Sunday, April 1, 2012

Reviremont

Il Fatto Quotidiano, 31 Marzo 2012


I sondaggi calanti, lo spread e i prezzi e le tasse crescenti, i partiti vocianti, i sindacati e i lavoratori marcianti non sono nulla, al confronto del vero pericolo mortale che incombe sul governo Monti: l’appoggio di Giuliano Ferrara, che si aggiunge a quello già poco beneaugurante di Eugenio Scalfari.

Il Ferrara infatti, come ripetiamo da tempo, s’è perso soltanto due catastrofi del ‘900: il terremoto di Messina e il naufragio del Titanic. Ma non per cattiva volontà: perché non era nato. Pare che a gennaio avesse fatto in tempo ad augurare buon viaggio al comandante Schettino. A novembre il professor Monti aveva preso le sue brave precauzioni, sondando discretamente Napolitano: “Scusa, Giorgio, hai per caso idea di come la pensi Ferrara sul mio governo? No, perché nel caso malaugurato che sia d’accordo, vista la fine che fanno quelli che sostiene – il Pci, Craxi, B., Squillante, Previti, Bush, la Palin e persino la Brambilla, per non parlare della sua candidatura al Mugello, del Foglio, di Radio Londra, della Bicamerale D’Alema e della lista No Aborto – io il premier non lo faccio”.

L’uomo del Colle, prontamente, monitò: “Vai tranquillo, Mario, Giuliano è ferocemente contrario. Sei in una botte di ferro”. “Fiuuuuu!”, si udì dall’altro capo del filo. Venuto meno per un attimo al proverbiale aplomb, il prof organizzò un sobrio carnevale di Rio a Palazzo Chigi. Stappò addirittura una mignon di tavernello. Poi corse a informare i ministri in pectore, che si unirono ai suoi caroselli carioca. Lui intanto usava l’accertata ostilità di Ferrara come argomento per convincere i più riottosi: “Ma come non vieni? Guarda che sarà una passeggiata: abbiamo Ferrara contro”. E quelli, sollevati: “Ah beh allora volo! Brigittebardotbardooot!”. Restava però il dubbio: metti che noi accettiamo e poi quello, voltagabbana com’è, cambia idea in extremis e ci dà il bacio della morte? Il cauto ottimismo svoltò in sfrenato entusiasmo quando, sul Foglio, Ferrara gridò al golpe: “Un gruppo di onest’uomini, con qualche notevole sentore di trasversalismo e di collegamenti indiretti con le lobby politico-economiche, si mette al servizio del nulla programmatico… che non è stato oggetto di una discussione né con i cittadini né con i partiti. Questo governo tecnico nasce… perché i ‘world leaders’ han deciso e han fatto una manovra bancaria sul credito italiano, sul rendimento dei nostri titoli pubblici, allo scopo di cambiare il governo, emancipandolo dalla tutela della democrazia elettorale. Un colpo di mano… Accettare questa situazione è improponibile per la decenza politica, culturale e civile di un grande paese. Servirebbe un’opposizione intransigente, un no che suoni riscatto e speranza. Ma non avremo niente di tutto questo, né da Berlusconi, che bada al sodo e tira diritto verso un declino inglorioso, né da Bersani” (16-11). “Una sciagurata rinuncia unanime all’esercizio della sovranità democratica nella sua forma elettorale e di mandato coordinata dal presidente della Repubblica… La resa alla democrazia sospesa… alle spalle del corpo elettorale rinnegato nel suo potere di decisione è il nostro solo e unico problema, tutto il resto deriva di lì… La perdita secca di sovranità nazionale a favore del fragile governo del Bund tedesco, è un’aggravante decisiva che rende impalatabile il generoso tentativo di metterci una pezza… Una tregua tecnica inaudita in una democrazia politica… Complimenti a Napolitano e la mia ira per chi ha consentito che questa soluzione passasse: Berlusconi, che amo, e Bersani, che sopporto a stento e come lui mi ha deluso” (24-11).

Insomma, avere Ferrara contro pareva a Monti molto meglio dell’elisir di lunga vita. Poi, l’altroieri, inopinatamente, hanno letto sul Foglio: “Sono un berlusconiano tendenza Monti”. Firmato: Giuliano Ferrara. I ministri cattolici si sono segnati, gli altri grattati. E tutti han capito di avere i giorni contati.

Saturday, March 17, 2012

I Tre dell’Ave Mario

Il fatto Quotidiano, 17 marzo 2012


A furia di citare la foto di Vasto con Bersani, Di Pietro e Vendola per dire che gli intrusi erano Di Pietro e Vendola, è stata scartata a priori l’ipotesi che dei tre quello sbagliato fosse Bersani. Ipotesi che assume una certa pregnanza alla vista della foto di Casta, twittata da un gaio Piercasinando durante l’inutile vertice con Monti.

La foto di gruppo lo ritrae in compagnia del resto della Trimurti, anzi della Trimorti a giudicare dal consenso di cui godono i rispettivi partiti: l’implume Angelino Jolie e il solito Bersani, che sta diventando un po’ come Zelig e Forrest Gump: fa capolino in tutte le foto (anche in quelle dei matrimoni). Eccoli lì, sorridenti e giulivi davanti al fotografo, Casini, Alfano e Bersani, ma anche Casano, Bersini e Alfani, ma anche Alfini, Bersano e Casani. La Trimorti è uscita finalmente dalla clandestinità, dopo tre mesi di incontri clandestini in tunnel, catacombe e suburre umidicce e infestate da cimici e pantegane, e ha trovato il coraggio di fare outing sul loro ménage à trois: ebbene sì, i tre dell’Ave Mario si amano e rivendicano i loro diritti di trojka di fatto.

Un tempo la politica si faceva nelle piazze, poi traslocò in televisione. Ora invece va avanti a colpi di foto e photoshop. Da quando i partiti sono appunto partiti senza più dare notizie di sé, per avvertire i loro cari di esser ancora vivi i presunti leader postano ogni tanto un autoscatto. Prossimamente manderanno una cartolina da Venezia. O magari da San Vittore, a giudicare dall’imperversare degli scandali e delle inchieste un po ’ in tutta Italia, su tutti i partiti, vecchi e nuovi, di destra di centro e di sinistra. Ormai parlare di indagini è riduttivo: questi sono rastrellamenti.

Li stanno andando a prendere l’uno dopo l’altro. Presto si esauriranno anche le riserve di manette ed esploderanno i cellulari (intesi come mezzi di locomozione): ci vorrà l’accalappiacani. In attesa della prossima retata, i partiti si difendono come possono. Più gli elettori si allontanano, più i politici si avvicinano, in quel Partito Unico Nazionale (Pun) che ha rinunciato pure agli ultimi pudori. Più che un inciucione, un partouze che compravende tutto: giustizia, Rai, frequenze, welfare, legge elettorale, Costituzione. Basta grattare un po’ la foto di Casta per scoprire che è tutto finto. Per evitare il linciaggio dagli eventuali elettori rimasti, Bersani giura che il Pd non parteciperà alla spartizione della Rai, ma in realtà è già d’accordo con gli altri due, dietro il trompe l’œil delle “personalità indipendenti” (tutti ottuagenari fossili da Jurassic Park). Alfano dà il via libera alla legge anticorruzione, in realtà già sa che la Convenzione di Strasburgo verrà svuotata, mentre le sole leggi sulla giustizia che passeranno sono: l’ammazza-giudici sulla responsabilità civile diretta e personale (unica al mondo); l’ammazza-intercettazioni e imbavaglia-stampa modello Mastella; e l’ammazza-concussione per salvare B. anche dal processo Ruby con la gentile collaborazione del Pd che l’ha addirittura proposta.

Intanto in Cassazione si provvede a tener buone le Procure di Palermo e Caltanissetta, così imparano a indagare su stragi e politica: ma non l’hanno ancora capito che le trattative Stato-mafia si chiamano “grandi intese”? Sulla legge elettorale i partiti dicono che manca ancora un quid, ma in realtà sono già d’accordo per eliminare con sbarramenti e altre lupare bianche i pochi partiti e movimenti non allineati. La Camusso dice che l’accordo sull’articolo 18 ancora non va bene, in realtà lo sanno tutti che la Cgil è già d’accordo da un bel po’, perché così vuole il Pd, e il Pd è d’accordo perché così vuole il Quirinale. E, se qualcuno protesta, è pronta la scusa: “Ce lo chiede l’Europa”. Da questo vortice di vertici, da questo partouze a base di foto, cartoline, finzioni, tavoli e teatrini, resta fuori un piccolo dettaglio: gli elettori.

Ma che saranno mai 45 milioni di italiani. Basta rafforzare le scorte dei politici. E non perché siano minacciati dai terroristi o dai mafiosi (ma quando mai): è che rischiano di incontrare un elettore.

Tuesday, March 13, 2012

Fate schifo

Il Fatto Quotidiano, 13 Marzo 2012


Ma interessa ancora a qualcuno sapere perché vent’anni fa è morto Paolo Borsellino con gli uomini di scorta? Sapere perché l’anno seguente sono morte 5 persone e 29 sono rimaste ferite nell’attentato di via dei Georgofili a Firenze, altre 5 sono morte e altre 10 sono rimaste ferite in via Palestro a Milano, altre 17 sono rimaste ferite a Roma davanti alle basiliche? Interessa a qualcuno tutto ciò, a parte un pugno di pm, giornalisti e cittadini irriducibili? Oppure la verità su quell’orrendo biennio è una questione privata fra la mafia e i parenti dei morti ammazzati?

È questa, al di là delle dotte e tartufesche disquisizioni sul concorso esterno in associazione mafiosa, la domanda che non trova risposta nel dibattito (si fa per dire) seguìto alla sentenza di Cassazione su Marcello Dell’Utri e alle parole a vanvera di un sostituto Pg. O meglio, una risposta la trova: non interessa a nessuno. A parte i soliti Di Pietro e Vendola, famigerati protagonisti della “foto di Vasto” che va cancellata o ritoccata come ai tempi di Stalin, magari col photoshop, non c’è leader politico che dica: “Voglio sapere”. Anzi, dalle dichiarazioni dei politici che danno aria alla bocca senza sapere neppure di cosa parlano, traspare un corale “non vogliamo sapere”.

Forse perché sanno bene quel che emergerebbe, a lasciar fare i magistrati che vogliono sapere: il segreto che accomuna pezzi di Prima e Seconda Repubblica, ministri e alti ufficiali bugiardi e smemorati, politici, istituzioni, apparati, forze dell’ordine, servizi di sicurezza. Quel segreto che viene violato solo quando proprio non se ne può fare a meno perché mafiosi e figli di mafiosi han cominciato a svelarlo. Quel segreto che ha garantito carriere ai depositari e ai loro complici. Già quel poco che si sa – che poi poco non è – è insopportabile per un sistema che si ostina a raccontarci la favoletta dello Stato da una parte e dell’Antistato dall’altra, l’un contro l’altro armati. La leggenda del “mai abbassare la guardia”, delle “centinaia di arresti e sequestri”, “della linea della fermezza”, del “tutti uniti contro la mafia”, mentre dietro le quinte si tresca con quella per venire a patti, avere voti, usarla come braccio armato e regolare i conti sporchi della politica, rimuovendo un ostacolo dopo l’altro: da Mattarella, La Torre, Dalla Chiesa, giù giù fino a Falcone e Borsellino.

Ora, nel ventennale di Capaci e via D’Amelio, prepariamoci a un surplus di retorica, nastri tagliati, cippi, busti e monumenti equestri, moniti quirinalizi, lacrime tecniche e sobrie, corone di fiori delle alte cariche dello Stato (anche del presidente del Senato indagato per concorso esterno che spiega all’Annunziata la sua teoria di giurista super partes sul concorso esterno senza neppure arrossire). Sfileranno in corteo trasversale quelli che -come da papello – han chiuso Pianosa e Asinara, svuotato il 41-bis facendo finta di stabilizzarlo come da papello, abolito i pentiti per legge, tentato di abolire pure l’ergastolo, regalato ai riciclatori mafiosi tre scudi fiscali.

