che politica morta… Si è trattato, al contrario, di una positiva operazione politica”. Strano: noi pensavamo che B. si fosse dimesso perché le azioni del suo gruppo erano precipitate in Borsa del 12 % in un solo giorno; ma soprattutto perché alla Camera era sceso a 308 deputati, 8 in meno della maggioranza, dunque sarebbe caduto al primo voto di sfiducia.
Avevamo anche letto da qualche parte che a portargli via l’ultima decina di “traditori” (Carlucci & C.) era stato Paolo Cirino Pomicino, usato da Casini come sherpa per traghettarli nell’Udc: ma evidentemente la Volpe del Tavoliere vuol farci capire che c’era il suo sulfureo zampino anche dietro l’Operazione Cirino. I suoi elettori superstiti, che già stravedono per Monti, ne saranno entusiasti e orgogliosi.

D’Alema spiega poi che andare alle elezioni non conveniva: si rischiava di vincerle (“non le abbiamo chieste nonostante i sondaggi a noi favorevoli”). Molto meglio il governo dei banchieri, perché “una classe dirigente seria sa sfidare anche l’impopolarità per riparare i guasti provocati dalla destra”. Il Molto Intelligente previene la domanda che sorge spontanea: ma sei fuori come un balcone? E replica: “Due mesi di campagna elettorale avrebbero fatto precipitare l’Italia nella condizione della Grecia”.
Sarà, ma due mesi di campagna elettorale han salvato la Spagna, che pareva sull’orlo del baratro e ora sta meglio di noi: di fronte alla prospettiva di un governo legittimato dagli elettori (peraltro al posto di Zapatero, non dei nostri banditi), i mercati han dato agli spagnoli il tempo necessario di votarlo. E non si vede perché non avrebbero dovuto farlo anche con noi. Si dirà: perché la nostra legge elettorale non garantisce la maggioranza nei due rami del Parlamento. Vero: ma, in nome dell’emergenza, il centrosinistra avrebbe potuto presentarsi agli elettori col Terzo polo e Monti candidato premier di un governo a tempo, due anni non di più, che facesse le riforme più urgenti e poi riportasse l’Italia alle urne, con una legge elettorale decente, destra e sinistra di nuovo su fronti contrapposti. Prevedibilmente quello schieramento avrebbe stravinto, avrebbe raso al suolo B., e all’inizio dell’anno avremmo avuto ugualmente un governo Monti. Ma non piovuto dal cielo o dal Colle o dal caveau di qualche banca: consacrato dal consenso degli elettori, dunque politicamente responsabile e non più ricattato da B. e da nessun altro.

Cioè in grado di far pagare il giusto agli evasori, a Mediaset, alla Chiesa e forse persino alla Casta. Cosa che oggi non può fare, anche se quel mattacchione di D’Alema riesce a dire che Monti “fa pagare pure i ricchi”. Chissà quali ricchi ha in mente. Forse il banchiere Geronzi, che ieri ha raccontato al Corriere del suo “ottimo rapporto con D’Alema e Fassino”? O forse Finmeccanica di Guarguaglini e Borgogni, che foraggiava la fondazione dalemiana Italianieuropei sebbene la legge proibisca alle società pubbliche di finanziare la politica? Sull’Ici alla Chiesa, Max spiega che “bisogna studiare una soluzione, esentando gli edifici adibiti al culto e quelli utilizzati per fini sociali”. Ecco, bravo: mentre lui studia, sapete chi è stato a esentare gli edifici religiosi all’Ici se esercitano “finalità non esclusivamente commerciale”, aggirando i paletti imposti dalla Cassazione? Un decreto del 2006 firmato dall’allora ministro dello Sviluppo economico. Che non era il cardinal Ruini, e nemmeno Bertone. Era Pier Luigi Bersani.

