Monday, January 30, 2012

Liste di prescrizione

Il Fatto Quotidiano, 29 gennaio 2012

Le pantomime degli on. avv. Ghedini e Longo al Tribunale di Milano (ricusano i giudici del processo Mills che tagliano tre testimoni della difesa; si levano la toga ed escono platealmente dall’aula del processo Ruby perché i giudici non accolgono gli “impedimenti istituzionali” del loro cliente ormai disoccupato) appartengono ormai alla commedia dell’arte. Ma testimoniano anche la stravagante concezione del diritto che regna in Italia da 18 anni, da quando B. entrò in politica per non finire in galera e rispettò scrupolosamente l’impegno. Da allora destra e sinistra si sono scatenate in un centinaio di “riforme della giustizia” che, con la scusa di sveltire i processi, li allungavano per mandarli in prescrizione.

Questa, da “agente patogeno” della giustizia come l’ha definita ieri il presidente della Corte d’appello di Milano Giovanni Canzio, è diventata un diritto acquisito per politici e compari. Ha salvato, negli anni, Andreotti dal processo di Palermo per mafia, poi D’Alema dall’accusa di un finanziamento illecito dall’imprenditore malavitoso Francesco Cavallari, poi B. nei processi Mondadori (corruzione giudiziaria), All Iberian (tangenti a Craxi) e in altri tre per falso in bilancio. E ora lo salverà certamente nel processo Mills (corruzione giudiziaria), non si sa ancora se subito prima o subito dopo la sentenza di primo grado. Alcuni giornali, tipo i suoi, scrivono stravaganze, tipo che il Tribunale calpesterebbe i diritti della difesa per “correre” e arrivare a una condanna purchessia. Il verbo “correre”, per un dibattimento iniziato il 13 marzo 2006 e non ancora giunto alla prima sentenza, è una barzelletta. Qui l’unico che corre è B., ma per scappare. Ora s’è inventato, per giustificare la ricusazione, che i giudici avrebbero “anticipato il giudizio di colpevolezza” escludendo in extremis tre dei suoi testimoni. In realtà i giudici sono liberissimi di tagliare tutti i testi che vogliono quando vogliono, se li ritengono superflui: è probabile che – dopo sei anni di processo e una sentenza di Cassazione che ha già accertato la corruzione di Mills da parte di Fininvest nell’interesse di B. – si siano già fatti un’idea su B. Ma non hanno mai detto quale, dunque la ricusazione non sta né in cielo né in terra.

Come giustamente osserva il vicepresidente del Csm Vietti (ogni tanto ne dice una giusta anche lui), il giudice deve fare di tutto per scongiurare la prescrizione, visto che è pagato per accertare la verità processuale. Ma B. ha un sistema infallibile per far reintrodurre i suoi tre testi, peraltro superflui: rinunciare formalmente alla prescrizione per essere giudicato oltre i termini (da lui stesso accorciati da 15 a 10 anni con l’ex Cirielli). Perché non lo fa? Perché nessuno lo invita a farlo? Un politico accusato di un reato tanto grave non può incassare la prescrizione con mezzucci indecenti, soprattutto se ritiene di essere innocente. Il guaio è che qui, se c’è uno che anticipa la colpevolezza di B., è lo stesso B. Lui sa benissimo di essere colpevole: per questo è tanto sicuro di essere condannato.

Dopo gli appelli di Vietti, di Canzio e del primo presidente della Cassazione, la prescrizione è tornata al centro del dibattito, perché falcidia 160-200 mila reati all’anno. La soluzione è semplicissima: abrogare la Cirielli e allungare la prescrizione (come raccomandano Corte di Strasburgo e Osce), e uniformare il sistema italiano a quello delle democrazie più evolute, dove la prescrizione si ferma al rinvio a giudizio. Ma B. non vuole. Infatti ieri la ministra Severino, farfugliando di “efficienza della giustizia”, ha detto che “la prescrizione non è una priorità”: è quel che pensano anche decine di suoi ex clienti, che la aspettano con ansia per mandare in fumo i loro processi. E Bersani, nell’intervista al Messaggero sulla giustizia, di prescrizione non parla (preferisce attaccare le intercettazioni). Poi chiede agli alleati di smetterla di accusarlo di “inciucio”. Forse potrebbe aiutarli smettendola di inciuciare.

Friday, January 27, 2012

CatricaLetta e le frequenze congelate

Ci sono le liberalizzazioni che si dicono e si fanno: i taxi, le farmacie, il gas… Quelle che si dicono e non si fanno: le banche e le assicurazioni. E quelle che non si dicono e non si fanno: la televisione, e la pubblicità. Monti, insieme al suo sottosegretario Catricalà, detto anche CatricaLetta, paiono però non preoccuparsene…


Tuesday, January 24, 2012

Perché no

Il Fatto Quotidiano, 24 gennaio 2012

Ogni tanto è bene parlare fra noi e di noi. Di noi del Fatto, inteso come comunità di giornalisti e lettori che si ritrovano sul giornale, sul sito, nelle feste e negli incontri per l’Italia (quest’anno ne faremo di più e presto vi diremo dove e come). Per un quotidiano che vive senza sussidi pubblici e con poca pubblicità, cioè solo grazie agli abbonati (sono di nuovo 25 mila: grazie di cuore) e agli acquirenti in edicola, il rapporto con i lettori è tutto. Perciò rispondiamo alle lettere e alle email. E, appena possibile, leggiamo i commenti sui nostri blog.