Quelli che han detto “con la mafia bisogna convivere” e ci sono riusciti benissimo. Casomai interessasse a qualcuno, i disturbatori della quiete pubblica riuniti nell’Associazione vittime di via dei Georgofili, guidata da una donna eccezionale, Giovanna Maggiani Chelli, hanno appena reso noto la sentenza con cui la Corte d’assise di Firenze ha mandato all’ergastolo l’ultimo boss stragista, Francesco Tagliavia. “Una trattativa – scrivono i giudici – indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des. L’iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia”. Dopo il concorso esterno, se ci fosse un po’ di giustizia, la Cassazione dovrebbe abolire anche la strage. Oppure unificare i due reati in uno solo, chiamato “schifo”.

Sunday, March 11, 2012

L’antimafia non esiste

Il Fatto Quotidiano, 11 marzo 2012


Pazienza per i soliti commentatori un tanto al chilo, i Battista, Sgarbi e mèchati vari,che non perdono l’occasione per sfoderare il solito repertorio di balle. Pazienza per gli house organ di B., che gabellano per assoluzione l’annullamento del processo Dell’Utri con rinvio ad altro appello e spacciano la requisitoria (anzi l’arringa) del sostituto Pg Iacoviello per una sentenza definitiva. Questi ormai sono rumori di fondo di ogni processo eccellente. Ma è possibile che il Csm, l’Anm, le componenti della magistratura associata, la stessa Cassazione e la sua Procura generale non avvertano l’urgenza di dire una parola di chiarezza sulle anomalie dell’ultima fase del processo Dell’Utri: prima il ritardo di un anno con cui è stato fissato in Cassazione, facendolo cadere nelle mani di un amico di Carnevale (basta consultare le mailing list delle varie correnti per trovarvi ogni sorta di interrogativo); e poi il violento attacco del dottor Iacoviello al reato di concorso esterno in associazione mafiosa? Davvero, come sostiene quest’ultimo, il reato non esiste? O si tratta di un’esternazione estemporanea, a titolo personale, non concordata né condivisa dal suo ufficio?

Che si sappia, il compito di un Pg della Cassazione è proporre il rigetto o l’accoglimento dei ricorsi contro una sentenza di grado inferiore: cioè valutare se la sentenza è ben motivata in punto di legittimità o necessita di una nuova pronuncia di merito. Non c’è invece quello di abrogare i reati, né quello di dar fiato alla bocca per esternare a ruota libera considerazioni che di giuridico non hanno nulla, anzi sono smentite da due sentenze della Cassazione a sezioni unite e dal Massimario, tipo: “al concorso esterno ormai non crede più nessuno”. Ma chi l’ha detto? Ma dove sta scritto? Ci sono magistrati che, per molto meno, sono finiti sotto procedimento disciplinare per iniziativa della stessa Procura generale della Cassazione o addirittura sono stati cacciati o trasferiti o degradati dal Csm. Possibile che nessuno dica nulla su un’uscita che riporta le lancette dell’antimafia a prima di Falcone? Decine di persone sono in carcere o sotto processo per quel reato: avranno diritto di sapere se quel reato esiste ancora o no? E avranno diritto di saperlo le centinaia di magistrati che ogni giorno rischiano la pelle nelle procure e nei tribunali di frontiera del Sud con indagini e processi per quel reato? Certamente l’avrà fatto in buona fede, ma con quelle parole pronunciate dal suo alto scranno il dottor Iacoviello delegittima e isola tutti i colleghi che procedono, fra mille difficoltà e pericoli, sui rapporti fra mafie, istituzioni e professioni. E invia un messaggio devastante ai collaboratori di giustizia presenti e futuri che di quei rapporti stanno parlando o potrebbero parlare, proprio mentre siamo a un passo dalla verità sulle stragi e sulle trattative retrostanti: state pure zitti, tanto i processi alla classe dirigente collusa con la mafia non si faranno più o, se si faranno, finiranno nel nulla.

Anche ilprocuratore nazionale Grasso, anziché tutelare il lavoro di tanti pm e giudici antimafia che al concorso esterno credono perché lo vedono ogni giorno sotto i propri occhi, lavorando in Sicilia, Calabria, Campania anziché a Roma o a Ravenna, se n’è uscito con una bizzarria: siccome lui ha contestato a Cuffaro il favoreggiamento mafioso e Cuffaro è stato condannato per quel reato, allora “per combatte le zona grigia che ruota intorno a Cosa Nostra è preferibile contestare fattispecie concrete di reato”. Peccato che la Cassazione abbia stabilito che il favoreggiamento vale per uno-due episodi singoli; se invece la condotta è ripetuta e prolungata nel tempo, come nel caso di Dell’Utri, è concorso esterno o partecipazione all’associazione mafiosa. Quante ipocrisie per nascondere la vera posta in gioco: Dell’Utri è il braccio destro del padrone d’Italia (sì, B. lo è ancora), dunque la legge è uguale per tutti, ma non per lui.

Tuesday, March 6, 2012

Lucio e Marco

Il Fatto Quotidiano, 6 Marzo 2012


Lucio Dalla fa miracoli anche da morto. Il funerale proprio il 4 marzo nella sua Piazza Grande. L’abbraccio di tutta Bologna e di un bel pezzo d’Italia dentro e fuori San Petronio, dopo due giorni interi passati ad ascoltare le sue note sparse nell’aria della sua città. E soprattutto il saluto finale di Marco Alemanno, il suo giovane innamorato, che ha straziato ma anche rinfrescato l’atmosfera della vecchia basilica, strappando l’unico applauso non stonato (per il resto, gli applausi in chiesa sono sempre stonati): l’applauso liberatorio per un gesto che ha squarciato il velo di tanta ipocrisia e anche, diciamolo pure, di tanta omofobia.

Non so se fosse previsto – nel rigido cerimoniale fissato dalla Curia bolognese, così rigido da negare a tutti noi persino un ritornello, una nota delle sue canzoni – che Marco leggesse, oltre al testo del brano “Le rondini”, anche il suo ricordo personale degli ultimi anni vissuti accanto a Lucio: quel ricordo che si è concluso con un “grazie!” urlato e commosso proprio sotto l’altare. Può darsi che si sia trattato di un fuori programma che ha colto di sorpresa anche qualcuno dei preti concelebranti avvolti nei paramenti viola-quaresima. Certo era voluto l’affettuoso accenno che padre Bernardo Boschi, amico e confessore di Lucio, ha dedicato a Marco nell’omelia (“questo tonfo… quasi crudele, vero Marco?… ci ha lasciati tutti più soli, più tristi”). Ma, sia che la cosa fosse prevista, sia che fosse un fuor d’opera, meglio così: è stata una benedizione anche per chi, come il sottoscritto, pensa che la vita sessuale di una persona sia un fatto privato, salvo che la persona stessa non decida di metterlo in pubblico.

Su questo hanno detto e scritto in tanti, dopo l’aspra invettiva-provocazione di Aldo Busi. Ma, comunque la si pensi, è un fatto che Lucio Dalla abbia condiviso gli ultimi anni della sua vita (i più sereni, fra l’altro, per unanime riconoscimento degli amici più cari) con un giovane uomo: Marco Alemanno, appunto. Quel che è accaduto in San Petronio, anche se non voluto fino in fondo, fa bene alla Chiesa: le scrolla di dosso un’immagine sessuofobica e omofoba che tanti dolori ha provocato a molti credenti omosessuali e soprattutto ai loro famigliari e che ancora, al funerale di domenica, è echeggiata nelle parole di monsignor Gabriele Cavina, numero tre della Curia bolognese, che ha presentato Alemanno come “collaboratore” di Dalla e ha rammentato il dovere della confessione e della penitenza per non “accostarsi all’Eucarestia in peccato mortale”.

Un precetto che molti han trovato superfluo e soprattutto stonato, in quel contesto. Ma il piccolo miracolo di San Petronio fa bene anche al mondo dell’informazione che, se possibile, riesce talvolta a essere più ipocrita e omofobo persino di certe gerarchie ecclesiastiche, ossessionate dal sesso e digiune d’amore. Prima che Marco ci liberasse con un semplice grazie da tante tartuferie, molti giornali, tv e siti web l’avevano presentato come “amico”, “collega”, “stretto collaboratore” e altri ridicoli e imbarazza(n)ti giri di parole per non usare la più bella e la più semplice delle espressioni: compagno innamorato.

In prima fila, in basilica, c’erano politici di destra e di sinistra che per anni sono stati al governo o in Parlamento e non sono riusciti, anzi sono riusciti a non dare all’Italia una legge che riconosca i diritti minimi a due innamorati di sesso “sbagliato”. Conoscendo Lucio, quei politici sapevano tutto di lui e di Marco: a loro quel che è accaduto in San Petronio non ha rivelato nulla. Se ora, usciti di chiesa e tornati in Parlamento, la presentassero e la votassero tutti insieme, quella legge che manca solo all’Italia, compirebbero un gesto semplicemente doveroso, soprattutto per i non famosi. Un gesto tutt’altro che coraggioso, perché ci vuole un bel coraggio a non compierlo. Sarebbe l’ultimo miracolo di Lucio.

Tuesday, February 28, 2012

The Artist and the Small

Il Fatto Quotidiano, 28 febbraio 2012

“Ho capito perché piace tanto “The Artist”, sia a mia zia sia (probabilmente) a Jonathan Franzen. Vale a dire sia al ceto medio riflessivo di sinistra, sia agli intellettuali più sostanziosi che lo rappresentano. “The Artist” può essere sintetizzato in questo modo: vi racconto una storia, dice il regista, alla maniera antica, i film come si facevano una volta, che erano muti. E però la storia riguarda proprio la fine della maniera antica: il momento del passaggio dal muto al sonoro. Un grande divo del muto reagisce così all’avvento del sonoro: urla che il nuovo porterà solo danni. Una presa di posizione radicale e a dire la verità un po ’ stupida, molto velleitaria, e del tutto conservatrice”.



Così Francesco Piccolo, partito sceneggiatore di Moretti e finito sceneggiatore de “Gli sfiorati” e “Ovunque sei” ma soprattutto autore di inutili romanzi per Einaudi, stroncava ideologicamente il 12 febbraio, sull’inserto “La lettura” del Corriere, il film “The Artist”, dipingendolo come il manifesto degli antiberlusconiani e dei difensori dell’articolo 18, noti passatisti polverosi e sorpassati: “Nella sostanza, mia zia ottantenne, Franzen, il ceto medio riflessivo e gli intellettuali che lo rappresentano passano tutta la vita a difendere il cibo come si faceva una volta, le piccole librerie di quartiere con l’odore dei vecchi libri, il telefono fisso. Pier Luigi Bersani e Susanna Camusso difendono l’articolo 18… Il ceto medio riflessivo, su cui abbiamo fatto affidamento per la ricostruzione di un Paese civile e innovato, pensa che la soluzione sia semplice: opporsi alle tecnologie, non concedere al nemico (il progresso) nemmeno un centimetro del territorio (la conservazione del passato)… Tutto bene, tranne per due cose: il fatto che il ceto medio riflessivo, gli intellettuali che lo rappresentano, mia zia e Franzen erano stati chiamati al mondo per spingerlo in avanti e non per tenere premuto il freno. E la seconda: ma noi tutti, qui, nel presente, allora, cosa ci stiamo a fare?”.

Cosa ci stia a fare “The Artist”, ora lo sappiamo: domenica ha vinto cinque premi Oscar (nella giuria devono essersi infiltrati la Camusso, Landini e alcuni reduci dei Girotondi). Resta da scoprire cosa ci stia a fare Piccolo.

Sunday, February 26, 2012

E’ qui la festa?

Il Fatto Quotidiano, 26 Febbraio 2012

Solo un delinquente incallito, i suoi avvocati e i suoi complici potrebbero festeggiare una sentenza come quella emessa ieri dal Tribunale di Milano. Una sentenza che, tradotta in italiano, dice così: la prescrizione è scattata dieci giorni fa, grazie all’ultima disperata mossa perditempo degli on. avv. Ghedini e Longo (la ricusazione dei giudici), dunque non possiamo condannare B.; ma lo sappiamo tutti, visto che l’ha già stabilito la Cassazione, che nel 1999 l’avvocato Mills fu corrotto dalla Fininvest con 600 mila dollari nell’interesse di B., in cambio delle due false testimonianze con cui – come aveva lui stesso confidato al suo commercialista – l’aveva “salvato da un mare di guai”. Cioè gli aveva risparmiato la condanna per le tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza.