Thursday, December 8, 2011

Minzoalibi

Il Fatto Quotidiano, 8 dicembre 2011

Oltre ai noti inconvenienti, tipo la manovra-salasso, avere di nuovo una persona normale a capo del governo presenta anche indubbi vantaggi: per esempio, la ricomparsa della logica nel dibattito politico. Purtroppo molti nostri colleghi non sono stati avvertiti, o non ci sono più abituati. Prendete Vespa. L’altra sera, mentre sculettava tutto bagnato e ricurvo al cospetto di Monti, l’ha ringraziato “per aver scelto la nostra trasmissione”. Al che Monti, perfido, l’ha ghiacciato: “Guardi che non sono qui per far piacere a lei”. Allora Vespa, per far piacere a lui, ha preso a umettare l’ospite con le consuete dosi industriali di saliva,
giustificando la sanguinosa manovra con lo stato fallimentare dell’Italia (la stessa Italia che fino all’altroieri dipingeva a tinte pastello come il Regno di Saturno). E, a proposito dei tagli ai pensionati-nababbi da 960 euro al mese, si è accomunato a “noi uomini della strada che non capiamo bene”. Monti, impietoso, l’ha righiacciato: “Ah, vedo che lei è abituato a ragionare di cifre”. Forse alludendo al fatto che l’uomo della strada Vespa è in pensione da un pezzo, ma seguita a collaborare con la Rai per la modica cifra di 2 milioni l’anno. Anche Minzolingua e i suoi fans superstiti faticano a rientrare nei ranghi della logica e del buonsenso. Qui non si tratta di infierire su quel che resta di Minzo, pace alla lingua sua. Ma è impossibile restare insensibili alle argomentazioni con cui ha tentato di convincere il gup a non rinviarlo a giudizio per peculato a causa dei suoi viaggi e banchetti privati pagati con la carta di credito aziendale, cioè con soldi nostri (65 mila euro e rotti in 14 mesi). L’alibi di ferro sfoderato dinanzi al gup è noto: “Ho restituito i soldi alla Rai”. Pare che al giudice non fosse mai capitato un imputato che, accusato di aver rubato una certa somma, sostenesse di non averla rubata con la decisiva argomentazione che aveva poi restituito il maltolto al legittimo proprietario. Anche perché questa si chiama confessione, non alibi. Allora Minzo estrae l’alibi di riserva: “Ho mandato le ricevute fin dall’inizio e, nei primi due anni, non è successo niente”. Ma questo non è un alibi, è un’aggravante: l’imputato informa il gup che il peculato non riguarda solo il terzo anno, ma pure i due precedenti. Come se un rapinatore dicesse: ho sempre rapinato banche per tutta la vita e nessuno mi aveva mai scoperto, dunque sono innocente anche adesso che mi avete beccato. A quel punto Minzo tenta il tutto per tutto: “La mia carta aveva un tetto di 5.200 euro/mese e non l’ho mai superato, anzi a volte non ci sono neanche arrivato”. Come se il rapinatore dicesse: nel caveau c’erano 10 milioni, ma io ne ho portati via soltanto nove perché poi è scattato l’allarme e sono scappato, dunque tecnicamente non c’è rapina perché non ho rubato tutto. Il pover’uomo, alla disperata, prova a far notare che si tratta di un processo politico perché “mi ha denunciato Di Pietro”. Già, ma ti può denunciare pure Riina, però se abusi della carta di credito ti processano lo stesso. In suo soccorso interviene subito Cicchitto con l’asso nella manica: “È evidente il tentativo di eliminare Minzolini ricorrendo allo strumento giudiziario”. D’ora in poi, ogni volta che verrà processato un tizio per furto, Cicchitto detterà all’Ansa: “È evidente il tentativo di eliminare il ladro ricorrendo allo strumento giudiziario”. Ora, in attesa del processo, la Rai medita di punire Minzolini nominandolo corrispondente da New York: così potrà continuare a girare il mondo a spese nostre. Zio Tibia Sallusti ha capito tutto: “Minzolini suscita l’invidia e la gelosia dei colleghi frustrati in cerca di vendetta” perché “è il più bravo reporter di palazzo” e “ha inventato il retroscena non autorizzato che ha cambiato il volto del giornalismo politico”. Infatti l’altra sera il suo Tg1 ha bucato persino la notizia del rinvio a giudizio del suo direttore: il famoso retroscena non autorizzato.

