Tuesday, February 28, 2012

The Artist and the Small

Il Fatto Quotidiano, 28 febbraio 2012

“Ho capito perché piace tanto “The Artist”, sia a mia zia sia (probabilmente) a Jonathan Franzen. Vale a dire sia al ceto medio riflessivo di sinistra, sia agli intellettuali più sostanziosi che lo rappresentano. “The Artist” può essere sintetizzato in questo modo: vi racconto una storia, dice il regista, alla maniera antica, i film come si facevano una volta, che erano muti. E però la storia riguarda proprio la fine della maniera antica: il momento del passaggio dal muto al sonoro. Un grande divo del muto reagisce così all’avvento del sonoro: urla che il nuovo porterà solo danni. Una presa di posizione radicale e a dire la verità un po ’ stupida, molto velleitaria, e del tutto conservatrice”.



Così Francesco Piccolo, partito sceneggiatore di Moretti e finito sceneggiatore de “Gli sfiorati” e “Ovunque sei” ma soprattutto autore di inutili romanzi per Einaudi, stroncava ideologicamente il 12 febbraio, sull’inserto “La lettura” del Corriere, il film “The Artist”, dipingendolo come il manifesto degli antiberlusconiani e dei difensori dell’articolo 18, noti passatisti polverosi e sorpassati: “Nella sostanza, mia zia ottantenne, Franzen, il ceto medio riflessivo e gli intellettuali che lo rappresentano passano tutta la vita a difendere il cibo come si faceva una volta, le piccole librerie di quartiere con l’odore dei vecchi libri, il telefono fisso. Pier Luigi Bersani e Susanna Camusso difendono l’articolo 18… Il ceto medio riflessivo, su cui abbiamo fatto affidamento per la ricostruzione di un Paese civile e innovato, pensa che la soluzione sia semplice: opporsi alle tecnologie, non concedere al nemico (il progresso) nemmeno un centimetro del territorio (la conservazione del passato)… Tutto bene, tranne per due cose: il fatto che il ceto medio riflessivo, gli intellettuali che lo rappresentano, mia zia e Franzen erano stati chiamati al mondo per spingerlo in avanti e non per tenere premuto il freno. E la seconda: ma noi tutti, qui, nel presente, allora, cosa ci stiamo a fare?”.

Cosa ci stia a fare “The Artist”, ora lo sappiamo: domenica ha vinto cinque premi Oscar (nella giuria devono essersi infiltrati la Camusso, Landini e alcuni reduci dei Girotondi). Resta da scoprire cosa ci stia a fare Piccolo.

Sunday, February 26, 2012

E’ qui la festa?

Il Fatto Quotidiano, 26 Febbraio 2012

Solo un delinquente incallito, i suoi avvocati e i suoi complici potrebbero festeggiare una sentenza come quella emessa ieri dal Tribunale di Milano. Una sentenza che, tradotta in italiano, dice così: la prescrizione è scattata dieci giorni fa, grazie all’ultima disperata mossa perditempo degli on. avv. Ghedini e Longo (la ricusazione dei giudici), dunque non possiamo condannare B.; ma lo sappiamo tutti, visto che l’ha già stabilito la Cassazione, che nel 1999 l’avvocato Mills fu corrotto dalla Fininvest con 600 mila dollari nell’interesse di B., in cambio delle due false testimonianze con cui – come aveva lui stesso confidato al suo commercialista – l’aveva “salvato da un mare di guai”. Cioè gli aveva risparmiato la condanna per le tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza.

Condanna che avrebbe fatto di B. un pregiudicato già nel 2001, con devastanti effetti a catena: niente più attenuanti generiche negli altri processi, dunque niente prescrizione dimezzata, ergo una raffica di condanne che oggi farebbero di lui non un candidato al Quirinale, ma un detenuto o un latitante. E se, al netto della falsa testimonianza prezzolata di Mills sulle tangenti alla Gdf, B. sarebbe stato condannato in quel processo, al netto della legge ex Cirielli sarebbe stato condannato anche ieri per avere corrotto Mills. Così come Mills sarebbe stato condannato due anni fa per essere stato corrotto da B. (invece si salvò anche lui grazie alla prescrizione, scattata due mesi prima). Quando infatti fu commesso il reato, nel 1999, la prescrizione per la corruzione giudiziaria scattava dopo 15 anni: dunque il reato si estingueva nel 2014. Ma nel 2005, appena scoprì che la Procura di Milano l’aveva beccato, B. impose la legge ex Cirielli, che tagliava la prescrizione da 15 a 10 anni.