Nelle ultime due settimane ne ho ricevuti parecchi, in particolare sugli articoli dedicati alla sentenza della Consulta che ha bocciato i referendum anti-Porcellum e sull’ordinanza di rinvio a giudizio di De Magistris e Genchi per abuso d’ufficio (acquisizione di tabulati di parlamentari senz’autorizzazione del Parlamento). Ho criticato aspramente sia la sentenza sia l’ordinanza. E molti lettori sono insorti: ma allora sei come B. che critica le sentenze!

Se B. in questi anni si fosse limitato a criticare sentenze, non avrei trovato nulla da ridire: criticare le sentenze, possibilmente dopo averle lette e argomentando le obiezioni, è un sacrosanto diritto dei cittadini (e un aiuto ai giudici). In realtà B. ha sempre insultato i giudici, e solo quando si occupavano di lui o dei suoi coimputati, e senza mai entrare nel merito: anzi gl’insulti si riferivano a moventi politici ed eversivi indimostrabili e indimostrati, o a fatti personali totalmente estranei ai loro provvedimenti.

La nostra critica alla Consulta sul referendum muove invece da un fatto accertato dall’inchiesta P 3 (nel 2010 sei giudici costituzionali anticiparono il verdetto sul lodo Alfano ai faccendieri della loggia e anche sui referendum: qualcuno della Consulta ha violato il segreto della camera di consiglio ancor prima di entrarvi) e dall’appello di 115 costituzionalisti, convinti che l’eventuale vittoria dei referendum non avrebbe lasciato il Paese senza legge elettorale, ma avrebbe riportato in vita la precedente. Critiche argomentate e suffragate dal parere di insigni giuristi, fra cui tre ex presidenti della Consulta.

Quanto a De Magistris e Genchi, non ho mai scritto né pensato che il pm e il gip che li han mandati a giudizio siano al soldo di una parte politica o mossi da finalità eversive: avendo seguito il caso “Why Not” fin dall’inizio e conoscendo bene le carte, ho scritto che hanno sbagliato. Sia perché De Magistris e Genchi non potevano sapere che alcuni numeri di cellulare emersi dalle indagini appartenevano a parlamentari, dunque pretendere che chiedessero il permesso del Parlamento per acquisire i dati sulla titolarità di quelle utenze telefoniche è un nonsense da “comma 22”. Sia perché il reato di abuso d’ufficio, dopo la “riforma” del 1997, richiede non solo il dolo (l’hanno fatto apposta), ma pure l’intenzione di arrecare un “danno ingiusto” o un “ingiusto vantaggio patrimoniale”: e qui non si capisce quale danno gli imputati volessero causare o abbiano causato agli onorevoli titolari dei cellulari acquisendone i tabulati in un’indagine segreta.

Il Fatto, come ogni giornale che fa il proprio mestiere, legge le carte, le racconta e, se ne ha motivo, le critica. Ieri, per esempio, la I commissione del Csm (laici di destra e di sinistra uniti, togati divisi) ha proposto di archiviare la pratica su Antonio Ingroia per aver parlato di Costituzione e di antimafia al congresso del Pdci, ma anche di inserire l’episodio come “nota di demerito” nel suo fascicolo personale per danneggiarlo nella carriera. Che dovremmo fare, di fronte a questo sconcio? Tacere o applaudire solo perché abbiamo sempre difeso il Csm dagli attacchi della politica, soprattutto di destra? Noi pensiamo che il magistrato, come ogni cittadino, sia libero di esprimere il proprio pensiero. E proprio per questo abbiamo difeso il Csm: perché potesse tutelare la libertà dei magistrati. Non calpestarla.

Monday, January 23, 2012

Lesa impunità

Il Fatto Quotidiano, 22 gennaio 2012


Avete presente la Procura di Roma? A parte pochi pm che non guardano in faccia nessuno, è la Procura che in questi anni è riuscita a far archiviare i reati di qualunque politico le capitasse a tiro. Soprattutto uno: B. Archiviato perché scarrozzava sugli aerei di Stato menestrelli e mignotte, nani e ballerine. Archiviato perché mobbizzava il marito della sua amante Virginia Sanjust. Archiviato perché raccomandava le papi girls a Raifiction. Archiviato perché comprava senatori dell’Unione. Archiviato perché minacciava il suo uomo all’Agcom per far chiudere Annozero. Archiviato sempre, a prescindere.

Avantieri però un politico è riuscita a farlo rinviare a giudizio: Luigi De Magistris, che va a processo con il suo ex consulente Gioacchino Genchi per abuso d’ufficio. Che han fatto i due manigoldi? Abusato di voli di Stato, raccomandato favorite, perseguitato mariti di amanti, comprato senatori, minacciato authority perché violassero i loro doveri istituzionali? No, molto peggio: nel 2007, quando seguivano a Catanzaro l’inchiesta “Why Not”, acquisirono dalle compagnie telefoniche i dati sui tabulati telefonici di 8 parlamentari (Prodi, Mastella, Rutelli, Pisanu, Gozi, Minniti, Gentile, Pittelli) senz’aver chiesto il permesso al Parlamento, violandone l’immunità.