Parliamo un po’ di noi

Il Fatto Quotidiano, 7 dicembre 2011


La luna di miele più rapida della storia è già finita. Siamo ancora qui che rispondiamo alle lettere della settimana scorsa, scritte da bravi lettori che ci invitavano a “lasciar lavorare Montie giunte col giusto ritardo grazie alle Poste “risanate” da Passera e dai suoi successori, e già ci arrivano mail di lettori inferociti (speriamo non gli stessi) che ci invitano a cantarle chiare a questo governo che “fa pagare sempre i soliti noti” ed è “come e peggio degli altri”.

Sempre così, noi italiani. Capaci di diventare seri solo se costretti dal disastro incombente, e solo per brevi parentesi (Tangentopoli nel ‘ 92-’ 93, l’entrata nell’euro nel 1998, l’allarme spread nel 2011) fra un Carnevale e l’altro. Per il resto, sempre sotto il balcone di Qualcuno che promette miracoli subito: l’Uomo Forte, l’Uomo Nuovo, l’Uomo Che Decide, l’Uomo Con Le Palle, l’Uomo della Provvidenza, il Salvatore della Patria, Quello Che S’è Fatto Da Sé, il Tecnico Che Risolve. L’altra sera, a Servizio Pubblico, con una punta di sciovinismo francese e di commiserazione verso i poveri italiani, l’economista Jean-Paul Fitoussi ci avvertiva: “Non esiste Zorro, non esiste Superman!”. Come a dire: cari italiani, ma quando la smetterete di credere alle favole?

Noi, intendiamoci, non pensiamo affatto che questo governo sia come o peggio del precedente (basta ricordare chi c’era fino a un mese fa nei vari ministeri, per trovare molto simpatica persino madama Fornero, detta anche Maria Chiagnusa o la Madonna di Civitavecchia). Ma nemmeno siamo stati mai disposti a “lasciarlo lavorare”, perché la stampa non deve lasciar lavorare nessuno: deve pungolare tutti, rispettando il patto con i lettori, che è quello di stare sempre e comunque all’opposizione, chiunque governi. Un’opposizione, si capisce, graduata sulle caratteristiche dei singoli governi. Un governo di banditi meritava un’opposizione totale e irriducibile. Un governo di persone perbene, salvo un condannato e qualcuno in conflitto d’interessi, merita un atteggiamento guardingo, ma “caso per caso”.

Perciò abbiamo messo alla berlina i giornaloni sdraiati ai piedi (naturalmente sobri) di Monti e della sua signora e financo del suo cane. Gli stessi che fino a un mese fa incensavano il Cainano e ora metteranno in croce anche i tecnici per non perdere i lettori superstiti. Ma non si poteva pensarci prima? Invece di suonare le trombe, i tromboni e le viole del pensiero al passaggio del nuovo salvatore della patria, il nuovo Cavour, il “nuovo Cincinnato” (ma sì, il Corriere ha scritto anche questo), bastava tenere acceso il cervello e usare un minimo di spirito critico, diciamo pure di sobrietà: si capiva subito che un governo senza consenso elettorale, tenuto su dai partiti come la corda sostiene l’impiccato e dallo stesso Parlamento delle leggi vergogna e di Ruby nipote di Mubarak, non avrebbe potuto fare nulla di ciò che speravamo. Cioè far pagare il conto della crisi a chi ha sempre vissuto sulle spalle altrui: politici e partiti, enti pubblici, enti locali, grandi evasori, nababbi dalle fortune misteriose, tangentari, mafiosi, pensionati d’oro, Vaticano, Mediaset.

E ora eccoci qui, con una stangata degna della vecchissima politica, come se occorresse quel trust di cervelli per escogitare l’ennesima rapina ai pensionati, l’ennesimo aumento della benzina e dell’Iva, l’ennesima ritassazione delle prime case (esclusi, si capisce, gli edifici religiosi a scopo di lucro), l’ennesimo spreco di risorse per l’inutile Tav (2 miliardi) e magari prossimamente al Ponte sullo Stretto tanto caro al banchiere-sottosegretario Ciaccia, l’ennesimo regalo di Natale alle banche e a Mediaset. Né c’era bisogno di riunire i mejo tecnici del bigoncio per fare passerella a Porta a Porta e a Ballarò. No, non esiste Zorro, e nemmeno Superman. Ma quando ci decidiamo a diventare adulti?

Friday, December 2, 2011

Diritto di vivere. E anche di morire?

