Monday, January 16, 2012

Le maestrine del bon ton

Il Fatto Quotidiano, 15 gennaio 2012

Questa settimana si è parlato molto di noi. Prima perché uno scoop del nostro Marco Lillo ha fatto dimettere il sottosegretario Malinconico e un altro scoop di Marco Lillo (che aggiungeva particolari inediti a quello di Sergio Rizzo sul Corriere) ha messo una bombetta sotto la poltrona del ministro Patroni Griffi.

Quando un giornale fa uno scoop, gli altri lo riprendono citando la fonte. Nel nostro caso in pochi l’hanno fatto: i più han preferito sorvolare o addirittura inventarsi di avere scritto di Malinconico mesi fa (in realtà tutti avevamo scritto di lui nel febbraio 2010, quando il suo nome comparve con quelli di Balducci e Piscicelli nell’ordinanza dei giudici di Firenze sulla cricca; ma le novità che l’han fatto dimettere le ha pubblicate il Fatto, punto). E alcuni giornali imbottiti di soldi pubblici si sono adontati perché abbiamo fatto notare la coincidenza del loro silenzio su Malinconico che li aveva appena imbottiti di soldi pubblici: ma, se la coincidenza non la fa notare l’unico giornale che rifiuta i finanziamenti pubblici, chi altri la farà notare?

Poi s’è riparlato di noi perché, sull’uno-due Consulta-Cosentino, abbiamo titolato “Il giorno delle due porcate” e “cosca”. La parola “cosca” non è piaciuta al direttore di un grande giornale che, ci mancherebbe, ha tutto il diritto di dissentire. Ma noi volevamo sottolineare che il termine “casta” è riduttivo per una maggioranza parlamentare che salva dall’arresto, per la seconda volta in due anni, un noto amico di noti camorristi (questo si può già dirlo in base ai fatti: se poi quelle amicizie siano reato, lo stabiliranno i giudici). Quella che, dopo una catena di ricatti e avvertimenti, prima salva poi abbraccia un personaggio simile, non è casta: è cosca.

Emanuele Macaluso non ha gradito nemmeno il termine “porcata” applicato alla sentenza della Consulta, a suo dire indegno di “un giornale democratico”. Ora, a parte il fatto che grazie a quella sentenza ci teniamo la legge Calderoli, definita “porcata” dal suo stesso autore, noi abbiamo spiegato perché l’abbiamo chiamata così: perché le sentenze mafiosamente anticipate con pizzini ai giornali in violazione del segreto della camera di consiglio (prim’ancora che si aprisse) squalificano chi le emette. Senza contare che la Consulta è già squalificata dallo scandalo della P 3, a cui ben sei giudici costituzionali – secondo il Tribunale di Roma – anticiparono il loro verdetto sul “lodo” Alfano.

Macaluso della P 3 non parla e ci impartisce una lezione di bon ton istituzionale col solito trucchetto di guardare il dito per non vedere la luna. Lo scandalo non è l’azione, ma la reazione. Non sono i fatti, ma il “linguaggio” usato da chi li descrive. Ora, vista la platea piuttosto ristretta che è in grado di raggiungere (i lettori del Riformista), la lezioncina ci lascerebbe indifferenti, se non sapessimo che Macaluso è il corazziere capo del Quirinale. “Le sentenze – ammonisce – vanno rispettate” e (a proposito del milione e 200 mila firme buttate nel cestino dalla Consulta) non “devono tener conto del numero degli innocentisti e dei colpevolisti”.

Bella sciocchezza
: il giudizio di legittimità su un referendum non è un processo penale dove si giudica un imputato. Nei referendum il numero dei proponenti conta eccome, infatti se le firme non superano il mezzo milione non si vota. Dunque fingere che quel milione e 200 mila persone (più 115 costituzionalisti convinti della legittimità dei quesiti) non esistano non è come condannare un imputato che molti ritengono innocente, o viceversa. È, specie se lo si fa dopo torbide manovre, una ferita alla democrazia. Ma è consolante la ritrovata fiducia di Macaluso nelle sentenze, “qualunque tribunale le emetta”.

Chissà se ha poi scoperto cosa c’era scritto nella sentenza definitiva sul suo protetto Andreotti. L’ultima volta che ne parlò, fu per gabellarla da “assoluzione”, invece era prescrizione del “reato commesso” di mafia. Il miglior modo per rispettare le sentenze è leggerle. E, possibilmente, capirle.

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