Un ingenuo domanderà: come fai a sapere che questo o quel numero telefonico è di un parlamentare? Prima acquisisci i dati dalla compagnia e poi, se scopri che l’intestatario è un eletto, chiedi alle Camere l’autorizzazione a usarlo. Invece i pm e i gip di Roma devono essere dei medium: appena vedono un numero, intuiscono subito che appartiene a un parlamentare. Dunque non si spiegano perché De Magistris e Genchi chiedessero a Tim o Vodafone o Wind di chi fosse un numero: dovevano saperlo prima, per scienza infusa. In caso contrario, è abuso d’ufficio.

Ora, dal 1997 l’abuso non è più reato, a meno che non produca un vantaggio patrimoniale o un danno a qualcuno. Ma il pm Caperna e il gup Callari il danno l’han trovato: i parlamentari avrebbero subìto “un danno ingiusto consistente nella conoscibilità di dati esterni di traffico relativi alle loro comunicazioni”. Cioè: si è saputo a chi telefonavano. Il solito ingenuo obietterà: ma il danno, ammesso che esista, i parlamentari se lo sono procurato da soli, visto che nessuno li obbligava a chiamare persone così poco raccomandabili da danneggiarli una volta emerse.

Se non fosse un processo, ci sarebbe da ridere. Anche perché sugli eventuali reati dei pm di Catanzaro è competente la Procura di Salerno, non di Roma. E qui le risate raddoppiano: perché l’inchiesta romana la aprì Achille Toro, già in rapporti con personaggi emersi in “Why Not”, poi costretto a lasciare la magistratura per lo scandalo della cricca; e perché dall’accusa di abuso d’ufficio per i tabulati di Mastella, De Magistris era già stato inquisito a Salerno, ben prima di Roma, e archiviato. Ora verrà riprocessato a Roma per lo stesso reato.

I giudici della Capitale hanno affermato la propria competenza con argomenti vari e variabili.
1) Fra le parti offese, ci sarebbe il Parlamento (ma poi si sono scordati di citare all’udienza i presidenti delle Camere).
2) Il primo tabulato incriminato arrivò da Wind con sede a Roma (falso: arrivò da Vodafone con sede a Pozzuoli).
3) Siccome i dati le compagnie li trasmettono criptati, non si sa se Genchi li decrittò nel suo ufficio a Palermo o da qualche altra parte. Dunque, nel dubbio, è competente il pm che ha aperto la prima inchiesta. Dunque Salerno? In teoria sì, però per Salerno il reato non c’è. Dunque si ritenta a Roma: vedi mai che almeno lì si trovi un giudice disposto a condannare.

Ultima chicca: fra le vittime del presunto abuso di De Magistris e Genchi c’è anche Pisanu, il quale però ha già detto a verbale che il tabulato che lo riguarda non è suo, ma della moglie (non parlamentare, dunque non immune). Ma che sarà mai. Vorrà dire che Pisanu è vittima ma non lo sa. E sua moglie è attratta dall’immunità del marito, per contagio. Un’immunità extralarge, formato famiglia.

Friday, January 20, 2012

La balla della settimana: Schettino come B.

Ogni tanto troviamo un mostro. L’ultimo è il comandante Schettino. Lo vogliono addirittura in galera gli stessi che la settimana scorsa dicevano che prima del processo non si arresta nemmeno Cosentino, per camorra. Eppure è chiaro che Schettino scappare all’estero non può, perché dove va? Pure se va in Botswana lo riconoscono subito. Non può inquinare le prove perché ci sono le telefonate registrate, non può ripetere il reato perché tanto nessuno gli affiderà più, non dico una nave, ma nemmeno un pedalò o un moscone. Quindi bastano e avanzano gli arresti domiciliari, prima del processo. Ma noi in Italia siamo così: prima affidiamo tutto a un solo uomo, un paese di 60 milioni di abitanti, una nave di 4.200 passeggeri. Poi se va male ce la prendiamo con un solo uomo: siamo sempre in attesa di un salvatore della patria o di un capro espiatorio


Wednesday, January 18, 2012

Casta crociere

Il Fatto Quotidiano, 18 Gennaio 2012

Ora diranno che noi italiani non riusciamo a diventare seri nemmeno nelle tragedie, anzi riusciamo subito a trasformarle in macabre farse. Gli altri hanno il Titanic, noi la Concordia. L’italianissima “nave più grande del mondo” che, già per com’è posizionata, mezza sott’acqua e mezza sopra con uno squarcio nella chiglia, è la migliore icona del paese che siamo. Più che un naufragio, una parabola.

Del capitano Schettino sappiamo tutto e forse, si spera, anche troppo. Ma non era mica solo, sulla nave. Invece è come se lo fosse: se il comandante impazzisce, o si ubriaca, o picchia la testa, non c’è niente da fare. Nessun controllo, nessuna valvola di salvaguardia. Un uomo solo al comando, con potere di vita e di morte su tutti gli altri. E, se dà via di matto o semplicemente si fa gli affari suoi, peggio per noi. Vi ricorda qualcosa? Poi ci sono i passeggeri, che al “si salvi chi può” danno il meglio, ma anche il peggio. Uno, accecato dalla disperazione, strappa il salvagente al vicino e lo lascia affogare. Altri fanno a botte o calpestano la massa per arrivare prima alle scialuppe saltando la fila e, conquistato un posto sulla barchetta, scacciano i bambini o i vecchi o le donne o disabili perché “non c’è più posto”. Vi ricordano qualcuno? Il “particulare”, lo chiamava Guicciardini. Poi c’è Costa Crociere, che prima difende il comandante e poi lo scarica, dichiarandosi parte lesa perché ha fatto tutto da solo (ma proprio perché poteva fare tutto da solo Costa Crociere non è parte lesa). Vi ricorda qualcuno?