Tre giorni fa la morte “pianificata” di Lucio Magri in una clinica svizzera. Oggi sul nostro giornale si confrontano due punti di vista opposti. Quello di Marco Travaglio: “Il medico salva, non uccide”. E quello di Paolo Flores d’Arcais: “Liberi di vivere e morire”. Decidere della propria vita significa anche poter delegare la propria fine ad altre persone? Ecco le opinioni dei due editorialisti.

Il medico salva, non uccide – di Marco Travaglio

Io non voglio parlare di Lucio Magri, che non ho conosciuto e non mi sognerei mai di giudicare: non so come mi comporterei se cadessi nella cupa depressione in cui l’avevano precipitato la vecchiaia, il fallimento politico e la morte della moglie. So soltanto che non organizzerei una festicciola fra i miei amici a casa mia, con tanto di domestica sudamericana che prepara il rinfresco per addolcire l’attesa della telefonata dalla clinica svizzera che annuncia la mia dipartita. Una scena che personalmente trovo più volgare e urtante di quella del pubblico che assiste alle esecuzioni nella camera della morte dei penitenziari. Ma qui mi fermo, perché vorrei spersonalizzare il gesto di Magri, quello che viene chiamato con orrenda ipocrisia “suicidio assistito” e invece va chiamato col suo vero nome: “Omicidio del consenziente”. Ne vorrei parlare perché è diventato un fatto pubblico e tutti ne discutono e ne scrivono. E molti tirano in ballo l’eutanasia, Monicelli o Eluana Englaro, che non c’entrano nulla perché Magri non era un malato terminale, né tantomeno in coma vegetativo irreversibile tenuto artificialmente in vita da una macchina: era fisicamente sano e integro, anche se depresso. Altri addirittura considerano il “suicidio assistito” un “diritto” da importare quanto prima in Italia per non costringere all’ “esilio” chi vuole farsi ammazzare da un medico perché non ha il coraggio di farlo da solo. Sulla vita e sulla morte, da credente, ho le mie convinzioni, ma me le tengo per me perché, da laico, non reputo giusto imporle per legge a chi ha una fede diversa o non ce l’ha. Dunque vorrei parlarne dai soli punti di vista che ci accomunano tutti: quello logico, quello giuridico, quello deontologico e quello pratico.

Dal punto di vista logico, non si scappa: chi sostiene il diritto al “suicidio assistito” afferma che ciascuno di noi è il solo padrone della sua vita. Ammettiamo pure che sia così: ma proprio per questo chi vuole sopprimere la “sua” vita deve farlo da solo; se ne incarica un altro, la vita non è più sua, ma di quell’altro. Dunque, se vuole farla finita, deve pensarci da sé.

Dal punto di vista giuridico c’è una barriera insormontabile: l’articolo 575 del Codice penale, che punisce con la reclusione da 21 anni all’ergastolo “chiunque cagiona la morte di un uomo”. Sono previste attenuanti, ma non eccezioni: nessuno può sopprimere la vita di un altro, punto. Se lo fa volontariamente, commette omicidio volontario. Anche se la vittima era consenziente, o l’ha pregato di farlo, o addirittura l’ha pagato per farlo. Non è che sia “trattato da criminale”: “È” uncriminale. Ed è giusto che sia così. Se si comincia a prevedere qualche eccezione, si sa dove si inizia e non si sa dove si finisce. Se si autorizza un medico a sopprimere la vita di un innocente, come si fa a non autorizzare il boia a giustiziare un folle serial killer che magari è già riuscito ad ammazzare pure qualche compagno di cella?

Dal punto di vista deontologico, altro muro invalicabile: il “giuramento di Ippocrate” che ogni medico, odontoiatra e persino veterinario deve prestare prima di iniziare la professione: “Giuro di… perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale , ogni mio atto professionale; di curare ogni paziente con eguale scrupolo e impegno…; di prestare, in scienza e coscienza, la mia opera, con diligenza, perizia e prudenza e secondo equità, osservando le norme deontologiche che regolano l’esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione”. Non occorre aggiungere altro. Come si può chiedere a un medico di togliere la vita al suo paziente, cioè di ribaltare di 180 gradi il suo dovere professionale di salvarla sempre e comunque? Sarebbe molto meno grave se chi vuole suicidarsi, ma non se la sente di farlo da solo, assoldasse un killer professionista per farsi sparare a distanza quando meno se l’aspetta: almeno il killer, per mestiere, ammazza la gente; il medico, per mestiere, deve salvarla. Se ti aiuta ad ammazzarti è un boia, non un medico.