Condanna che avrebbe fatto di B. un pregiudicato già nel 2001, con devastanti effetti a catena: niente più attenuanti generiche negli altri processi, dunque niente prescrizione dimezzata, ergo una raffica di condanne che oggi farebbero di lui non un candidato al Quirinale, ma un detenuto o un latitante. E se, al netto della falsa testimonianza prezzolata di Mills sulle tangenti alla Gdf, B. sarebbe stato condannato in quel processo, al netto della legge ex Cirielli sarebbe stato condannato anche ieri per avere corrotto Mills. Così come Mills sarebbe stato condannato due anni fa per essere stato corrotto da B. (invece si salvò anche lui grazie alla prescrizione, scattata due mesi prima). Quando infatti fu commesso il reato, nel 1999, la prescrizione per la corruzione giudiziaria scattava dopo 15 anni: dunque il reato si estingueva nel 2014. Ma nel 2005, appena scoprì che la Procura di Milano l’aveva beccato, B. impose la legge ex Cirielli, che tagliava la prescrizione da 15 a 10 anni.

Così il reato si estingueva nel 2009. Per questo la Cassazione, nel febbraio 2010, ha dovuto dichiarare prescritto il reato a carico del corrotto Mills (pur condannandolo a risarcire lo Stato italiano). E per questo ieri il Tribunale ha dovuto fare altrettanto col corruttore B. Fra il calcolo della prescrizione proposto dal pm Fabio de Pasquale e quello suggerito da Ghedini e Longo, il Tribunale ha scelto quello degli avvocati: la miglior prova, l’ennesima, che il Tribunale di Milano non è infestato di assatanate toghe rosse. Anzi, visti i precedenti, se i giudici hanno un pregiudizio, è a favore di B. Il quale, per la sesta volta, incassa una prescrizione a Milano: le altre cinque accertarono che comprò Craxi con 23 miliardi di lire, comprò un giudice per fregarsi la Mondadori e taroccò tre volte i bilanci del gruppo per nascondere giganteschi fondi neri usati per comprare tutto e tutti.

Ora càpita di ascoltare Angelino Jolie, avvocato ripetente, che delira di “folle corsa del pm” (dopo 8 anni di processo!); l’incappucciato Cicchitto che vaneggia di “assoluzione”; e l’imputato impunito che si rammarica (“preferivo l’assoluzione”), ma s’è ben guardato dal rinunciare alla prescrizione per farsi giudicare nel merito. Gasparri, poveretto, vorrebbe cacciare De Pasquale perché ha cercato di non far scattare la prescrizione. Ecco: per lui il compito dei magistrati è assicurare la prescrizione a tutti. Se l’ignoranza si vendesse a chili, sarebbe miliardario.

Wednesday, February 22, 2012

Il procuratore Pippo

Il Fatto Quotidiano

Facciamo finta, per un momento, di non conoscere Gian Carlo Caselli. Di non sapere che vive sotto scorta da 40 anni, prima per le sue indagini a Torino sulle Br e poi a Palermo sulla mafia. Di ignorare che ha fatto processare uomini potentissimi come Andreotti, Contrada, Dell’Utri e che l’altro giorno era in prima fila al processo Eternit in veste di procuratore capo. Di non avere la più pallida idea di come la pensa sulla Costituzione, sulla legge uguale per tutti, sui diritti dei più deboli. Anzi, chiamiamolo Pippo.

Mesi fa il procuratore Pippo riceve dalle forze dell’ordine una chilometrica denuncia contro 42 attivisti e infiltrati No Tav per svariati episodi di violenza, veri e presunti, che hanno portato al ferimento di 211 agenti. Siccome la Procura non è la fotocopiatrice delle forze dell’ordine, esamina la denuncia vagliando caso per caso. E si convince che solo 25 di quelle persone vadano arrestate per evitare che ripetano il reato, o inquinino le prove, o si diano alla fuga, in presenza dei “gravi indizi di colpevolezza” richiesti dalla legge. Il gip condivide e la polizia giudiziaria esegue le misure. I destinatari fanno ricorso al Riesame, che analizza caso per caso e, per alcuni, le conferma, per altri le revoca, per altri le attenua (oggi in carcere ne restano 9). Contro il Riesame c’è ancora il ricorso in Cassazione: su ogni singola misura cautelare, si pronunceranno una decina di magistrati di sedi e funzioni diverse. Si può criticare il loro operato? Certo. Si valutano a uno a uno i loro provvedimenti, si confrontano con le prove e si esprime un’opinione. Noi abbiamo criticato il rinvio a giudizio di Genchi e De Magistris per Why Not. Ma non ci siamo mai sognati di teorizzare una congiura ai loro danni.

Oggi contestiamo la sentenza del Tribunale di Torino che ha condannato la Rai e Formigli a risarcire la Fiat con la cifra spropositata di 7 milioni (5 solo per “danno morale”, cioè per il dispiacere subìto) per un servizio di 50 secondi in cui si affermava che un’auto Fiat va un po ’ più lenta di altre due. Mai ci sogneremmo di dire che c’è una congiura giudiziaria per “criminalizzare il giornalismo”. Invece questo sta capitando a Pippo-Caselli: l’accusa assurda, indimostrata e indimostrabile di aver voluto, arrestando i 25, “criminalizzare il movimento No Tav”. Un movimento composto da decine di migliaia di persone che non farebbero male a una mosca, si dissociano persino da chi imbratta i muri nei cortei e hanno in tasca una sola arma: quella della ragione contro una “grande opera” irragionevole, inquinante, costosa, inutile, anzi dannosa (oggi pubblichiamo l’intervento di Mercalli con le ragioni di 250 tecnici che i “tecnici” di governo seguitano a ignorare). Ma alcuni leader del pacifico movimento, anziché dissociarsi dai pochi violenti e ringraziare i giudici che li hanno isolati, preferiscono associarsi alla campagna contro Caselli e arrampicarsi in distinguo molto berlusconiani sul Caselli buono (quello che combatte le Br e la mafia) e il Caselli cattivo (quello che “arresta” i violenti No Tav).

In realtà di Caselli ce n’è uno solo: quello che, davanti a una notizia di reato, procede come gli chiedono la Costituzione e il Codice penale senza guardare in faccia nessuno. Il risultato di questa campagna, alimentata in certi siti e giornali addirittura da ex magistrati, è che Caselli non può più mettere il naso fuori di casa, nemmeno per presentare il suo libro: roba mai vista nemmeno negli anni plumbei della Torino anni ’70 e della Palermo anni ’90. Prendere le distanze dai violenti non significa dare ragione sempre e comunque alla magistratura, né tantomeno alle forze dell’ordine (quelle che a Milano fanno ritirare le bandiere tricolori per non provocare i leghisti, mentre vengono mandate da politici scriteriati a militarizzare la Valsusa provocando la popolazione). Significa restare, sempre, dalla parte della legalità. E combattere meglio la follia del Tav: cioè vincere una battaglia sacrosanta che, se passa l’equazione truffaldina “No Tav uguale violenti”, è perduta in partenza.

Monday, February 20, 2012

Dimission impossible

Il Fatto Quotidiano, 19 Febbraio 2012

Vorrei citare ancora una volta le parole di Angela Merkel, cancelliere dello Stato più importante d’Europa, sulle dimissioni del suo amico Christian Wulff, presidente della Repubblica più importante d’Europa, per un mutuo a tasso agevolato: “Rispetto la sua convinzione di essersi sempre comportato bene, ma non poteva più servire il popolo. È una forza del nostro Stato di diritto trattare tutti allo stesso modo, indipendentemente dalla posizione”.

Ora, i casi sono due: o tutta Europa s’è messa d’accordo per sputtanare l’Italia facendo dimettere ministri e papaveri per quisquilie (il tedesco Guttenberg per una tesi di dottorato parzialmente copiata da Internet, l’inglese Huhne per una multa all’autovelox caricata sulla patente della moglie, il banchiere centrale svizzero Hildebrand per un investimento della moglie in odor di insider); o dobbiamo prendere umilmente lezioni dall’Europa. Ma, siccome non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, c’è chi, fra i commentatori che ammorbano l’Italia, si inventa una terza ipotesi: tutto il mondo è paese, malcostume mezzo gaudio.
Il Pompiere della Sera, con la schizofrenia che lo contraddistingue, pubblica due commenti sul caso Wulff. Uno, splendido, di Ferrarella che confronta quel che accade quando un potente è coinvolto in uno scandalo in tutto il mondo libero (dimissioni) e nel nostro mondo a parte (impunità parlamentare). E uno, pessimo, dell’ambasciatore Romano, che fa addirittura la morale ai tedeschi, invitandoli ad abbassare la cresta e a farsi “un bagno di umiltà”, anziché “dare lezioni di moralità” agli altri. È la stessa tesi di Belpietro, secondo cui i tedeschi hanno fatto “una figura di Merkel” e “ci somigliano sempre di più”. Par di sognare: un capo di Stato si dimette (ed è il secondo in due anni: l’altro se n’era andato per una gaffe, avendo spiegato la guerra in Afghanistan con “gli interessi economici della Germania”) per una vicenda che in Italia non sarebbe neppure penalmente rilevante.

E, invece di invidiare i tedeschi per i loro standard etici, li paragoniamo a noi che ci teniamo un presidente del Senato indagato per mafia (Schifani) e siamo stati governati sette volte da un amico dei mafiosi (Andreotti), una volta da un corrotto (Craxi), tre volte da un corruttore-falsificatore di bilanci-evasore fiscale-puttaniere (B.) e ospitiamo in Parlamento un centinaio fra indagati, imputati e pregiudicati. Persino nel governo Monti c’è un condannato di Tangentopoli: Milone; un docente raccomandato, Martone; un alto funzionario sotto processo alla Corte dei conti per aver comprato per 3 milioni (nostri) una patacca attribuita a Michelangelo e garantita da Bondi: Cecchi; quattro ex dirigenti di banche che hanno appena dovuto pagare all’Agenzia delle Entrate un miliardo di tasse evase: Passera, Ciaccia, Fornero e Gnudi; e un ministro che ha comprato una casa al Colosseo pagandola quanto un box auto: Patroni Griffi.

E non si dimette nessuno (a parte quello delle ferie a sbafo a sua insaputa: Malinconico). Anzi, i furbacchioni non sono riusciti neppure a pubblicare i loro redditi on line nei 90 giorni promessi. Patroni Griffi dice che non ha fatto in tempo a causa della neve: forse i suoi redditi viaggiano senza catene. La legge contro l’evasione e la corruzione (che ci costano 150-200 miliardi l’anno) continua a slittare: l’emergenza nazionale è l’articolo 18. Madama Fornero, sdegnata per gli odiosi privilegi dei pensionati da 900 euro al mese e dei lavoratori col posto fisso, ma soprattutto per le cosce di Belén Rodriguez a Sanremo, non dice una parola contro le discriminazioni alla Fiat di Pomigliano, dove per essere riassunti in fabbrica non bisogna essere iscritti alla Fiom; anzi va in pellegrinaggio nello stabilimento per elogiare Marchionne. E Bersani, noto progressista, dice: “Il modello per mia figlia non è Belén, ma la Fornero”. Povera ragazza: sarà in lacrime.

Tuesday, February 14, 2012

Guariniello:”E’ un sogno. Ora la Procura nazionale”

Il Fatto Quotidiano, 14 Febbraio 2012

Ogni tanto i sogni si avverano. Questa sentenza regala, ai parenti delle vittime prima che a me, il diritto di sognare”. Raffaele Guariniello è commosso e felice. Ma subito rilancia con un sogno ancora più grande: una Procura nazionale sugli infortuni e le malattie professionali. Ne parlerà domani alla commissione parlamentare sulle “morti bianche”.

Qual è stato il primo pensiero dopo la sentenza?
Ho pensato a quel lavoratore di Orbassano che aveva contratto il mesotelioma in uno stabilimento svizzero Eternit ed era venuto a morire in Italia: il primo caso di tumore da amianto che ci fu segnalato dieci anni fa, quello che fece partire l’indagine sui vertici della multinazionale. Lì ci venne l’idea di perseguire non solo gli amministratori italiani, ma anche i massimi dirigenti che, a migliaia di chilometri, decidono le strategie sulla sicurezza valide per tutto il mondo. E poi ho pensato alle scene che ho visto in un documentario sull’Eternit in India, dove i lavoratori maneggiano l’amianto come fosse pane, senza non dico lo scafandro obbligatorio da noi, ma nemmeno una mascherina di cartone: l’uomo, a seconda di dove vive, è trattato in modo così diverso! Un’ingiustizia che deve finire.