E siamo a Schettino, per gli amici “Top Gun”, che nelle interviste fa il ganassa con le battute sul Titanic. Se c’era bisogno di qualcuno che rinfocolasse i luoghi comuni sull’italiano in gita, eccolo pronto alla bisogna. Il tipico fesso che si crede furbo, ganzo, fico. Il bullo abbronzato coi ricci impomatati e i Ray-ban neri che conosce le regole e le rotte, ma è abituato ad aggirarle, a smussarle. C’è l’amico di un amico a riva da salutare a sirene spiegate? Che problema c’è, se po’ fa’. C’è da accostare per il rito dell’ “inchino” ai turisti portati dalla proloco? Ma per carità, si accosta. Accosta Crociere. Perepèèèèè. Crash! Ops, uno scoglio. E lui dov’è, al momento del cozzo? Una turista olandese giura che era al bar a farsi un drink con una bella passeggera appena rimorchiata. Perché la patonza deve girare, no? A quel punto, con la nave gonfia d’acqua, si chiama la Capitaneria per dire “Tutto ok, positivo”. Poi si parla di “guasto a un generatore”. Minimizzare, sopire, troncare finché si può. Crisi? Quale crisi? I ristoranti sono pieni, le stive pure. L’affondamento è solo psicologico, il classico naufragio percepito. Basta non parlarne e sparisce. Negare tutto, anche l’evidenza.

Infatti è la Capitaneria a informarlo che la sua nave affonda. E allora “abbandonate la nave”: lui per primo, assicurando però “stavo a poppa, ora torno sul ponte, a bordo ci sono solo 2-300 persone” (sono ancora tutte e 4 mila, però il vero bugiardo dà sempre cifre false ma precise). Il solito De Falco –c’è sempre un De Falco sulla rotta dei furbi fessi– lo sgama: “Ma lei è a bordo?”. “No”. “Vada a bordo, cazzo! È un ordine”. “Sono qua sotto a coordinare i soccorsi, ora vado a bordo”. Invece è già all’asciutto, aggrappato a uno scoglio. Verrà avvistato sulla banchina mentre aspetta il taxi per l’hotel Bahamas. Manca ancora un ingrediente: la telefonata a mammà. “Sto bene, ho cercato di salvare i passeggeri”. Come si chiama mammà? Rosa, e come se no? Lui intanto mente pure sull’ultima manovra: “L’ho fatta io per facilitare i soccorsi”. Invece l’han fatta le correnti. Poi pesca a piene mani dall’inesauribile serbatoio dello scusario vittimistico nazionale: tutta colpa di “uno sperone di roccia non segnalato, la carta nautica dice che non doveva essere lì”.

Il solito complotto degli speroni rossi, degli scogli spuntati a sua insaputa: se Vespa lo chiama a Porta a Porta, lui tira fuori il plastico. Non resta che svignarsela nella notte, quatto quatto, “per senso di responsabilità”, lasciando fare agli altri, ai tecnici. Vi ricorda qualcuno? Tipo un altro che aveva cominciato sulle navi da crociera?

Monday, January 16, 2012

Le maestrine del bon ton

Il Fatto Quotidiano, 15 gennaio 2012

Questa settimana si è parlato molto di noi. Prima perché uno scoop del nostro Marco Lillo ha fatto dimettere il sottosegretario Malinconico e un altro scoop di Marco Lillo (che aggiungeva particolari inediti a quello di Sergio Rizzo sul Corriere) ha messo una bombetta sotto la poltrona del ministro Patroni Griffi.

Quando un giornale fa uno scoop, gli altri lo riprendono citando la fonte. Nel nostro caso in pochi l’hanno fatto: i più han preferito sorvolare o addirittura inventarsi di avere scritto di Malinconico mesi fa (in realtà tutti avevamo scritto di lui nel febbraio 2010, quando il suo nome comparve con quelli di Balducci e Piscicelli nell’ordinanza dei giudici di Firenze sulla cricca; ma le novità che l’han fatto dimettere le ha pubblicate il Fatto, punto). E alcuni giornali imbottiti di soldi pubblici si sono adontati perché abbiamo fatto notare la coincidenza del loro silenzio su Malinconico che li aveva appena imbottiti di soldi pubblici: ma, se la coincidenza non la fa notare l’unico giornale che rifiuta i finanziamenti pubblici, chi altri la farà notare?

Poi s’è riparlato di noi perché, sull’uno-due Consulta-Cosentino, abbiamo titolato “Il giorno delle due porcate” e “cosca”. La parola “cosca” non è piaciuta al direttore di un grande giornale che, ci mancherebbe, ha tutto il diritto di dissentire. Ma noi volevamo sottolineare che il termine “casta” è riduttivo per una maggioranza parlamentare che salva dall’arresto, per la seconda volta in due anni, un noto amico di noti camorristi (questo si può già dirlo in base ai fatti: se poi quelle amicizie siano reato, lo stabiliranno i giudici). Quella che, dopo una catena di ricatti e avvertimenti, prima salva poi abbraccia un personaggio simile, non è casta: è cosca.