Dal punto di vista pratico, gli impedimenti alla legalizzazione del “suicidio assistito” sono infiniti. Che si fa? Si va dal medico e gli si chiede un’iniezione letale perché si è stanchi di vivere? O si prevede un elenco di patologie che lo consentono? E quali sarebbero queste patologie? Quasi nessuna patologia, grazie ai progressi della scienza medica, è di per sé irreversibile. Nemmeno la depressione. Ma proprio una patologia passeggera può obnubilare il libero arbitrio della persona che, una volta guarita, non chiederebbe mai di essere “suicidata”. Qui di irreversibile c’è solo il “suicidio assistito”: ti impedisce di curarti e guarire, dunque di decidere consapevolmente, cioè liberamente, della tua vita. E se poi un medico o un infermiere senza scrupoli provvedono all’iniezione letale senza un’esplicita richiesta scritta, ma dicendo che il paziente, prima di cadere in stato momentaneo di incoscienza e dunque impossibilitato a scrivere, aveva espresso la richiesta oralmente? E se un parente ansioso di ereditare comunica al medico che l’infermo, prima di cadere in stato temporaneo di incoscienza, aveva chiesto di farla finita?

Se incontriamo per strada un tizio che sta per buttarsi nel fiume, che facciamo: lo spingiamo o lo tratteniamo cercando di farlo ragionare? Voglio sperare che l’istinto naturale di tutti noi sia quello di salvarlo. Un attimo di debolezza o disperazione può capitare a tutti, ma se in quel frangente c’è qualcuno che ti aiuta a superarlo, magari ti salvi. Del resto, il numero dei suicidi è indice dell’infelicità, non della “libertà” di un Paese. E, quando i suicidi sono troppi, il compito della politica e della cultura è di interrogarsi sulle cause e di trovare i rimedi. Che senso ha allora esaltare il diritto al suicidio ed escogitare norme che lo facilitino? Il suicidio passato dal Servizio Sanitario Nazionale: ma siamo diventati tutti matti?

Io “tifo” per la libertà – di Paolo Flores d’Arcais

Se la tua vita non appartiene a te, amico lettore, ne sarà padrone un altro essere umano, finito e fallibile non meno di te. Ti sembra accettabile? Su questa terra infatti si agitano e scontrano solo e sempre volontà umane, una volontà anonima e superiore che si imponga a tutti, oggettivamente o intersoggettivamente, è introvabile. Chi ciancia della volontà di Dio è blasfemo (come può pensare di conoscere ciò che è incommensurabile con la piccolezza umana?). In realtà attribuisce a Dio la propria volontà, lucrando sulla circostanza che nessun Dio potrà querelarlo per diffamazione. Il Dio cattolico di Küng considera lecita l’eutanasia, il Dio altrettanto cattolico di Ratzinger l’equipara all’omicidio. Perché in realtà si tratta dell’opinione di Küng e dell’opinione di Ratzinger, umanissime entrambe e non più autorevoli della tua. Perciò, rispetto alla tua vita, o il padrone sei tu o il padrone è un altro “homo sapiens”, eguale a te in dignità (così Kant, e ogni democrazia anche minima), vescovo, primario ospedaliero, pater familias o altra “autorità” che sia.

Ma poiché siamo tutti eguali, deve anche valere il reciproco: se il padrone della tua vita può essere qualcun altro, tu potrai a tua volta decidere della sua vita contro la sua volontà. Se c’è davvero qualcuno che accetterebbe si faccia avanti. Ma non ce n’è nessuno. Nella realtà esistono solo “homo sapiens” finiti, fallibili e peccatori come te e come me, amico lettore, che pretendono di imporre alle altrui vite la loro personale volontà, ma mai accetterebbero di essere soggetti ad analoga mostruosa prevaricazione.