Lei parla di “sogno che si avvera”. La Giustizia, in Italia, è solo un sogno?
Speriamo che questa esperienza si estenda a tutta Italia e al mondo. I morti d’amianto sono uguali in tutti gli stabilimenti Eternit: Francia, Svizzera, Brasile, Cina, India. Una strage mondiale.

Mentre ottenete questi risultati, la legge Mastella-Castelli e il Csm smembrano il vostro pool, costringendo 6 pm su 9 a emigrare perché, dopo 10 anni, sono troppo esperti…
Spero che questo processo, come i precedenti, come quello alla Thyssenkrupp, faccia rinsavire la politica e il Csm. Che dovrebbero capire due cose. Primo: in queste materie la specializzazione è fondamentale. La regola della decennalità è un controsenso: senza pm specializzati, i processi non si fanno, o si fanno male e si perdono.

La seconda cosa?
Che questi non sono processi di serie B: sono importanti quanto quelli di mafia. Noi siamo assediati dai comitati dei parenti delle vittime che ci chiedono di occuparci di morti lontano da Torino, fuori dalla nostra competenza. Per dare il diritto alla speranza a tutti non si può continuare ad affrontare questi crimini nazionali e transnazionali con 120 procure, in gran parte piccole, che agiscono per conto proprio. E non sono in grado, per organici, competenze, esperienze, di affrontare indagini così complesse. Il pm che affronta per la prima volta un caso di tumori da amianto è sprovvisto degli strumenti indispensabili per arrivare in fondo: norme, metodi indagine, consulenti giusti.

Cosa dirà domani alla commissione “morti bianche”?
Che non basta piangere a ogni morto sul lavoro. Basta lacrime inconcludenti, è ora di passare ai fatti con una Procura nazionale specializzata su questi reati. Per intervenire non solo a tragedia avvenuta, ma anche con un’opera sistematica di prevenzione, senz’aspettare sempre il morto. Coordinare le indagini su scala nazionale significa alzare lo sguardo oltre il caso singolo, per comprendere se questo infortunio o quella malattia professionale sono solo un episodio o – vedi Thyssen ed Eternit – l’esito delle scelte strategiche di tutta l’azienda. Noi, per Eternit, abbiamo potuto procedere solo per lo stabilimento di Cavagnolo. Non per quelli di Casale, Reggio Emilia o Napoli. Lì processi non si sono fatti, o hanno coinvolto solo dirigenti locali, o sono finiti in archivio o in prescrizione. Inevitabile, con indagini frammentarie.

Come avete fatto ad alzare il tiro sui vertici massimi?
Nelle indagini di routine fai l’ispezione, senti qualche testimone, affidi una perizia e chiedi i documenti all’azienda. E così persegui soltanto i livelli più bassi della catena di comando, senza mai riuscire, con indagini pentranti, a coinvolgere i vertici più alti. Le perquisizioni, in casi come questi, vanno fatte entrando nei consigli di amministrazione per capire cosa davvero è accaduto. Se otteniamo condanne per ‘ dolo eventuale’, non solo per colpa, è perché siamo entrati nei computer dei dirigenti trovando scambi di mail con direttive per risparmiare sulla sicurezza negli stabilimenti di tutto il mondo. Ma questo una piccola procura periferica non può farlo. E neanche una grande, ma inesperta. La nostra è l’unica che da 15 anni ha un osservatorio sui tumori professionali e monitora tutti i casi, sottraendoli al pozzo nero di ospedali e comuni.

E poi le multinazionali hanno sede all’estero.
Per indagare sulle casemadri estere, inoltriamo rogatorie ad altri paesi, che rispondono dopo mesi, anni, o non rispondono. Come il Brasile, per i casi di lavoratori che hanno contratto il tumore nello stabilimento brasiliano e sono morti in Italia. Una Superprocura avrebbe più forza nei rapporti con gli altri paesi. E nel sollecitare un “Parquet” europeo: l’art. 86 del trattato Ue prevede procure comunitarie per tutti i casi di ‘ crimine tranfrontaliero’. La nostra materia vi rientra in pieno. L’Europa unita è anche questo. Il crimine viaggia alla velocità della luce: la Giustizia non può continuare a inseguirlo con la diligenza.

Giustizia ok, partiti ko

Il Fatto Quotidiano, 14 Febbraio 2012


Due notizie, all’apparenza lontane anni luce, hanno dominato la giornata di ieri: il Pd che continua a perdere tutte le elezioni, anche quelle che si organizza da sé; e la sentenza della Corte d’Assise di Torino che condanna a 16 anni di carcere i due massimi dirigenti dell’Eternit per disastro doloso e omissione dolosa di misure infortunistiche: una sentenza storica, sia per il delitto doloso (e non solo colposo), sia per il numero delle parti civili (6.392), sia per l’entità della pena. Che cos’hanno in comune questi due fatti? In superficie, niente. Ma, se si guarda appena sotto il pelo dell’acqua, moltissimo.

La politica dei vecchi partiti raccatta l’ennesimo fallimento, mentre la magistratura, dopo vent’anni di assalti, leggi sfasciaprocessi e spaventagiudici, trova ancora in se stessa la forza per un colpo di reni che ci rende orgogliosi di essere italiani davanti al mondo. Solo in Italia infatti si possono processare e condannare dei potenti, quando sono colpevoli: non c’è opportunità politica, diplomatica, affaristica che può fermare i corso della Giustizia, che è uguale per tutti. E questo grazie alla nostra Costituzione che, unica nel suo genere, tutela l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e l’autonomia e l’indipendenza del potere giudiziario: infatti questa politica decrepita, fossile, putrefatta tenta da vent’anni di scardinarla.

La condanna dei due stragisti dell’Eternit è merito della tenacia di un procuratore, Raffaele Guariniello, da sempre vilipeso, attaccato, disarmato perché ha sempre difeso i deboli dai delitti dei potenti: da quando, nel 1971, osò profanare il sancta sanctorum della Fiat scoprendovi la vergogna delle schedature, a quando portò alla sbarra i petrolieri, il calcio, la Thyssenkrupp e tanti altri poteri forti che calpestavano e calpestano i diritti, la salute e l’incolumità dei lavoratori. Ma è anche merito del coraggio dei giudici togati e dei giurati popolari della Corte d’Assise, a cominciare dal presidente Giuseppe Casalbore (un altro ex pretore coraggioso, che nel 1983 osò sequestrare gli impianti illegali della Fininvest). E soprattutto della resistenza dei parenti delle vittime, che hanno saputo respingere persino le sirene dei soldi, i tanti soldi che i vertici Eternit offrivano per chiudere la partita: non si barattano la dignità e la memoria per trenta denari.

Chi mai avrebbe avviato questa inchiesta, celebrato questo processo, emesso questa sentenza se fosse stato già in vigore la porcata Pini sulla responsabilità civile dei magistrati, approvata alla Camera da Pdl, Lega e 50 franchi tiratori di centrosinistra e Terzo Polo? Se, cioè, i magistrati avessero saputo che una multinazionale potente come la Eternit, ramificata in tutto il mondo, avrebbe potuto denunciarli personalmente e chiedere danni milionari per il sol fatto di aver indagato su migliaia di morti da amianto? La risposta è ovvia: anche in Italia si sarebbe ripetuta la vergogna di Francia, Svizzera, Brasile, Cina e India, dove migliaia di lavoratori muoiono per l’amianto respirato in casa Eternit, ma nessuno finisce alla sbarra: perché la magistratura è controllata dalla politica, e la politica si sa chi la finanzia (quando si sa).

Ora quei partiti che non osano più nemmeno governare nascosti dietro i tecnici, che perdono pure le proprie primarie e persino i propri congressi (vedi la fu Forza Italia, spazzata via nei congressi provinciali da quattro colonnelli ex An), che si lasciano derubare dai propri amministratori, che esistono solo grazie ai talk show, ai grandi giornali e ai finanziamenti pubblici, pretendono di cambiare la Costituzione, di riformare la giustizia, di farsi una legge elettorale su misura e di rubare ai lavoratori anche l’ultimo diritto: quello di rivolgersi a un giudice se il padrone li licenzia senza motivo. Se sapessero cos’è, dovrebbero dare un’occhiata alla Gerusalemme Liberata: “E il poverin, che non se n’era accorto, ancora combatteva ed era morto”.

Saturday, February 11, 2012

Osteria del Vaticano

Il Fatto Quotidiano, 11 Febbraio 2012

In alcune redazioni molto supponenti e poco sportive, quando un altro giornale trova una notizia in esclusiva (“scoop”), invece di riprenderla per farla conoscere ai propri lettori citando la fonte, si fa come la volpe con l’uva (voce del verbo “rosicare”). Si va a caccia di qualcuno che smentisca per dire: “La notizia è falsa. Del resto, se fosse vera, la sapremmo anche noi, anzi l’avremmo saputa per primi”. L’altra sera, appena Santoro e Ruotolo hanno preannunciato lo scoop di Marco Lillo, i rosiconi si sono messi subito all’opera. La loro speranza era che il documento pubblicato dal Fatto fosse falso. Purtroppo padre Lombardi ha confermato che è autentico, anche se contiene “farneticazioni che non vanno prese sul serio”. Ma allora perché far leggere al Papa farneticazioni da non prendere sul serio? Per fargli uno scherzo? Forse perché il mittente è un cardinale e riferisce le parole di un altro cardinale. Se ci sono cardinali farneticanti, forse è il caso di pensionarli. In ogni caso, per quel che riguarda il Fatto, una volta confermata l’autenticità del documento, nessun’altra “smentita” è possibile.

Se Romeo non ha detto quelle cose, o le ha dette ma non sono vere, qualsiasi smentita va indirizzata a chi ha inoltrato l’appunto al Papa (il cardinale Castrillón). Non certo al Fatto, che ha pubblicato un documento autentico. Punto. Ma i rosiconi non si perdono d’animo e giocano con le parole. Repubblica, per nascondere le parole “Fatto” e “quotidiano”, si esercita in tripli salti mortali carpiati con avvitamento. Occhiello sul giornale: “In tv spunta un documento: ‘ Attentato al Papa’”. Ecco com’è nata la notizia: è spuntata. Sito repubblica.it: “Notizie prive di fondamento”. Il cardinale Romeo smentisce la rivelazione del Fatto”. Smentisce? Romeo conferma persino il “viaggio privato in Cina a metà novembre”. Smentisce “quanto gli viene attribuito”. Ma va? Qualcuno poteva pensare che un cardinale ammetta di aver detto in giro che stanno per uccidere il Papa? Più correttamente il corriere. it evita la parola “smentita” e titola: “Il complotto (presunto) contro il Papa e il mistero di quel viaggio in Cina”. Che è la vera materia del contendere. Invece il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, va in tv e dice che il documento non meritava quel risalto: cioè, in un paese dove anche i sospiri dell’ultimo ecclesiastico su qualunque argomento dello scibile umano finiscono su tg e giornali, un appunto consegnato da un cardinale al Papa su un complotto per eliminarlo va nascosto. Magari in un breviario.

Certi vaticanisti sono letteralmente costernati dinanzi a questo oggetto misterioso chiamato “notizia”. Andrea Tornielli della Stampa ammette che il documento è “autentico ma sconclusionato”, poi però lamenta che “sia a disposizione dei media” (forse voleva dire “del Fatto”). Idem il messaggero. it: “Da qualche tempo a questa parte dalla Segreteria di Stato vaticana escono documenti riservati”. Anche per il giornale. it lo scandalo non è il documento, ma la pubblicazione: “Il mistero del complotto per uccidere il Papa: chi ha dato il documento ai giornali?” (forse voleva scrivere “al Fatto”). Poi il sallustionline rivela che “il Vaticano stronca sul nascere lo scoop del Fatto” e conclude: “Non sappiamo cosa ci sia di vero nello scoop del Fatto”. Ah, non lo sapete? Ve lo diciamo noi: è tutto vero e il Vaticano non stronca un bel nulla. Il sito dell’Unità non l’ha presa bene: “Se voleva attirare l’attenzione, il Fatto Quotidiano ci è riuscito… L’annuncio è stato dato in collegamento con Servizio Pubblico di Santoro (sostenuto dallo stesso Fatto)”. Ecco perché il Fatto dà una notizia: per “attirare l’attenzione” (dev’essere per questo che, al contrario, l’attenzione sull’Unità è piuttosto al ribasso). Ed ecco perché Santoro la anticipa: perché è sostenuto dal Fatto. L’idea che un giornale e un giornalista diano una notizia perché è il loro mestiere, non sfiora neppure l’house organ del Pd. Meno male che c’è Libero, che stacca tutti di parecchie lunghezze: “Travaglio ‘ uccide ’ il Papa. Vaticano: tutta fantasia”. Ma forse si confonde con l’attentato a Belpietro.