Emanuele Macaluso non ha gradito nemmeno il termine “porcata” applicato alla sentenza della Consulta, a suo dire indegno di “un giornale democratico”. Ora, a parte il fatto che grazie a quella sentenza ci teniamo la legge Calderoli, definita “porcata” dal suo stesso autore, noi abbiamo spiegato perché l’abbiamo chiamata così: perché le sentenze mafiosamente anticipate con pizzini ai giornali in violazione del segreto della camera di consiglio (prim’ancora che si aprisse) squalificano chi le emette. Senza contare che la Consulta è già squalificata dallo scandalo della P 3, a cui ben sei giudici costituzionali – secondo il Tribunale di Roma – anticiparono il loro verdetto sul “lodo” Alfano.

Macaluso della P 3 non parla e ci impartisce una lezione di bon ton istituzionale col solito trucchetto di guardare il dito per non vedere la luna. Lo scandalo non è l’azione, ma la reazione. Non sono i fatti, ma il “linguaggio” usato da chi li descrive. Ora, vista la platea piuttosto ristretta che è in grado di raggiungere (i lettori del Riformista), la lezioncina ci lascerebbe indifferenti, se non sapessimo che Macaluso è il corazziere capo del Quirinale. “Le sentenze – ammonisce – vanno rispettate” e (a proposito del milione e 200 mila firme buttate nel cestino dalla Consulta) non “devono tener conto del numero degli innocentisti e dei colpevolisti”.

Bella sciocchezza
: il giudizio di legittimità su un referendum non è un processo penale dove si giudica un imputato. Nei referendum il numero dei proponenti conta eccome, infatti se le firme non superano il mezzo milione non si vota. Dunque fingere che quel milione e 200 mila persone (più 115 costituzionalisti convinti della legittimità dei quesiti) non esistano non è come condannare un imputato che molti ritengono innocente, o viceversa. È, specie se lo si fa dopo torbide manovre, una ferita alla democrazia. Ma è consolante la ritrovata fiducia di Macaluso nelle sentenze, “qualunque tribunale le emetta”.

Chissà se ha poi scoperto cosa c’era scritto nella sentenza definitiva sul suo protetto Andreotti. L’ultima volta che ne parlò, fu per gabellarla da “assoluzione”, invece era prescrizione del “reato commesso” di mafia. Il miglior modo per rispettare le sentenze è leggerle. E, possibilmente, capirle.

Saturday, January 14, 2012

Bersamasutra

Il Fatto Quotidiano, 14 Gennaio 2012


Ai politici italiani servirebbe una memory card che li aiutasse a ricordare. In fondo non è passato un secolo dal 30 settembre 2011, quando il comitato referendario anti-Porcellum annunciò di aver raccolto, quasi tutte nell’ultimo mese utile, 1.210.466 firme. Quel giorno si schierarono col referendum, oltre alle forze che l’avevano promosso (Idv e comitati di Parisi e Segni) e sostenuto (Sel e Fli), anche i partiti che l’avevano malsopportato (Pd) e persino alcuni di quelli che l’avevano osteggiato, avendo votato la porcata Calderoli (l’Udc e pezzi di Lega e Pdl).

“Sono rimasto impressionato dal numero di firme raccolte – disse Bobo Maroni, ancora ministro dell’Interno – in così poco tempo. Quindi è un segnale forte che va ascoltato e credo che si debba procedere al referendum”. Casini si affrettò ad associarsi: “Vi sorprenderò, ma trovo che Maroni abbia perfettamente ragione. Fare ora una legge elettorale seria e condivisa è come scalare l’Everest a piedi nudi. Molto meglio dare la parola ai cittadini, che è sempre un grande fattore di democrazia”. Alfano, neosegretario del Pdl (almeno pro forma), chiese di “restituire ai cittadini il diritto di indicare il proprio parlamentare”. E financo il bossiano Calderoli ammise che la sua legge andava cambiata: “La riforma della legge elettorale può essere approvata entro la primavera del 2012”.

Intanto Bersani chiedeva ai referendari di “non mettere il cappello sul referendum” e addirittura invocava da loro un atto di pubblica gratitudine al Pd: “Mi aspetterei che ci ringraziassero perché abbiamo raccolto centinaia di migliaia di firme: noi non abbiamo messo il cappello sul referendum, ma abbiamo messo i banchetti”. Proprio lui che, prima che gli altri raccogliessero le firme, aveva sentenziato: “Meglio la via parlamentare”. Parisi domandò “perché Vizzini del Pdl ha firmato e D’Alema e Bersani no?”. Su facebook nacque un gruppo dal titolo “Ma Bersani ha firmato?”. Ma il segretario replicò furibondo: “Non vedo ragione di polemiche”, assicurando che la sua firma c’era eccome. E qualcuno ci credette pure, visto che il Pd si era mostrato maestro nel salto sul carro dei vincitori già con i referendum di primavera contro l’acqua privata, il nucleare e l’impunità: prima tiepido nella raccolta firme (Bersani, lungimirante: “Noi non abbiamo una strategia referendaria perché in 15 anni, si sono persi 24 referendum e poi manca l’aspetto propositivo”), poi entusiasta quando tirava aria di quorum, per potersi appropriare della vittoria il giorno dopo.