Perciò, senza perifrasi: il suicidio assistito è un diritto? Sì. Fa tutt’uno col diritto alla vita e alla libertà, inscindibili. La “Vita” che qualcuno vuole “sacra” è infatti la vita umana, non il “bios” in generale (ogni volta che prendiamo un antibiotico, come dice la parola, facciamo strage di “vita”), e la vita umana è tale perché singolare e irripetibile, cioè assolutamente MIA. Se non più mia, ma a disposizione di volontà altrui, è già degradata a cosa: “Instrumentum vocale”, dicevano giustamente gli antichi.

Per Lucio Magri la vita era ormai solo tortura. Per Mario Monicelli la vita era ormai solo tortura. Per porvi fine, Lucio Magri ha dovuto andare in esilio e Mario Monicelli gettarsi dal quinto piano. La legge italiana vieta infatti una fine che non aggiunga dolore al dolore già insopportabile: su chi ti aiuta incombe una condanna fino a 12 anni di carcere. E per “assistenza” al suicidio si intende anche quella semplicemente morale! Due casi raccapriccianti di anni recenti: un coniuge accompagna l’altro nell’ultimo viaggio (solo questo: la vicinanza) e deve patteggiare una pena di oltre due anni, altrimenti la sentenza sarebbe stata assai più pesante. Una signora di 54 anni, affetta da paralisi progressiva, decide di andare da sola in Svizzera, proprio per non coinvolgere la figlia. Che tuttavia le prenota il taxi per disabili che la porterà oltre frontiera. È bastato per l’incriminazione: ha dovuto patteggiare un anno e mezzo di carcere.

Ma quando si vuole porre fine alla tortura che ormai ha saturato la propria esistenza, si ha sempre bisogno di assistenza: il pentobarbital sodium non si trova dal droghiere, solo un medico lo può procurare. L’alternativa è appunto l’esilio o lo strazio estremo dell’angoscia aggiuntiva: gettarsi sotto un treno o nel vuoto o nella morte per acqua. Le anime “virili” che si sono concessi perfino l’ironia (“se uno vuol farla finita ha mille modi, senza piagnistei di ‘aiuto’”: i blog ne sono pieni), hanno davvero oltrepassato la soglia del vomitevole.

Altre obiezioni grondano comunque ipocrisia o illogicità. “Se vedi uno che si sta impiccando che fai, rispetti la sua libertà o intanto lo salvi?”. Ovvio che lo salvo, poiché potrebbe essere un momento di sconforto. Ma i casi di cui parliamo sono sempre e solo riferiti a scelte lungamente maturate, ponderate, ribadite. Lucidamente e incrollabilmente definitive (a maggior ragione se chi vuole morire subito è un malato terminale comunque condannato a morte). Da rispettare, dunque, se a una persona si vuole bene davvero: anche se la fine della sua tortura ci procura il dolore della sua assenza per sempre.

Il Fatto Quotidiano, 2 dicembre 2011

Altrettanto pretestuosa l’accusa che il medico verrebbe costretto a praticare l’eutanasia a chiunque la chieda. Nessuno ha mai avanzato questa richiesta, ma solo il diritto – per il medico che questo aiuto vuole dare – di non rischiare il carcere come un criminale. Spiace perciò particolarmente che Ignazio Marino, clinico e cittadino dai molti meriti, abbia dichiarato: “Non dividiamoci tra ‘pro vita’ e ‘pro morte’, il tifo da stadio non è giustificabile di fronte alla fragilità umana”.

A parte la scurrilità del “tifo da stadio”: essere “pro choice” non è essere “pro morte” ma per la libertà di ciascuno di decidere liberamente, mentre troppi “pro vita” sono semplicemente “pro tortura”, poiché pretendono di imporla a chi invece la vive come peggiore della morte. Tu hai tutto il diritto di dire che mai e poi mai ricorrerai al suicidio assistito, che la sola idea ti fa orrore. Ma che diritto hai di imporre questo rifiuto a me, cui fa più orrore la tortura, visto che siamo cittadini eguali in dignità e libertà?