Così il reato si estingueva nel 2009. Per questo la Cassazione, nel febbraio 2010, ha dovuto dichiarare prescritto il reato a carico del corrotto Mills (pur condannandolo a risarcire lo Stato italiano). E per questo ieri il Tribunale ha dovuto fare altrettanto col corruttore B. Fra il calcolo della prescrizione proposto dal pm Fabio de Pasquale e quello suggerito da Ghedini e Longo, il Tribunale ha scelto quello degli avvocati: la miglior prova, l’ennesima, che il Tribunale di Milano non è infestato di assatanate toghe rosse. Anzi, visti i precedenti, se i giudici hanno un pregiudizio, è a favore di B. Il quale, per la sesta volta, incassa una prescrizione a Milano: le altre cinque accertarono che comprò Craxi con 23 miliardi di lire, comprò un giudice per fregarsi la Mondadori e taroccò tre volte i bilanci del gruppo per nascondere giganteschi fondi neri usati per comprare tutto e tutti.

Ora càpita di ascoltare Angelino Jolie, avvocato ripetente, che delira di “folle corsa del pm” (dopo 8 anni di processo!); l’incappucciato Cicchitto che vaneggia di “assoluzione”; e l’imputato impunito che si rammarica (“preferivo l’assoluzione”), ma s’è ben guardato dal rinunciare alla prescrizione per farsi giudicare nel merito. Gasparri, poveretto, vorrebbe cacciare De Pasquale perché ha cercato di non far scattare la prescrizione. Ecco: per lui il compito dei magistrati è assicurare la prescrizione a tutti. Se l’ignoranza si vendesse a chili, sarebbe miliardario.

Wednesday, February 22, 2012

Il procuratore Pippo

Il Fatto Quotidiano

Facciamo finta, per un momento, di non conoscere Gian Carlo Caselli. Di non sapere che vive sotto scorta da 40 anni, prima per le sue indagini a Torino sulle Br e poi a Palermo sulla mafia. Di ignorare che ha fatto processare uomini potentissimi come Andreotti, Contrada, Dell’Utri e che l’altro giorno era in prima fila al processo Eternit in veste di procuratore capo. Di non avere la più pallida idea di come la pensa sulla Costituzione, sulla legge uguale per tutti, sui diritti dei più deboli. Anzi, chiamiamolo Pippo.

Mesi fa il procuratore Pippo riceve dalle forze dell’ordine una chilometrica denuncia contro 42 attivisti e infiltrati No Tav per svariati episodi di violenza, veri e presunti, che hanno portato al ferimento di 211 agenti. Siccome la Procura non è la fotocopiatrice delle forze dell’ordine, esamina la denuncia vagliando caso per caso. E si convince che solo 25 di quelle persone vadano arrestate per evitare che ripetano il reato, o inquinino le prove, o si diano alla fuga, in presenza dei “gravi indizi di colpevolezza” richiesti dalla legge. Il gip condivide e la polizia giudiziaria esegue le misure. I destinatari fanno ricorso al Riesame, che analizza caso per caso e, per alcuni, le conferma, per altri le revoca, per altri le attenua (oggi in carcere ne restano 9). Contro il Riesame c’è ancora il ricorso in Cassazione: su ogni singola misura cautelare, si pronunceranno una decina di magistrati di sedi e funzioni diverse. Si può criticare il loro operato? Certo. Si valutano a uno a uno i loro provvedimenti, si confrontano con le prove e si esprime un’opinione. Noi abbiamo criticato il rinvio a giudizio di Genchi e De Magistris per Why Not. Ma non ci siamo mai sognati di teorizzare una congiura ai loro danni.