Dal 1 ° ottobre sono trascorsi cento giorni e oggi gli smemorati dicono diametralmente l’opposto di allora. Del resto, se avessero tenuto ferme le posizioni, questa Consulta ormai permeabilissima agli umori della politica non avrebbe osato tanto. Ora Calderoli vuol conservare il Porcellum che – parole di Bossi – “va benissimo”. Alfano ha smarrito la favella, anche perché parla B., il principale: “La Calderoli è una buona legge”. Maroni, dopo la figura barbina su Cosentino, balbetta “me l’aspettavo”. Casini elogia la “sentenza ineccepibile” della Corte. E Bersani? “Non possiamo gioire per la decisione della Consulta, ma la rispettiamo. Il Pd è impegnatissimo a cambiare il Porcellum”.

Talmente impegnatissimo da proporre una dozzina di leggi elettorali diverse, che si aggiungono al kamasutra di posizioni degli altri partiti: la miglior garanzia che nel 2013 – o quando sarà – voteremo per la terza volta col Porcellum. Cioè, di fatto, non voteremo. Del resto, se il vertice del Pd volesse davvero cambiare la legge elettorale, l’avrebbe fatto nel 2006-2008, quando si chiamava ancora Ds + Margherita e l’Unione aveva la maggioranza in Parlamento. Invece se ne guardò bene. Ultimo tocco di eleganza: lo staff di Bersani, un minuto dopo la sentenza della Consulta, ha fatto finalmente sapere al nostro giornale che il segretario il referendum non l’aveva firmato. Bravo, complimenti, ottima scelta di tempi: da vero leader.

Friday, January 13, 2012

La balla della settimana: le banche e il fisco

Questa sera ci arrendiamo. Il Monti versione 1, quello dei conflitti d’interessi al governo e delle tasse ai soliti noti non è che ci avesse convinto moltissimo, ma invece la fase 2 ci piace un sacco: le dimissioni del sottosegretario Malinconico che si faceva pagare le vacanze a sua insaputa, così finalmente avrà tempo di scoprire chi diavolo gliele ha pagate quelle vacanze, e poi il blitz contro gli evasori a Cortina, che sa un po’ di spot ma può servire, perché magari spaventa qualche evasore e lo induce a pagare le tasse se non per virtù, almeno per paura…

Monday, January 9, 2012

Memoria Cortina

Il Fatto Quotidiano, 8 Gennaio 2012

Nei paesi seri non c’è bisogno di spiegare la differenza fra guardie e ladri, perché nessuno (a parte i ladri) difende i ladri. Invece nel Paese di Sottosopra, come lo chiamava Bocca, sgovernato per nove anni su 17 da un noto evasore che giustificava l’evasione, il direttore dell’Agenzia delle Entrate Attilio Befera deve discolparsi dall’accusa di leso Caimano per aver dichiarato “se si dice che evadere è giusto non siamo un paese civile”. E Monti fa notizia perché rammenta quella che in un altro paese sarebbe un’ovvietà – sono gli evasori a “mettere le mani nelle tasche degli italiani” – e solidarizza con la Guardia di Finanza per i sacrosanti blitz a Cortina e a Portofino.

Intanto il primo partito della sua maggioranza solidarizza con gli evasori. Ma non potendolo dire esplicitamente (gli elettori sono nervosetti), si arrampica sugli specchi della logica per tener buoni sia gli evasori sia gli onesti. Quattro passi nell’ultimo delirio.

Fabrizio Cicchitto: “Si criminalizza un’intera città a scopi ideologici, politici e mediatici”. Anche se è Cicchitto, prendiamo sul serio le sue parole: quale sarà mai l’ideologia politica della Guardia di Finanza e dell’Agenzia delle Entrate, i cui vertici li ha nominati il governo B.? Bolscevichi in divisa grigia? Mistero.
Osvaldo Napoli/1: “Non è vero che il contribuente onesto non ha nulla da temere. Gli accertamenti con metodi polizieschi colpiscono a caso e nella rete finiscono spesso contribuenti onesti”. E come dovrebbero essere gli accertamenti di una forza di polizia, se non polizieschi? E come fa un contribuente onesto a finire nella rete degli evasori? Risposta: non pagando le tasse.
Napoli/2: “L’Italia non è un popolo di evasori. Non c’era bisogno di arrivare fino a Cortina, bastava scendere nel bar sotto casa per scovare l’evasore”. Lievissima contraddizione: se basta scendere nel bar sotto casa, allora siamo un popolo di evasori.
Napoli/3: “Se il fisco si toglie l’elmo e invece della sciabola impugna il pc e anziché invadere le strade di Cortina invita nei suoi uffici i contribuenti, la guerra all’evasione diventerebbe un accordo fra uno Stato vigile e dialogante e un contribuente meno reticente”. Ecco: si invita l’evasore in ufficio, gli si offre il tè coi pasticcini e si apre un dialogo per accordarsi: facciamo a mezzo?
Maurizio Lupi/1: “No a uno stato di polizia fiscale. Non va fatta di tutta l’erba un fascio, non siamo tutti evasori. Mi preoccupa la spettacolarizzazione mediatica, la repressione totale”. Appunto: proprio perché non siamo tutti evasori, bisogna punire quelli che lo sono. La spettacolarizzazione mediatica fa parte della terapia: così l’evasore non ancora preso si spaventa e magari paga le tasse. Si chiama deterrenza. Quanto allo “stato di polizia”, non facciamo ridere: in America gli evasori finiscono su due piedi in galera: qui rischiano massimo una multa. Infine: come dovrebbe essere la repressione, se non totale? Parziale? Prendi due evasori e ne punisci uno solo? O li punisci tutti e due, ma solo un po’?
Lupi/2: “Non c’era bisogno del blitz per sapere che c’è evasione” Infatti i blitz non si fanno per sapere se si evade, ma chi evade.
Daniela Santanchè/1: “Ora chi va a Cortina è marchiato come evasore”. Ma perché mai? Chi va a Cortina e non evade gode come un riccio nel vedere chi evade finalmente nei guai. Santanchè/2: “A St. Moritz non ci sono forse evasori? Gli evasori stanno ovunque”. Giusto, ma St. Moritz è in Svizzera e dunque la Finanza non può andarci.
Santanchè/3: “Ora tutti andranno in vacanza a St. Moritz”. Vuol forse dire che “tutti” quelli che vanno a Cortina sono evasori? E perché mai dovrebbero trasferirsi a St. Moritz, visto che con gli evasori la Svizzera è molto più severa dell’Italia?