Friday, February 10, 2012

Le avventure di un turista inglese in Italia

Immaginiamo un cittadino inglese che decide di venire in vacanza in Italia. Durante il viaggio, leggendo i giornali, apprende che il ministro dell’Energia, indagato per ostacolo alla Polizia stradale, si è dimesso. Il turista arriva a Fiumicino, apre i giornali italiani e scopre che c’è un partito chiamato “Margherita” che ogni tanto torna in vita per incassare i finanziamenti pubblici, peraltro aboliti da un referendum. Poi, sempre più divertito legge delle avventure di Lusi, Rutelli e Bersani. In una Roma innevata incontra il curioso sindaco della capitale travestito da Pisolo – con tanto di cappello di lana. E inoltre: il mito del posto fisso (che è solo per i figli ed i parenti dei ministri), i processi infiniti a Berlusconi… Tutte le contraddizioni del nostro Paese viste con gli occhi di chi ci guarda da fuori.

Wednesday, February 8, 2012

La grande colazione

Un testimone racconta che nel 1997, in piena Bicamerale, il presidente della medesima Massimo D’Alema incontrò a Venezia l’allora sindaco Massimo Cacciari. Al governo c’era Prodi e B. era reduce dalle rovinose elezioni del ‘ 96, politicamente defunto, tant’è che i suoi alleati cercavano un modo carino per dirgli che era finita e gli cercavano sottobanco un successore (Di Pietro o Fazio o Monti).

Cacciari domandò: “Scusa, Max, ma sei sicuro di questo accordo con Berlusconi? Non è che poi quello, come sempre, alla fine te lo mette in quel posto?”. Il conte Max lo guardò dall’alto in basso pur essendo meno alto, sorrise a lungo in silenzio, congiunse il pollice e l’indice della mano destra rivolti verso il basso e li fece ciondolare con lieve moto ondulatorio. Poi sibilò: “Tranquillo, Massimo, lo tengo per le palle”.

Naturalmente finì che B., promosso al rango di padre ricostituente, dopo aver portato a spasso la Volpe del Tavoliere (e con lui tutto il centrosinistra) per quasi tre anni, fece saltare il tavolo della Bicamerale. E, da morto che era, rinacque a nuova vita più fresco che pria: nel 2001 era di nuovo a Palazzo Chigi.

La scena si ripeté dieci anni dopo, nell’autunno 2007, con Veltroni al posto di Max. Anche allora governava Prodi e B. era dato per defunto, tant’è che cercava disperatamente di comprare senatori dell’Unione. Ma Uòlter, neosegretario del Pd, incurante delle sfighe precedenti, aprì un bel “tavolo” per “le riforme insieme”. Legge elettorale, Costituzione e tutto il resto. Il cadaverino risorse un’altra volta: sei mesi dopo, complice Mastella, era di nuovo premier; intanto Uòlter, che in tutta la campagna elettorale non l’aveva neppure nominato (“il principale esponente dello schieramento avverso”), perse tutte le elezioni nazionali e locali e dovette dimettersi.

Ora, non c’è il due senza il tre, tocca a Bersani. Tre mesi fa aveva le elezioni in tasca, persino se si candidava lui. Poi sostenne il governo Monti con B., ma giurò che non era una maggioranza politica. In realtà lo era, ma si riuniva nelle catacombe. Ora è uscita allo scoperto, ha fatto outing: incontri alla luce del sole, comunicati congiunti. Mancano solo le pubblicazioni, ma i rapporti prematrimoniali sono tutt’altro che vietati. L’inciucio parte dalla legge elettorale, poi si vedrà. Ci sono tante pratiche da archiviare tipo i magistrati, che danno noia a destra e a sinistra. Tanto, dicono gli strateghi del Pd, B. è morto.

Lui manda avanti Al Fano (ma è solo un trompe l’oeil, neppure fra i più riusciti). E, siccome è Carnevale, estrae dalla naftalina il travestimento da statista, col fazzoletto da piccolo partigiano al collo, inaugurato tre anni fa a Onna con un certo successo. Punta al Quirinale e pur di arrivarci è pronto a tutto, anche a proseguire l’inciucio nella prossima legislatura con un bel governissimo Pdl-Pd-Terzo polo, magari guidato da Passera (sennò la gente si disabitua al conflitto d’interessi).
Il Fatto Quotidiano, 8 febbraio 2012


Il paraninfo di Pier Luigi e Silvio promessi sposi è Violante, che già vegliava sulla Bicamerale da presidente della Camera. Nel 1994 tuonava: “Il nucleo di interessi che si aggruma intorno a Forza Italia è in profonda continuità col sistema di potere che ha causato tanti lutti e danni all’Italia… Forza Italia è un manipolo di piduisti e del peggio del vecchio regime. Berlusconi, con la chiamata alle armi contro il comunismo, ripete la parola d’ordine del fascismo e del nazismo quando morivano nei lager comunisti, socialisti ed ebrei. E con questa parola d’ordine la mafia uccideva i sindacalisti. È una chiamata alla mafia quella di Berlusconi”.

Nel 2002 Violante diceva che “le proposte di Berlusconi rispondono alle richieste dei grandi mafiosi”. Nel 2004 parlava di “interessi penali e criminali” del centrodestra. E nel 2006 denunciò “un giro di mafia intorno a Berlusconi”. Oggi si batte come un leone per maritare Bersani con quel bel soggetto, rinviato a giudizio proprio ieri perché passò al suo Giornale la bobina rubata della telefonata segreta tra Fassino e Consorte. Che gli fai a uno così? Te lo sposi.

Monday, February 6, 2012

In articulo Montis

Il Fatto Quotidiano, 5 Febbraio 2012


Finora Mario Monti non aveva sbagliato una dichiarazione. In un paese di politici gaffeur o cialtroni, parlava come un libro stampato, senza demagogie, smargiassate, promesse al vento. Un marziano anche rispetto a quel caravanserraglio che s’è rivelato il suo governo, un frittomisto di sobrii professori e tecnici veri (come l’ottima Cancellieri), banchieri e avvocati in conflitto d’interessi, boiardi con triplo stipendio e traffichini impresentabili. Poi ha iniziato a sbracare anche lui, martonizzandosi a Matrix con la fesseria sul posto fisso “monotono”. In un paese pieno di disoccupati che non trovano il primo lavoro, invitarli a pensare al secondo o al terzo è roba da dilettanti allo sbaraglio. E difenderla con le solite scuse dell’“equivoco” e del “fuori contesto” è la classica toppa peggiore del buco.

Nel forum con Repubblica tv, poi, il premier s’è vantato di misure “incisive con le banche”: roba da ridere, visti gli innumerevoli regali che il suo governo ha fatto ai banchieri (non ai risparmiatori). S’è vantato di aver “messo una tassa sugli scudi” (una barzelletta: l’ 1,5% per chi ha evaso aliquote fino al 43% pagando appena il 5). Ha detto che “lo spread è stato usato in modo esagerato come arma contundente contro Berlusconi”, mentre fu proprio lui, quand’era ancora editorialista del Corriere, a sparare a zero su B. mentre lo spread galoppava. Sull’Ici alle chiese ha parlato, più che da decisionista, da forlaniano: “Stiamo approfondendo e stiamo andando avanti nell’approfondimento”. Wow! Poi ha promesso, anzi minacciato, “una riforma strutturale della giustizia penale e civile”: ma questa è una scelta tutta politica, che richiede una maggioranza eletta, non un governo di tecnici piovuti dal cielo per il pronto soccorso finanziario. Infine ha detto che “l’articolo 18, per come viene applicato, sconsiglia l’investimento di capitali stranieri e italiani”. Ohibò: si pensava che non si investisse in Italia a causa delle mafie, della corruzione, degli appalti truccati, del falso in bilancio legalizzato, dei tempi biblici dei processi, dell’alto costo del lavoro. Invece, in un paese pieno di licenziati, per Monti licenziare è ancora troppo difficile: bisogna poterlo fare anche senza giusta causa. E viva la faccia: dopo due mesi di penosi balletti, siamo finalmente al dunque.

Il 18 dicembre, fra un pianto e l’altro, la ministra Fornero disse al Corriere che “l’articolo 18 non è un totem” (voleva dire tabù). Poi, dinanzi alle polemiche, fece retromarcia a Porta a Porta: “Non avevo e non ho oggi in mente nulla che riguardi in modo particolare l’articolo 18. Sono stata ingenua, i giornalisti sono bravissimi a tendere trappole. Vogliamo lasciarlo stare questo articolo 18? Io sono pronta a dire che neanche lo conosco, non l’ho mai visto”. L’8 gennaio Monti smentì la retromarcia: “Niente va considerato un tabù. In questo senso il ministro Fornero ha citato l’articolo 18”. Il 30 gennaio la Fornero, in tournèe a Otto e mezzo, fece un passo avanti quasi indietro: “L’articolo 18 non è preminente, ma non deve essere un tabù e si può discutere”. E il 2 febbraio propose di sostituire il reintegro dei licenziati senza giusta causa con un indennizzo e minacciò di procedere anche contro i sindacati. Ora Monti comunica che l’articolo 18 – quello che andava “lasciato stare” e non era “preminente” – blocca addirittura gli investimenti.

Giovedì a Servizio Pubblico un cassintegrato di Pomigliano ha rivelato che, su 1300 cassintegrati riassunti, nessuno è della Fiom. Poi Santoro ha trasmesso un filmato che mostra il “gestore operativo” della Fiat di Melfi mentre minaccia mafiosamente di morte un operaio: “Ti brucio vivo, ti stacco la testa e la metto in piazza … sai di che famiglia sono?”. La Fiat ha detto o fatto qualcosa? Niente. E il governo? Niente. Sta’ a vedere che pure le minacce mafiose agli operai e le discriminazioni politiche in fabbrica sono colpa dell’articolo 18.

Friday, February 3, 2012

La balla della settimana: professori e pulpiti

Nel governo dei professori, ci sono docenti in tutte le materie, tranne una: la logica. E meno male, perché un professore di logica in quella compagnia rischierebbe la labirintite. Siamo pieni di licenziati che non trovano un altro lavoro e Monti e la Fornero vogliono cambiare l’articolo 18 perché trovano che è ancora troppo difficile licenziare. E siccome i giovani non trovano lavoro si allunga l’età pensionabile, da 60 a 65 anni, così i posti di lavoro si liberano cinque anni dopo. Ma per Monti non c’è problema: dice che i giovani devono abituarsi a cambiare lavoro perché il posto fisso è monotono. Di una noia veramente mortale, cioè uno non trova neanche il primo di lavoro ma…pensa al secondo o al terzo che così ti passa la noia.

Monday, January 30, 2012

Liste di prescrizione

Il Fatto Quotidiano, 29 gennaio 2012

Le pantomime degli on. avv. Ghedini e Longo al Tribunale di Milano (ricusano i giudici del processo Mills che tagliano tre testimoni della difesa; si levano la toga ed escono platealmente dall’aula del processo Ruby perché i giudici non accolgono gli “impedimenti istituzionali” del loro cliente ormai disoccupato) appartengono ormai alla commedia dell’arte. Ma testimoniano anche la stravagante concezione del diritto che regna in Italia da 18 anni, da quando B. entrò in politica per non finire in galera e rispettò scrupolosamente l’impegno. Da allora destra e sinistra si sono scatenate in un centinaio di “riforme della giustizia” che, con la scusa di sveltire i processi, li allungavano per mandarli in prescrizione.