Servizio Pubblico - 1 dicembre 2011



Thursday, December 1, 2011

I Minzopadrini

Il Fatto Quotidiano, 1 dicembre 2011

L’inviato del Tg1 Franco Di Mare, giornalista d’assalto e conduttore di Unomattina, annuncia tutto concitato “un’edizione straordinaria del Tg1”. Si spengono le luci, parte la storica sigla del Tg1 e appare il faccione ridanciano di Attilio Romita, seduto in studio uguale a quello del Tg1: “Grande entusiasmo e scene di giubilo a Pescara per il 50° compleanno di Fater Spa”, i cui pannolini – assicura il Ted Turner de noantri – “hanno ridato dignità a una quota significativa della popolazione”. Seguono 7 minuti di marchetta all’azienda abruzzese di assorbenti che riunisce i marchi Tampax, Pampers e Tempo. Poi, come in ogni tg che si rispetti, i commenti dei politici, italiani e internazionali. Sarkozy, Bush (“dietro ogni grande uomo c’è sempre un grande pannolone”), Putin (“tutta la Russia vi ringrazia”). E le dichiarazioni di Prodi, Gasparri, Di Pietro, Bindi, Veltroni. Infine Benedetto XVI, all’Angelus, benedice i pannolini e i loro creatori. Romita conclude con brevi ritratti encomiastici dei manager Fater, a partire dall’“inflessibile Sergio Cipolloni”. Sigla finale e la parola torna a Di Mare, che avvia il dibattito.

La penosa pantomima, un soffietto talmente smaccato che impedisce di distinguere il falso Tg1 da quello vero, è andata in scena tre anni fa al centro congressi di Pescara, a cura di due “giornalisti” del “servizio pubblico” con il logo del primo tg del “servizio pubblico”. All’epoca il direttore del Tg1 era Riotta, che non risulta aver tolto dal video i due uomini-sandwich degli assorbenti. Né risulta che la Rai abbia avviato per loro le pratiche del licenziamento. Solo un buffetto dall’Ordine dei giornalisti del Lazio, che anziché sospenderli o radiarli, li ha sanzionati con una ridicola “censura”. Eppure ai giornalisti è severamente vietato fare pubblicità (Mughini fu cacciato per uno spot): ma forse in questo caso “giornalisti” è una parola grossa.

Il video, scoperto da ilfattoquotidiano.it, è online da una settimana, ma Romita e Di Mare imperversano imperterriti su Rai1. Eppure un anno fa, quando il nostro sito lo interpellò, Di Mare disse che il finto Tg1 era stato trasmesso a sua insaputa (un caso Scajola bis) e lui ci era “rimasto male” e aveva “subito chiesto scusa”, mentre nel video lo si vede lanciare il servizio e, al termine, riprendere la linea per il dibattito coi dirigenti Fater senza batter ciglio. Romita addirittura dichiarò: “La Fater non l’ho mai sentita nominare, non ho registrato quel video”. E ora, preso col sorcio in video, sostiene di averlo girato pure lui a sua insaputa. Del resto chi dovrebbe rimuoverli dal video è Minzolini, che a sua volta avrebbe dovuto essere rimosso da almeno un anno: da quando il Fatto rivelò lo scandalo dei suoi allegri tour per il mondo in dolce compagnia e nei più lussuosi hotel del pianeta, ovviamente a spese della Rai, pagando con carta di credito aziendale anche quando risultava fuori servizio, a volte facendosi rimborsare una seconda volta (con la diaria) le spese già saldate con la credit card.

L’altra sera, mentre il Tg1 precipitava al 16%, il Romita non conduceva perché si era fatto sostituire, avendo ben di meglio da presentare: la fiera dei gelatai a Longarone. E chi l’aveva autorizzato? Ma naturalmente Minzolini. Che ora, caduto il suo sponsor B., pare alla frutta: se martedì sarà rinviato a giudizio per peculato come chiede la Procura, forse il vertice Rai si deciderà a cacciarlo. Troppo tardi e anche troppo comodo: se finora nessuno aveva mosso un dito, è perché Minzo teneva in pugno i vertici aziendali. Forse perché è più potente di loro. O forse perché è diventato un comodo alibi per tutti gli altri che, finché c’è lui, possono fare tutto quel che pare a loro. Se ora chi l’ha nominato resterà al suo posto, non cambierà nulla. O forse sarà pure peggio. Come disse Petrolini al contestatore che gli sbraitava contro dal loggione, “io nun ce l’ho con te, ce l’ho col tuo vicino che nun te butta de sotto”.