Ps. Ieri il Suv della Santanchè è stato inopinatamente multato per divieto di sosta a Courmayeur. Un altro duro colpo all’economia del Paese. Ora tutti i Suv andranno in vacanza a St. Moritz.

Friday, January 6, 2012

Non ci provate

Il Fatto Quotidiano, 6 gennaio 2012


Il Corriere della Sera comunica: “Non sarà una sentenza della Consulta a far saltare il clima di tregua in Parlamento, non sarà la Corte a provocare fibrillazioni che metterebbero in difficoltà il governo di emergenza nazionale: in prossimità del verdetto sui referendum elettorali, istituzioni e partiti di ‘maggioranza’ sono stati rassicurati sul fatto che i quesiti per abrogare il Porcellum verranno bocciati. Così le forze politiche contrarie ai referendum non sarebbero costrette a muoversi d’urgenza per cambiare la legge, con l’obiettivo di evitare la consultazione. Una corsa affannosa contro il tempo alzerebbe il rischio di tensioni tra i partiti che si scaricherebbero sull’esecutivo. Con la bocciatura dei referendum, verrebbe quindi messo in sicurezza il sistema politico, non il sistema elettorale”. Secondo Repubblica, anch’essa molto informata, sei giudici sarebbero pro referendum, cinque contro e quattro incerti. Fra i contrari figurano i soliti Luigi Mazzella e Paolo Maria Napolitano (noti per la cena con B., Letta e Alfano prima della decisione sul lodo Alfano), oltre a Grossi (nominato dal presidente Napolitano), Frigo (indicato dal Pdl) e al presidente Quaranta (eletto dalla Corte dei conti e gradito al Pdl). Non sappiamo se tutto ciò sia vero, ma è molto probabile, visto che ieri nessuno ha smentito nulla.

Quindi, a una settimana dalla sentenza dell’11 gennaio, la Corte costituzionale, “giudice delle leggi” e massimo presidio di legalità del Paese, fa filtrare a due giornali, ai “partiti di maggioranza” e a imprecisate “istituzioni” gli orientamenti dei suoi membri, che devono restare segreti anche dopo la decisione, figurarsi prima. E se Repubblica attribuisce le divisioni a questioni giuridiche (il presunto “vuoto legislativo” che seguirebbe all’abolizione del Porcellum, peraltro smentito dai promotori che vogliono resuscitare il precedente Mattarellum), il Corriere dà una lettura tutta politica. Come se spettasse alla Consulta “mettere in sicurezza il sistema politico” (manco fosse una fognatura da coibentare) o preoccuparsi della “tregua in Parlamento” e del “governo di emergenza nazionale” (che i partiti, pur di sventare il referendum, rovescerebbero per andare al voto anticipato). E come se il referendum non fosse la più alta espressione della democrazia diretta, ma una cosa sporca da “evitare” a ogni costo per scongiurare “tensioni tra i partiti” e “sull’esecutivo”. Il tutto in barba a quei poveri illusi (1.210.466 cittadini) che hanno firmato il referendum pensando di vivere in una democrazia. Ora invece apprendono che non bisogna disturbare i manovratori: una casta, anzi una cosca di partitocrati nascosti dietro un pugno di banchieri e “tecnici” autoproclamatisi salvatori della Patria.

Destra e sinistra non esistono più: sopravvive solo la cultura autoritaria e oligarchica di queste sedicenti sentinelle del Bene che si sono autoinvestite del compito di confiscare la sovranità popolare e decidere loro, riunite in qualche tunnel, catacomba, loggia o angiporto, cosa è giusto per noi. Il silenzio della Consulta fa il paio con quello dei partiti: anche quelli che sei mesi fa esultavano per i referendum contro nucleare, acqua privata e impunità dopo averli sabotati in ogni modo; anche quelli (Pd e Fli) che hanno raccolto le firme contro il Porcellum con Parisi, Segni, Di Pietro e Vendola. Bersani e Fini non hanno nulla da dire su una Consulta che preannuncia la bocciatura del referendum? Nel 2009, alla vigilia della sentenza sul lodo Alfano – l’ha accertato il Tribunale del Riesame di Roma – la P3 riuscì “a ottenere l’assicurazione sul voto, nel senso voluto dai sodali, di sette dei 15 giudici della Corte”. Poi uno cambiò idea e il lodo fu bocciato nove a sei: ma “resta il fatto che tale ingerenza ci fu e venne esercitata su almeno sei giudici costituzionali che anticiparono a un soggetto come il Lombardi la loro decisione”. Ora la P3 è imputata per un’impressionante serie di reati. Ma i sei giudici sono sempre alla Consulta. Nessun’istituzione ha pensato di stanarli e cacciarli. Nessun monito si è levato dai colli più alti contro questo scandalo a cielo aperto. Da oggi però quei sei giudici infedeli devono sentirsi osservati: 1.210.466 cittadini italiani li guardano.