Oggi contestiamo la sentenza del Tribunale di Torino che ha condannato la Rai e Formigli a risarcire la Fiat con la cifra spropositata di 7 milioni (5 solo per “danno morale”, cioè per il dispiacere subìto) per un servizio di 50 secondi in cui si affermava che un’auto Fiat va un po ’ più lenta di altre due. Mai ci sogneremmo di dire che c’è una congiura giudiziaria per “criminalizzare il giornalismo”. Invece questo sta capitando a Pippo-Caselli: l’accusa assurda, indimostrata e indimostrabile di aver voluto, arrestando i 25, “criminalizzare il movimento No Tav”. Un movimento composto da decine di migliaia di persone che non farebbero male a una mosca, si dissociano persino da chi imbratta i muri nei cortei e hanno in tasca una sola arma: quella della ragione contro una “grande opera” irragionevole, inquinante, costosa, inutile, anzi dannosa (oggi pubblichiamo l’intervento di Mercalli con le ragioni di 250 tecnici che i “tecnici” di governo seguitano a ignorare). Ma alcuni leader del pacifico movimento, anziché dissociarsi dai pochi violenti e ringraziare i giudici che li hanno isolati, preferiscono associarsi alla campagna contro Caselli e arrampicarsi in distinguo molto berlusconiani sul Caselli buono (quello che combatte le Br e la mafia) e il Caselli cattivo (quello che “arresta” i violenti No Tav).

In realtà di Caselli ce n’è uno solo: quello che, davanti a una notizia di reato, procede come gli chiedono la Costituzione e il Codice penale senza guardare in faccia nessuno. Il risultato di questa campagna, alimentata in certi siti e giornali addirittura da ex magistrati, è che Caselli non può più mettere il naso fuori di casa, nemmeno per presentare il suo libro: roba mai vista nemmeno negli anni plumbei della Torino anni ’70 e della Palermo anni ’90. Prendere le distanze dai violenti non significa dare ragione sempre e comunque alla magistratura, né tantomeno alle forze dell’ordine (quelle che a Milano fanno ritirare le bandiere tricolori per non provocare i leghisti, mentre vengono mandate da politici scriteriati a militarizzare la Valsusa provocando la popolazione). Significa restare, sempre, dalla parte della legalità. E combattere meglio la follia del Tav: cioè vincere una battaglia sacrosanta che, se passa l’equazione truffaldina “No Tav uguale violenti”, è perduta in partenza.

Monday, February 20, 2012

Dimission impossible

Il Fatto Quotidiano, 19 Febbraio 2012

Vorrei citare ancora una volta le parole di Angela Merkel, cancelliere dello Stato più importante d’Europa, sulle dimissioni del suo amico Christian Wulff, presidente della Repubblica più importante d’Europa, per un mutuo a tasso agevolato: “Rispetto la sua convinzione di essersi sempre comportato bene, ma non poteva più servire il popolo. È una forza del nostro Stato di diritto trattare tutti allo stesso modo, indipendentemente dalla posizione”.

Ora, i casi sono due: o tutta Europa s’è messa d’accordo per sputtanare l’Italia facendo dimettere ministri e papaveri per quisquilie (il tedesco Guttenberg per una tesi di dottorato parzialmente copiata da Internet, l’inglese Huhne per una multa all’autovelox caricata sulla patente della moglie, il banchiere centrale svizzero Hildebrand per un investimento della moglie in odor di insider); o dobbiamo prendere umilmente lezioni dall’Europa. Ma, siccome non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, c’è chi, fra i commentatori che ammorbano l’Italia, si inventa una terza ipotesi: tutto il mondo è paese, malcostume mezzo gaudio.
Il Pompiere della Sera, con la schizofrenia che lo contraddistingue, pubblica due commenti sul caso Wulff. Uno, splendido, di Ferrarella che confronta quel che accade quando un potente è coinvolto in uno scandalo in tutto il mondo libero (dimissioni) e nel nostro mondo a parte (impunità parlamentare). E uno, pessimo, dell’ambasciatore Romano, che fa addirittura la morale ai tedeschi, invitandoli ad abbassare la cresta e a farsi “un bagno di umiltà”, anziché “dare lezioni di moralità” agli altri. È la stessa tesi di Belpietro, secondo cui i tedeschi hanno fatto “una figura di Merkel” e “ci somigliano sempre di più”. Par di sognare: un capo di Stato si dimette (ed è il secondo in due anni: l’altro se n’era andato per una gaffe, avendo spiegato la guerra in Afghanistan con “gli interessi economici della Germania”) per una vicenda che in Italia non sarebbe neppure penalmente rilevante.