Questa, da “agente patogeno” della giustizia come l’ha definita ieri il presidente della Corte d’appello di Milano Giovanni Canzio, è diventata un diritto acquisito per politici e compari. Ha salvato, negli anni, Andreotti dal processo di Palermo per mafia, poi D’Alema dall’accusa di un finanziamento illecito dall’imprenditore malavitoso Francesco Cavallari, poi B. nei processi Mondadori (corruzione giudiziaria), All Iberian (tangenti a Craxi) e in altri tre per falso in bilancio. E ora lo salverà certamente nel processo Mills (corruzione giudiziaria), non si sa ancora se subito prima o subito dopo la sentenza di primo grado. Alcuni giornali, tipo i suoi, scrivono stravaganze, tipo che il Tribunale calpesterebbe i diritti della difesa per “correre” e arrivare a una condanna purchessia. Il verbo “correre”, per un dibattimento iniziato il 13 marzo 2006 e non ancora giunto alla prima sentenza, è una barzelletta. Qui l’unico che corre è B., ma per scappare. Ora s’è inventato, per giustificare la ricusazione, che i giudici avrebbero “anticipato il giudizio di colpevolezza” escludendo in extremis tre dei suoi testimoni. In realtà i giudici sono liberissimi di tagliare tutti i testi che vogliono quando vogliono, se li ritengono superflui: è probabile che – dopo sei anni di processo e una sentenza di Cassazione che ha già accertato la corruzione di Mills da parte di Fininvest nell’interesse di B. – si siano già fatti un’idea su B. Ma non hanno mai detto quale, dunque la ricusazione non sta né in cielo né in terra.

Come giustamente osserva il vicepresidente del Csm Vietti (ogni tanto ne dice una giusta anche lui), il giudice deve fare di tutto per scongiurare la prescrizione, visto che è pagato per accertare la verità processuale. Ma B. ha un sistema infallibile per far reintrodurre i suoi tre testi, peraltro superflui: rinunciare formalmente alla prescrizione per essere giudicato oltre i termini (da lui stesso accorciati da 15 a 10 anni con l’ex Cirielli). Perché non lo fa? Perché nessuno lo invita a farlo? Un politico accusato di un reato tanto grave non può incassare la prescrizione con mezzucci indecenti, soprattutto se ritiene di essere innocente. Il guaio è che qui, se c’è uno che anticipa la colpevolezza di B., è lo stesso B. Lui sa benissimo di essere colpevole: per questo è tanto sicuro di essere condannato.

Dopo gli appelli di Vietti, di Canzio e del primo presidente della Cassazione, la prescrizione è tornata al centro del dibattito, perché falcidia 160-200 mila reati all’anno. La soluzione è semplicissima: abrogare la Cirielli e allungare la prescrizione (come raccomandano Corte di Strasburgo e Osce), e uniformare il sistema italiano a quello delle democrazie più evolute, dove la prescrizione si ferma al rinvio a giudizio. Ma B. non vuole. Infatti ieri la ministra Severino, farfugliando di “efficienza della giustizia”, ha detto che “la prescrizione non è una priorità”: è quel che pensano anche decine di suoi ex clienti, che la aspettano con ansia per mandare in fumo i loro processi. E Bersani, nell’intervista al Messaggero sulla giustizia, di prescrizione non parla (preferisce attaccare le intercettazioni). Poi chiede agli alleati di smetterla di accusarlo di “inciucio”. Forse potrebbe aiutarli smettendola di inciuciare.

Friday, January 27, 2012

CatricaLetta e le frequenze congelate

Ci sono le liberalizzazioni che si dicono e si fanno: i taxi, le farmacie, il gas… Quelle che si dicono e non si fanno: le banche e le assicurazioni. E quelle che non si dicono e non si fanno: la televisione, e la pubblicità. Monti, insieme al suo sottosegretario Catricalà, detto anche CatricaLetta, paiono però non preoccuparsene…


Tuesday, January 24, 2012

Perché no

Il Fatto Quotidiano, 24 gennaio 2012

Ogni tanto è bene parlare fra noi e di noi. Di noi del Fatto, inteso come comunità di giornalisti e lettori che si ritrovano sul giornale, sul sito, nelle feste e negli incontri per l’Italia (quest’anno ne faremo di più e presto vi diremo dove e come). Per un quotidiano che vive senza sussidi pubblici e con poca pubblicità, cioè solo grazie agli abbonati (sono di nuovo 25 mila: grazie di cuore) e agli acquirenti in edicola, il rapporto con i lettori è tutto. Perciò rispondiamo alle lettere e alle email. E, appena possibile, leggiamo i commenti sui nostri blog.

Nelle ultime due settimane ne ho ricevuti parecchi, in particolare sugli articoli dedicati alla sentenza della Consulta che ha bocciato i referendum anti-Porcellum e sull’ordinanza di rinvio a giudizio di De Magistris e Genchi per abuso d’ufficio (acquisizione di tabulati di parlamentari senz’autorizzazione del Parlamento). Ho criticato aspramente sia la sentenza sia l’ordinanza. E molti lettori sono insorti: ma allora sei come B. che critica le sentenze!

Se B. in questi anni si fosse limitato a criticare sentenze, non avrei trovato nulla da ridire: criticare le sentenze, possibilmente dopo averle lette e argomentando le obiezioni, è un sacrosanto diritto dei cittadini (e un aiuto ai giudici). In realtà B. ha sempre insultato i giudici, e solo quando si occupavano di lui o dei suoi coimputati, e senza mai entrare nel merito: anzi gl’insulti si riferivano a moventi politici ed eversivi indimostrabili e indimostrati, o a fatti personali totalmente estranei ai loro provvedimenti.

La nostra critica alla Consulta sul referendum muove invece da un fatto accertato dall’inchiesta P 3 (nel 2010 sei giudici costituzionali anticiparono il verdetto sul lodo Alfano ai faccendieri della loggia e anche sui referendum: qualcuno della Consulta ha violato il segreto della camera di consiglio ancor prima di entrarvi) e dall’appello di 115 costituzionalisti, convinti che l’eventuale vittoria dei referendum non avrebbe lasciato il Paese senza legge elettorale, ma avrebbe riportato in vita la precedente. Critiche argomentate e suffragate dal parere di insigni giuristi, fra cui tre ex presidenti della Consulta.

Quanto a De Magistris e Genchi, non ho mai scritto né pensato che il pm e il gip che li han mandati a giudizio siano al soldo di una parte politica o mossi da finalità eversive: avendo seguito il caso “Why Not” fin dall’inizio e conoscendo bene le carte, ho scritto che hanno sbagliato. Sia perché De Magistris e Genchi non potevano sapere che alcuni numeri di cellulare emersi dalle indagini appartenevano a parlamentari, dunque pretendere che chiedessero il permesso del Parlamento per acquisire i dati sulla titolarità di quelle utenze telefoniche è un nonsense da “comma 22”. Sia perché il reato di abuso d’ufficio, dopo la “riforma” del 1997, richiede non solo il dolo (l’hanno fatto apposta), ma pure l’intenzione di arrecare un “danno ingiusto” o un “ingiusto vantaggio patrimoniale”: e qui non si capisce quale danno gli imputati volessero causare o abbiano causato agli onorevoli titolari dei cellulari acquisendone i tabulati in un’indagine segreta.

Il Fatto, come ogni giornale che fa il proprio mestiere, legge le carte, le racconta e, se ne ha motivo, le critica. Ieri, per esempio, la I commissione del Csm (laici di destra e di sinistra uniti, togati divisi) ha proposto di archiviare la pratica su Antonio Ingroia per aver parlato di Costituzione e di antimafia al congresso del Pdci, ma anche di inserire l’episodio come “nota di demerito” nel suo fascicolo personale per danneggiarlo nella carriera. Che dovremmo fare, di fronte a questo sconcio? Tacere o applaudire solo perché abbiamo sempre difeso il Csm dagli attacchi della politica, soprattutto di destra? Noi pensiamo che il magistrato, come ogni cittadino, sia libero di esprimere il proprio pensiero. E proprio per questo abbiamo difeso il Csm: perché potesse tutelare la libertà dei magistrati. Non calpestarla.

Monday, January 23, 2012

Lesa impunità

Il Fatto Quotidiano, 22 gennaio 2012


Avete presente la Procura di Roma? A parte pochi pm che non guardano in faccia nessuno, è la Procura che in questi anni è riuscita a far archiviare i reati di qualunque politico le capitasse a tiro. Soprattutto uno: B. Archiviato perché scarrozzava sugli aerei di Stato menestrelli e mignotte, nani e ballerine. Archiviato perché mobbizzava il marito della sua amante Virginia Sanjust. Archiviato perché raccomandava le papi girls a Raifiction. Archiviato perché comprava senatori dell’Unione. Archiviato perché minacciava il suo uomo all’Agcom per far chiudere Annozero. Archiviato sempre, a prescindere.

Avantieri però un politico è riuscita a farlo rinviare a giudizio: Luigi De Magistris, che va a processo con il suo ex consulente Gioacchino Genchi per abuso d’ufficio. Che han fatto i due manigoldi? Abusato di voli di Stato, raccomandato favorite, perseguitato mariti di amanti, comprato senatori, minacciato authority perché violassero i loro doveri istituzionali? No, molto peggio: nel 2007, quando seguivano a Catanzaro l’inchiesta “Why Not”, acquisirono dalle compagnie telefoniche i dati sui tabulati telefonici di 8 parlamentari (Prodi, Mastella, Rutelli, Pisanu, Gozi, Minniti, Gentile, Pittelli) senz’aver chiesto il permesso al Parlamento, violandone l’immunità.

Un ingenuo domanderà: come fai a sapere che questo o quel numero telefonico è di un parlamentare? Prima acquisisci i dati dalla compagnia e poi, se scopri che l’intestatario è un eletto, chiedi alle Camere l’autorizzazione a usarlo. Invece i pm e i gip di Roma devono essere dei medium: appena vedono un numero, intuiscono subito che appartiene a un parlamentare. Dunque non si spiegano perché De Magistris e Genchi chiedessero a Tim o Vodafone o Wind di chi fosse un numero: dovevano saperlo prima, per scienza infusa. In caso contrario, è abuso d’ufficio.

Ora, dal 1997 l’abuso non è più reato, a meno che non produca un vantaggio patrimoniale o un danno a qualcuno. Ma il pm Caperna e il gup Callari il danno l’han trovato: i parlamentari avrebbero subìto “un danno ingiusto consistente nella conoscibilità di dati esterni di traffico relativi alle loro comunicazioni”. Cioè: si è saputo a chi telefonavano. Il solito ingenuo obietterà: ma il danno, ammesso che esista, i parlamentari se lo sono procurato da soli, visto che nessuno li obbligava a chiamare persone così poco raccomandabili da danneggiarli una volta emerse.

Se non fosse un processo, ci sarebbe da ridere. Anche perché sugli eventuali reati dei pm di Catanzaro è competente la Procura di Salerno, non di Roma. E qui le risate raddoppiano: perché l’inchiesta romana la aprì Achille Toro, già in rapporti con personaggi emersi in “Why Not”, poi costretto a lasciare la magistratura per lo scandalo della cricca; e perché dall’accusa di abuso d’ufficio per i tabulati di Mastella, De Magistris era già stato inquisito a Salerno, ben prima di Roma, e archiviato. Ora verrà riprocessato a Roma per lo stesso reato.

I giudici della Capitale hanno affermato la propria competenza con argomenti vari e variabili.
1) Fra le parti offese, ci sarebbe il Parlamento (ma poi si sono scordati di citare all’udienza i presidenti delle Camere).
2) Il primo tabulato incriminato arrivò da Wind con sede a Roma (falso: arrivò da Vodafone con sede a Pozzuoli).
3) Siccome i dati le compagnie li trasmettono criptati, non si sa se Genchi li decrittò nel suo ufficio a Palermo o da qualche altra parte. Dunque, nel dubbio, è competente il pm che ha aperto la prima inchiesta. Dunque Salerno? In teoria sì, però per Salerno il reato non c’è. Dunque si ritenta a Roma: vedi mai che almeno lì si trovi un giudice disposto a condannare.

Ultima chicca: fra le vittime del presunto abuso di De Magistris e Genchi c’è anche Pisanu, il quale però ha già detto a verbale che il tabulato che lo riguarda non è suo, ma della moglie (non parlamentare, dunque non immune). Ma che sarà mai. Vorrà dire che Pisanu è vittima ma non lo sa. E sua moglie è attratta dall’immunità del marito, per contagio. Un’immunità extralarge, formato famiglia.