(Aggiornamento del 6 Gennaio 2012, 19.17) - La Corte Costituzionale ha diffuso oggi una nota in cui “smentisce categoricamente le fantasiose illazioni relative a presunte dichiarazioni attribuite dalla stampa a componenti della Corte in relazione alla prossima decisione riguardante l’ammissibilità dei quesiti referendari in materia elettorale”.

Monday, January 2, 2012

Il pm è troppo bravo: licenziamolo

Il Fatto Quotidiano, 31 Dicembre 2011

Si sperava che la leggendaria sobrietà del governo tecnico comprendesse anche un’abitudine sconosciuta ai politici italiani: quella di evitare gli annunci con i verbi al futuro, limitandosi a quelli coi verbi al passato. Non se ne può più di ministri che vanno in tv o sui giornali a dire “faremo”: la vera sobrietà è tacere finché non si è fatto qualcosa e solo allora aprire bocca per comunicarlo e spiegarlo ai cittadini. Monti aveva cominciato bene, mantenendo il riserbo più assoluto sulla manovra e parlandone solo dopo averla varata. Purtroppo i suoi ministri fanno l’esatto contrario, sull’esempio dei predecessori, la cui logorrea era inversamente proporzionale alla concretezza.

Uno dei ministri più incontinenti è quello della Giustizia, Paola Severino che, a sentirla parlare, avrebbe già dovuto risolvere tutti i mali del settore: carceri affollate, processi lenti, sprechi di risorse, incertezza delle pene, certezza di impunità per i colletti bianchi. Nel breve volgere di un mese ha promesso braccialetti elettronici, via libera all’amnistia, norme svuota-carceri, pene più alte per tangenti, abuso d’ufficio e falso in bilancio, nuovi reati tipo traffico d’influenze e corruzione privata, ratifica delle convenzioni anticorruzione e chi più ne ha più ne metta. Ora, sarebbe assurdo pretendere che faccia in pochi giorni quel che gli altri non han fatto in 17 anni. Ma ci sono norme semplici semplici, poche righe e costo zero, che si potrebbero approvare subito. Nella sua ultima intervista quotidiana (venerdì al Corriere), la Severino auspica “una forte accelerazione e una specializzazione al processo civile”. Ecco: perché non favorire la specializzazione anche nel penale, che soprattutto su certi reati (mafia, corruzione, evasione fiscale, criminalità finanziaria, ambiente, sicurezza sul lavoro, colpe mediche, abusi sessuali, violenze su minori) richiede magistrati esperti e competenti su materie specifiche?

Una norma demenziale dell’ordinamento giudiziario Castelli-Mastella (un trust di cervelli mica da ridere) ha stabilito nel 2007 che ogni magistrato, dopo dieci anni di lavoro in un pool specializzato, deve uscirne e occuparsi d’altro. E purtroppo il Csm (complice la corrente di Md) non ha mosso un dito, anzi ha recepito con gioia, limitandosi a concedere sei mesi di proroga. Come se un’azienda che ha impiegato tempo e risorse per formare un dirigente lo spedisse a fare altre cose perché è diventato troppo bravo. Con questa folle regola già nel 1992, Cosa Nostra poteva risparmiarsi le stragi di Capaci e di via d’Amelio, visto che quando furono uccisi Falcone e Borsellino indagavano sulla mafia da ben più di dieci anni. Infatti, negli ultimi anni, il bollino di scadenza per i pm come per lo yogurt ha già falcidiato i pool antimafia di Palermo, Bari e Napoli, e dal 1 ° gennaio smembrerà (via sei pm su nove) il gruppo torinese di Raffaele Guariniello specializzato in sicurezza sul lavoro, salute e ambiente (processi Thyssen, Eternit, doping ecc.); idem per il pool milanese coordinato da Francesco Greco contro i reati finanziari (processi Parmalat, scalate bancarie, Enel, Eni, grandi evasori, San Raffaele, Lele Mora ecc.); e tanti altri.

“Nel 2012 – avverte Guariniello – dovremo affrontare processi delicatissimi su cui il ricambio di sostituti avrà conseguenze dirompenti. I nuovi colleghi, pur bravi, impiegheranno anni per acquisire esperienza e professionalità specifiche, mentre verranno meno quelle dei colleghi uscenti”. Aggiunge Greco: nel suo pool sulla criminalità economica “ci vorranno dai cinque ai dieci anni per ricreare lo stesso livello di professionalità. Con una perdita secca per lo Stato. È una norma di cui fatico a comprendere la ratio, specie quando tutti sostengono che occorre contrastare corruzione ed evasione fiscale”. Ministro Severino, che senso ha dichiarare guerra alla corruzione e all’evasione e cacciare i magistrati in grado di combatterla? Se ci risponde, smettiamo di scrivere che parla troppo.