Tuesday, January 24, 2012

Perché no

Il Fatto Quotidiano, 24 gennaio 2012

Ogni tanto è bene parlare fra noi e di noi. Di noi del Fatto, inteso come comunità di giornalisti e lettori che si ritrovano sul giornale, sul sito, nelle feste e negli incontri per l’Italia (quest’anno ne faremo di più e presto vi diremo dove e come). Per un quotidiano che vive senza sussidi pubblici e con poca pubblicità, cioè solo grazie agli abbonati (sono di nuovo 25 mila: grazie di cuore) e agli acquirenti in edicola, il rapporto con i lettori è tutto. Perciò rispondiamo alle lettere e alle email. E, appena possibile, leggiamo i commenti sui nostri blog.

Nelle ultime due settimane ne ho ricevuti parecchi, in particolare sugli articoli dedicati alla sentenza della Consulta che ha bocciato i referendum anti-Porcellum e sull’ordinanza di rinvio a giudizio di De Magistris e Genchi per abuso d’ufficio (acquisizione di tabulati di parlamentari senz’autorizzazione del Parlamento). Ho criticato aspramente sia la sentenza sia l’ordinanza. E molti lettori sono insorti: ma allora sei come B. che critica le sentenze!

Se B. in questi anni si fosse limitato a criticare sentenze, non avrei trovato nulla da ridire: criticare le sentenze, possibilmente dopo averle lette e argomentando le obiezioni, è un sacrosanto diritto dei cittadini (e un aiuto ai giudici). In realtà B. ha sempre insultato i giudici, e solo quando si occupavano di lui o dei suoi coimputati, e senza mai entrare nel merito: anzi gl’insulti si riferivano a moventi politici ed eversivi indimostrabili e indimostrati, o a fatti personali totalmente estranei ai loro provvedimenti.

La nostra critica alla Consulta sul referendum muove invece da un fatto accertato dall’inchiesta P 3 (nel 2010 sei giudici costituzionali anticiparono il verdetto sul lodo Alfano ai faccendieri della loggia e anche sui referendum: qualcuno della Consulta ha violato il segreto della camera di consiglio ancor prima di entrarvi) e dall’appello di 115 costituzionalisti, convinti che l’eventuale vittoria dei referendum non avrebbe lasciato il Paese senza legge elettorale, ma avrebbe riportato in vita la precedente. Critiche argomentate e suffragate dal parere di insigni giuristi, fra cui tre ex presidenti della Consulta.

Quanto a De Magistris e Genchi, non ho mai scritto né pensato che il pm e il gip che li han mandati a giudizio siano al soldo di una parte politica o mossi da finalità eversive: avendo seguito il caso “Why Not” fin dall’inizio e conoscendo bene le carte, ho scritto che hanno sbagliato. Sia perché De Magistris e Genchi non potevano sapere che alcuni numeri di cellulare emersi dalle indagini appartenevano a parlamentari, dunque pretendere che chiedessero il permesso del Parlamento per acquisire i dati sulla titolarità di quelle utenze telefoniche è un nonsense da “comma 22”. Sia perché il reato di abuso d’ufficio, dopo la “riforma” del 1997, richiede non solo il dolo (l’hanno fatto apposta), ma pure l’intenzione di arrecare un “danno ingiusto” o un “ingiusto vantaggio patrimoniale”: e qui non si capisce quale danno gli imputati volessero causare o abbiano causato agli onorevoli titolari dei cellulari acquisendone i tabulati in un’indagine segreta.

Il Fatto, come ogni giornale che fa il proprio mestiere, legge le carte, le racconta e, se ne ha motivo, le critica. Ieri, per esempio, la I commissione del Csm (laici di destra e di sinistra uniti, togati divisi) ha proposto di archiviare la pratica su Antonio Ingroia per aver parlato di Costituzione e di antimafia al congresso del Pdci, ma anche di inserire l’episodio come “nota di demerito” nel suo fascicolo personale per danneggiarlo nella carriera. Che dovremmo fare, di fronte a questo sconcio? Tacere o applaudire solo perché abbiamo sempre difeso il Csm dagli attacchi della politica, soprattutto di destra? Noi pensiamo che il magistrato, come ogni cittadino, sia libero di esprimere il proprio pensiero. E proprio per questo abbiamo difeso il Csm: perché potesse tutelare la libertà dei magistrati. Non calpestarla.

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