Friday, January 20, 2012

La balla della settimana: Schettino come B.

Ogni tanto troviamo un mostro. L’ultimo è il comandante Schettino. Lo vogliono addirittura in galera gli stessi che la settimana scorsa dicevano che prima del processo non si arresta nemmeno Cosentino, per camorra. Eppure è chiaro che Schettino scappare all’estero non può, perché dove va? Pure se va in Botswana lo riconoscono subito. Non può inquinare le prove perché ci sono le telefonate registrate, non può ripetere il reato perché tanto nessuno gli affiderà più, non dico una nave, ma nemmeno un pedalò o un moscone. Quindi bastano e avanzano gli arresti domiciliari, prima del processo. Ma noi in Italia siamo così: prima affidiamo tutto a un solo uomo, un paese di 60 milioni di abitanti, una nave di 4.200 passeggeri. Poi se va male ce la prendiamo con un solo uomo: siamo sempre in attesa di un salvatore della patria o di un capro espiatorio


Wednesday, January 18, 2012

Casta crociere

Il Fatto Quotidiano, 18 Gennaio 2012

Ora diranno che noi italiani non riusciamo a diventare seri nemmeno nelle tragedie, anzi riusciamo subito a trasformarle in macabre farse. Gli altri hanno il Titanic, noi la Concordia. L’italianissima “nave più grande del mondo” che, già per com’è posizionata, mezza sott’acqua e mezza sopra con uno squarcio nella chiglia, è la migliore icona del paese che siamo. Più che un naufragio, una parabola.

Del capitano Schettino sappiamo tutto e forse, si spera, anche troppo. Ma non era mica solo, sulla nave. Invece è come se lo fosse: se il comandante impazzisce, o si ubriaca, o picchia la testa, non c’è niente da fare. Nessun controllo, nessuna valvola di salvaguardia. Un uomo solo al comando, con potere di vita e di morte su tutti gli altri. E, se dà via di matto o semplicemente si fa gli affari suoi, peggio per noi. Vi ricorda qualcosa? Poi ci sono i passeggeri, che al “si salvi chi può” danno il meglio, ma anche il peggio. Uno, accecato dalla disperazione, strappa il salvagente al vicino e lo lascia affogare. Altri fanno a botte o calpestano la massa per arrivare prima alle scialuppe saltando la fila e, conquistato un posto sulla barchetta, scacciano i bambini o i vecchi o le donne o disabili perché “non c’è più posto”. Vi ricordano qualcuno? Il “particulare”, lo chiamava Guicciardini. Poi c’è Costa Crociere, che prima difende il comandante e poi lo scarica, dichiarandosi parte lesa perché ha fatto tutto da solo (ma proprio perché poteva fare tutto da solo Costa Crociere non è parte lesa). Vi ricorda qualcuno?

E siamo a Schettino, per gli amici “Top Gun”, che nelle interviste fa il ganassa con le battute sul Titanic. Se c’era bisogno di qualcuno che rinfocolasse i luoghi comuni sull’italiano in gita, eccolo pronto alla bisogna. Il tipico fesso che si crede furbo, ganzo, fico. Il bullo abbronzato coi ricci impomatati e i Ray-ban neri che conosce le regole e le rotte, ma è abituato ad aggirarle, a smussarle. C’è l’amico di un amico a riva da salutare a sirene spiegate? Che problema c’è, se po’ fa’. C’è da accostare per il rito dell’ “inchino” ai turisti portati dalla proloco? Ma per carità, si accosta. Accosta Crociere. Perepèèèèè. Crash! Ops, uno scoglio. E lui dov’è, al momento del cozzo? Una turista olandese giura che era al bar a farsi un drink con una bella passeggera appena rimorchiata. Perché la patonza deve girare, no? A quel punto, con la nave gonfia d’acqua, si chiama la Capitaneria per dire “Tutto ok, positivo”. Poi si parla di “guasto a un generatore”. Minimizzare, sopire, troncare finché si può. Crisi? Quale crisi? I ristoranti sono pieni, le stive pure. L’affondamento è solo psicologico, il classico naufragio percepito. Basta non parlarne e sparisce. Negare tutto, anche l’evidenza.

Infatti è la Capitaneria a informarlo che la sua nave affonda. E allora “abbandonate la nave”: lui per primo, assicurando però “stavo a poppa, ora torno sul ponte, a bordo ci sono solo 2-300 persone” (sono ancora tutte e 4 mila, però il vero bugiardo dà sempre cifre false ma precise). Il solito De Falco –c’è sempre un De Falco sulla rotta dei furbi fessi– lo sgama: “Ma lei è a bordo?”. “No”. “Vada a bordo, cazzo! È un ordine”. “Sono qua sotto a coordinare i soccorsi, ora vado a bordo”. Invece è già all’asciutto, aggrappato a uno scoglio. Verrà avvistato sulla banchina mentre aspetta il taxi per l’hotel Bahamas. Manca ancora un ingrediente: la telefonata a mammà. “Sto bene, ho cercato di salvare i passeggeri”. Come si chiama mammà? Rosa, e come se no? Lui intanto mente pure sull’ultima manovra: “L’ho fatta io per facilitare i soccorsi”. Invece l’han fatta le correnti. Poi pesca a piene mani dall’inesauribile serbatoio dello scusario vittimistico nazionale: tutta colpa di “uno sperone di roccia non segnalato, la carta nautica dice che non doveva essere lì”.

Il solito complotto degli speroni rossi, degli scogli spuntati a sua insaputa: se Vespa lo chiama a Porta a Porta, lui tira fuori il plastico. Non resta che svignarsela nella notte, quatto quatto, “per senso di responsabilità”, lasciando fare agli altri, ai tecnici. Vi ricorda qualcuno? Tipo un altro che aveva cominciato sulle navi da crociera?

Monday, January 16, 2012

Le maestrine del bon ton

Il Fatto Quotidiano, 15 gennaio 2012

Questa settimana si è parlato molto di noi. Prima perché uno scoop del nostro Marco Lillo ha fatto dimettere il sottosegretario Malinconico e un altro scoop di Marco Lillo (che aggiungeva particolari inediti a quello di Sergio Rizzo sul Corriere) ha messo una bombetta sotto la poltrona del ministro Patroni Griffi.

Quando un giornale fa uno scoop, gli altri lo riprendono citando la fonte. Nel nostro caso in pochi l’hanno fatto: i più han preferito sorvolare o addirittura inventarsi di avere scritto di Malinconico mesi fa (in realtà tutti avevamo scritto di lui nel febbraio 2010, quando il suo nome comparve con quelli di Balducci e Piscicelli nell’ordinanza dei giudici di Firenze sulla cricca; ma le novità che l’han fatto dimettere le ha pubblicate il Fatto, punto). E alcuni giornali imbottiti di soldi pubblici si sono adontati perché abbiamo fatto notare la coincidenza del loro silenzio su Malinconico che li aveva appena imbottiti di soldi pubblici: ma, se la coincidenza non la fa notare l’unico giornale che rifiuta i finanziamenti pubblici, chi altri la farà notare?

Poi s’è riparlato di noi perché, sull’uno-due Consulta-Cosentino, abbiamo titolato “Il giorno delle due porcate” e “cosca”. La parola “cosca” non è piaciuta al direttore di un grande giornale che, ci mancherebbe, ha tutto il diritto di dissentire. Ma noi volevamo sottolineare che il termine “casta” è riduttivo per una maggioranza parlamentare che salva dall’arresto, per la seconda volta in due anni, un noto amico di noti camorristi (questo si può già dirlo in base ai fatti: se poi quelle amicizie siano reato, lo stabiliranno i giudici). Quella che, dopo una catena di ricatti e avvertimenti, prima salva poi abbraccia un personaggio simile, non è casta: è cosca.

Emanuele Macaluso non ha gradito nemmeno il termine “porcata” applicato alla sentenza della Consulta, a suo dire indegno di “un giornale democratico”. Ora, a parte il fatto che grazie a quella sentenza ci teniamo la legge Calderoli, definita “porcata” dal suo stesso autore, noi abbiamo spiegato perché l’abbiamo chiamata così: perché le sentenze mafiosamente anticipate con pizzini ai giornali in violazione del segreto della camera di consiglio (prim’ancora che si aprisse) squalificano chi le emette. Senza contare che la Consulta è già squalificata dallo scandalo della P 3, a cui ben sei giudici costituzionali – secondo il Tribunale di Roma – anticiparono il loro verdetto sul “lodo” Alfano.

Macaluso della P 3 non parla e ci impartisce una lezione di bon ton istituzionale col solito trucchetto di guardare il dito per non vedere la luna. Lo scandalo non è l’azione, ma la reazione. Non sono i fatti, ma il “linguaggio” usato da chi li descrive. Ora, vista la platea piuttosto ristretta che è in grado di raggiungere (i lettori del Riformista), la lezioncina ci lascerebbe indifferenti, se non sapessimo che Macaluso è il corazziere capo del Quirinale. “Le sentenze – ammonisce – vanno rispettate” e (a proposito del milione e 200 mila firme buttate nel cestino dalla Consulta) non “devono tener conto del numero degli innocentisti e dei colpevolisti”.

Bella sciocchezza
: il giudizio di legittimità su un referendum non è un processo penale dove si giudica un imputato. Nei referendum il numero dei proponenti conta eccome, infatti se le firme non superano il mezzo milione non si vota. Dunque fingere che quel milione e 200 mila persone (più 115 costituzionalisti convinti della legittimità dei quesiti) non esistano non è come condannare un imputato che molti ritengono innocente, o viceversa. È, specie se lo si fa dopo torbide manovre, una ferita alla democrazia. Ma è consolante la ritrovata fiducia di Macaluso nelle sentenze, “qualunque tribunale le emetta”.

Chissà se ha poi scoperto cosa c’era scritto nella sentenza definitiva sul suo protetto Andreotti. L’ultima volta che ne parlò, fu per gabellarla da “assoluzione”, invece era prescrizione del “reato commesso” di mafia. Il miglior modo per rispettare le sentenze è leggerle. E, possibilmente, capirle.

Saturday, January 14, 2012

Bersamasutra

Il Fatto Quotidiano, 14 Gennaio 2012


Ai politici italiani servirebbe una memory card che li aiutasse a ricordare. In fondo non è passato un secolo dal 30 settembre 2011, quando il comitato referendario anti-Porcellum annunciò di aver raccolto, quasi tutte nell’ultimo mese utile, 1.210.466 firme. Quel giorno si schierarono col referendum, oltre alle forze che l’avevano promosso (Idv e comitati di Parisi e Segni) e sostenuto (Sel e Fli), anche i partiti che l’avevano malsopportato (Pd) e persino alcuni di quelli che l’avevano osteggiato, avendo votato la porcata Calderoli (l’Udc e pezzi di Lega e Pdl).

“Sono rimasto impressionato dal numero di firme raccolte – disse Bobo Maroni, ancora ministro dell’Interno – in così poco tempo. Quindi è un segnale forte che va ascoltato e credo che si debba procedere al referendum”. Casini si affrettò ad associarsi: “Vi sorprenderò, ma trovo che Maroni abbia perfettamente ragione. Fare ora una legge elettorale seria e condivisa è come scalare l’Everest a piedi nudi. Molto meglio dare la parola ai cittadini, che è sempre un grande fattore di democrazia”. Alfano, neosegretario del Pdl (almeno pro forma), chiese di “restituire ai cittadini il diritto di indicare il proprio parlamentare”. E financo il bossiano Calderoli ammise che la sua legge andava cambiata: “La riforma della legge elettorale può essere approvata entro la primavera del 2012”.

Intanto Bersani chiedeva ai referendari di “non mettere il cappello sul referendum” e addirittura invocava da loro un atto di pubblica gratitudine al Pd: “Mi aspetterei che ci ringraziassero perché abbiamo raccolto centinaia di migliaia di firme: noi non abbiamo messo il cappello sul referendum, ma abbiamo messo i banchetti”. Proprio lui che, prima che gli altri raccogliessero le firme, aveva sentenziato: “Meglio la via parlamentare”. Parisi domandò “perché Vizzini del Pdl ha firmato e D’Alema e Bersani no?”. Su facebook nacque un gruppo dal titolo “Ma Bersani ha firmato?”. Ma il segretario replicò furibondo: “Non vedo ragione di polemiche”, assicurando che la sua firma c’era eccome. E qualcuno ci credette pure, visto che il Pd si era mostrato maestro nel salto sul carro dei vincitori già con i referendum di primavera contro l’acqua privata, il nucleare e l’impunità: prima tiepido nella raccolta firme (Bersani, lungimirante: “Noi non abbiamo una strategia referendaria perché in 15 anni, si sono persi 24 referendum e poi manca l’aspetto propositivo”), poi entusiasta quando tirava aria di quorum, per potersi appropriare della vittoria il giorno dopo.

Dal 1 ° ottobre sono trascorsi cento giorni e oggi gli smemorati dicono diametralmente l’opposto di allora. Del resto, se avessero tenuto ferme le posizioni, questa Consulta ormai permeabilissima agli umori della politica non avrebbe osato tanto. Ora Calderoli vuol conservare il Porcellum che – parole di Bossi – “va benissimo”. Alfano ha smarrito la favella, anche perché parla B., il principale: “La Calderoli è una buona legge”. Maroni, dopo la figura barbina su Cosentino, balbetta “me l’aspettavo”. Casini elogia la “sentenza ineccepibile” della Corte. E Bersani? “Non possiamo gioire per la decisione della Consulta, ma la rispettiamo. Il Pd è impegnatissimo a cambiare il Porcellum”.

Talmente impegnatissimo da proporre una dozzina di leggi elettorali diverse, che si aggiungono al kamasutra di posizioni degli altri partiti: la miglior garanzia che nel 2013 – o quando sarà – voteremo per la terza volta col Porcellum. Cioè, di fatto, non voteremo. Del resto, se il vertice del Pd volesse davvero cambiare la legge elettorale, l’avrebbe fatto nel 2006-2008, quando si chiamava ancora Ds + Margherita e l’Unione aveva la maggioranza in Parlamento. Invece se ne guardò bene. Ultimo tocco di eleganza: lo staff di Bersani, un minuto dopo la sentenza della Consulta, ha fatto finalmente sapere al nostro giornale che il segretario il referendum non l’aveva firmato. Bravo, complimenti, ottima scelta di tempi: da vero leader.

Friday, January 13, 2012

La balla della settimana: le banche e il fisco

Questa sera ci arrendiamo. Il Monti versione 1, quello dei conflitti d’interessi al governo e delle tasse ai soliti noti non è che ci avesse convinto moltissimo, ma invece la fase 2 ci piace un sacco: le dimissioni del sottosegretario Malinconico che si faceva pagare le vacanze a sua insaputa, così finalmente avrà tempo di scoprire chi diavolo gliele ha pagate quelle vacanze, e poi il blitz contro gli evasori a Cortina, che sa un po’ di spot ma può servire, perché magari spaventa qualche evasore e lo induce a pagare le tasse se non per virtù, almeno per paura…

Monday, January 9, 2012

Memoria Cortina

Il Fatto Quotidiano, 8 Gennaio 2012

Nei paesi seri non c’è bisogno di spiegare la differenza fra guardie e ladri, perché nessuno (a parte i ladri) difende i ladri. Invece nel Paese di Sottosopra, come lo chiamava Bocca, sgovernato per nove anni su 17 da un noto evasore che giustificava l’evasione, il direttore dell’Agenzia delle Entrate Attilio Befera deve discolparsi dall’accusa di leso Caimano per aver dichiarato “se si dice che evadere è giusto non siamo un paese civile”. E Monti fa notizia perché rammenta quella che in un altro paese sarebbe un’ovvietà – sono gli evasori a “mettere le mani nelle tasche degli italiani” – e solidarizza con la Guardia di Finanza per i sacrosanti blitz a Cortina e a Portofino.

Intanto il primo partito della sua maggioranza solidarizza con gli evasori. Ma non potendolo dire esplicitamente (gli elettori sono nervosetti), si arrampica sugli specchi della logica per tener buoni sia gli evasori sia gli onesti. Quattro passi nell’ultimo delirio.

Fabrizio Cicchitto: “Si criminalizza un’intera città a scopi ideologici, politici e mediatici”. Anche se è Cicchitto, prendiamo sul serio le sue parole: quale sarà mai l’ideologia politica della Guardia di Finanza e dell’Agenzia delle Entrate, i cui vertici li ha nominati il governo B.? Bolscevichi in divisa grigia? Mistero.
Osvaldo Napoli/1: “Non è vero che il contribuente onesto non ha nulla da temere. Gli accertamenti con metodi polizieschi colpiscono a caso e nella rete finiscono spesso contribuenti onesti”. E come dovrebbero essere gli accertamenti di una forza di polizia, se non polizieschi? E come fa un contribuente onesto a finire nella rete degli evasori? Risposta: non pagando le tasse.
Napoli/2: “L’Italia non è un popolo di evasori. Non c’era bisogno di arrivare fino a Cortina, bastava scendere nel bar sotto casa per scovare l’evasore”. Lievissima contraddizione: se basta scendere nel bar sotto casa, allora siamo un popolo di evasori.
Napoli/3: “Se il fisco si toglie l’elmo e invece della sciabola impugna il pc e anziché invadere le strade di Cortina invita nei suoi uffici i contribuenti, la guerra all’evasione diventerebbe un accordo fra uno Stato vigile e dialogante e un contribuente meno reticente”. Ecco: si invita l’evasore in ufficio, gli si offre il tè coi pasticcini e si apre un dialogo per accordarsi: facciamo a mezzo?
Maurizio Lupi/1: “No a uno stato di polizia fiscale. Non va fatta di tutta l’erba un fascio, non siamo tutti evasori. Mi preoccupa la spettacolarizzazione mediatica, la repressione totale”. Appunto: proprio perché non siamo tutti evasori, bisogna punire quelli che lo sono. La spettacolarizzazione mediatica fa parte della terapia: così l’evasore non ancora preso si spaventa e magari paga le tasse. Si chiama deterrenza. Quanto allo “stato di polizia”, non facciamo ridere: in America gli evasori finiscono su due piedi in galera: qui rischiano massimo una multa. Infine: come dovrebbe essere la repressione, se non totale? Parziale? Prendi due evasori e ne punisci uno solo? O li punisci tutti e due, ma solo un po’?
Lupi/2: “Non c’era bisogno del blitz per sapere che c’è evasione” Infatti i blitz non si fanno per sapere se si evade, ma chi evade.
Daniela Santanchè/1: “Ora chi va a Cortina è marchiato come evasore”. Ma perché mai? Chi va a Cortina e non evade gode come un riccio nel vedere chi evade finalmente nei guai. Santanchè/2: “A St. Moritz non ci sono forse evasori? Gli evasori stanno ovunque”. Giusto, ma St. Moritz è in Svizzera e dunque la Finanza non può andarci.
Santanchè/3: “Ora tutti andranno in vacanza a St. Moritz”. Vuol forse dire che “tutti” quelli che vanno a Cortina sono evasori? E perché mai dovrebbero trasferirsi a St. Moritz, visto che con gli evasori la Svizzera è molto più severa dell’Italia?

Ps. Ieri il Suv della Santanchè è stato inopinatamente multato per divieto di sosta a Courmayeur. Un altro duro colpo all’economia del Paese. Ora tutti i Suv andranno in vacanza a St. Moritz.

Friday, January 6, 2012

Non ci provate

Il Fatto Quotidiano, 6 gennaio 2012


Il Corriere della Sera comunica: “Non sarà una sentenza della Consulta a far saltare il clima di tregua in Parlamento, non sarà la Corte a provocare fibrillazioni che metterebbero in difficoltà il governo di emergenza nazionale: in prossimità del verdetto sui referendum elettorali, istituzioni e partiti di ‘maggioranza’ sono stati rassicurati sul fatto che i quesiti per abrogare il Porcellum verranno bocciati. Così le forze politiche contrarie ai referendum non sarebbero costrette a muoversi d’urgenza per cambiare la legge, con l’obiettivo di evitare la consultazione. Una corsa affannosa contro il tempo alzerebbe il rischio di tensioni tra i partiti che si scaricherebbero sull’esecutivo. Con la bocciatura dei referendum, verrebbe quindi messo in sicurezza il sistema politico, non il sistema elettorale”. Secondo Repubblica, anch’essa molto informata, sei giudici sarebbero pro referendum, cinque contro e quattro incerti. Fra i contrari figurano i soliti Luigi Mazzella e Paolo Maria Napolitano (noti per la cena con B., Letta e Alfano prima della decisione sul lodo Alfano), oltre a Grossi (nominato dal presidente Napolitano), Frigo (indicato dal Pdl) e al presidente Quaranta (eletto dalla Corte dei conti e gradito al Pdl). Non sappiamo se tutto ciò sia vero, ma è molto probabile, visto che ieri nessuno ha smentito nulla.

Quindi, a una settimana dalla sentenza dell’11 gennaio, la Corte costituzionale, “giudice delle leggi” e massimo presidio di legalità del Paese, fa filtrare a due giornali, ai “partiti di maggioranza” e a imprecisate “istituzioni” gli orientamenti dei suoi membri, che devono restare segreti anche dopo la decisione, figurarsi prima. E se Repubblica attribuisce le divisioni a questioni giuridiche (il presunto “vuoto legislativo” che seguirebbe all’abolizione del Porcellum, peraltro smentito dai promotori che vogliono resuscitare il precedente Mattarellum), il Corriere dà una lettura tutta politica. Come se spettasse alla Consulta “mettere in sicurezza il sistema politico” (manco fosse una fognatura da coibentare) o preoccuparsi della “tregua in Parlamento” e del “governo di emergenza nazionale” (che i partiti, pur di sventare il referendum, rovescerebbero per andare al voto anticipato). E come se il referendum non fosse la più alta espressione della democrazia diretta, ma una cosa sporca da “evitare” a ogni costo per scongiurare “tensioni tra i partiti” e “sull’esecutivo”. Il tutto in barba a quei poveri illusi (1.210.466 cittadini) che hanno firmato il referendum pensando di vivere in una democrazia. Ora invece apprendono che non bisogna disturbare i manovratori: una casta, anzi una cosca di partitocrati nascosti dietro un pugno di banchieri e “tecnici” autoproclamatisi salvatori della Patria.

Destra e sinistra non esistono più: sopravvive solo la cultura autoritaria e oligarchica di queste sedicenti sentinelle del Bene che si sono autoinvestite del compito di confiscare la sovranità popolare e decidere loro, riunite in qualche tunnel, catacomba, loggia o angiporto, cosa è giusto per noi. Il silenzio della Consulta fa il paio con quello dei partiti: anche quelli che sei mesi fa esultavano per i referendum contro nucleare, acqua privata e impunità dopo averli sabotati in ogni modo; anche quelli (Pd e Fli) che hanno raccolto le firme contro il Porcellum con Parisi, Segni, Di Pietro e Vendola. Bersani e Fini non hanno nulla da dire su una Consulta che preannuncia la bocciatura del referendum? Nel 2009, alla vigilia della sentenza sul lodo Alfano – l’ha accertato il Tribunale del Riesame di Roma – la P3 riuscì “a ottenere l’assicurazione sul voto, nel senso voluto dai sodali, di sette dei 15 giudici della Corte”. Poi uno cambiò idea e il lodo fu bocciato nove a sei: ma “resta il fatto che tale ingerenza ci fu e venne esercitata su almeno sei giudici costituzionali che anticiparono a un soggetto come il Lombardi la loro decisione”. Ora la P3 è imputata per un’impressionante serie di reati. Ma i sei giudici sono sempre alla Consulta. Nessun’istituzione ha pensato di stanarli e cacciarli. Nessun monito si è levato dai colli più alti contro questo scandalo a cielo aperto. Da oggi però quei sei giudici infedeli devono sentirsi osservati: 1.210.466 cittadini italiani li guardano.

(Aggiornamento del 6 Gennaio 2012, 19.17) - La Corte Costituzionale ha diffuso oggi una nota in cui “smentisce categoricamente le fantasiose illazioni relative a presunte dichiarazioni attribuite dalla stampa a componenti della Corte in relazione alla prossima decisione riguardante l’ammissibilità dei quesiti referendari in materia elettorale”.