E, invece di invidiare i tedeschi per i loro standard etici, li paragoniamo a noi che ci teniamo un presidente del Senato indagato per mafia (Schifani) e siamo stati governati sette volte da un amico dei mafiosi (Andreotti), una volta da un corrotto (Craxi), tre volte da un corruttore-falsificatore di bilanci-evasore fiscale-puttaniere (B.) e ospitiamo in Parlamento un centinaio fra indagati, imputati e pregiudicati. Persino nel governo Monti c’è un condannato di Tangentopoli: Milone; un docente raccomandato, Martone; un alto funzionario sotto processo alla Corte dei conti per aver comprato per 3 milioni (nostri) una patacca attribuita a Michelangelo e garantita da Bondi: Cecchi; quattro ex dirigenti di banche che hanno appena dovuto pagare all’Agenzia delle Entrate un miliardo di tasse evase: Passera, Ciaccia, Fornero e Gnudi; e un ministro che ha comprato una casa al Colosseo pagandola quanto un box auto: Patroni Griffi.

E non si dimette nessuno (a parte quello delle ferie a sbafo a sua insaputa: Malinconico). Anzi, i furbacchioni non sono riusciti neppure a pubblicare i loro redditi on line nei 90 giorni promessi. Patroni Griffi dice che non ha fatto in tempo a causa della neve: forse i suoi redditi viaggiano senza catene. La legge contro l’evasione e la corruzione (che ci costano 150-200 miliardi l’anno) continua a slittare: l’emergenza nazionale è l’articolo 18. Madama Fornero, sdegnata per gli odiosi privilegi dei pensionati da 900 euro al mese e dei lavoratori col posto fisso, ma soprattutto per le cosce di Belén Rodriguez a Sanremo, non dice una parola contro le discriminazioni alla Fiat di Pomigliano, dove per essere riassunti in fabbrica non bisogna essere iscritti alla Fiom; anzi va in pellegrinaggio nello stabilimento per elogiare Marchionne. E Bersani, noto progressista, dice: “Il modello per mia figlia non è Belén, ma la Fornero”. Povera ragazza: sarà in lacrime.

Tuesday, February 14, 2012

Guariniello:”E’ un sogno. Ora la Procura nazionale”

Il Fatto Quotidiano, 14 Febbraio 2012

Ogni tanto i sogni si avverano. Questa sentenza regala, ai parenti delle vittime prima che a me, il diritto di sognare”. Raffaele Guariniello è commosso e felice. Ma subito rilancia con un sogno ancora più grande: una Procura nazionale sugli infortuni e le malattie professionali. Ne parlerà domani alla commissione parlamentare sulle “morti bianche”.

Qual è stato il primo pensiero dopo la sentenza?
Ho pensato a quel lavoratore di Orbassano che aveva contratto il mesotelioma in uno stabilimento svizzero Eternit ed era venuto a morire in Italia: il primo caso di tumore da amianto che ci fu segnalato dieci anni fa, quello che fece partire l’indagine sui vertici della multinazionale. Lì ci venne l’idea di perseguire non solo gli amministratori italiani, ma anche i massimi dirigenti che, a migliaia di chilometri, decidono le strategie sulla sicurezza valide per tutto il mondo. E poi ho pensato alle scene che ho visto in un documentario sull’Eternit in India, dove i lavoratori maneggiano l’amianto come fosse pane, senza non dico lo scafandro obbligatorio da noi, ma nemmeno una mascherina di cartone: l’uomo, a seconda di dove vive, è trattato in modo così diverso! Un’ingiustizia che deve finire.

Lei parla di “sogno che si avvera”. La Giustizia, in Italia, è solo un sogno?
Speriamo che questa esperienza si estenda a tutta Italia e al mondo. I morti d’amianto sono uguali in tutti gli stabilimenti Eternit: Francia, Svizzera, Brasile, Cina, India. Una strage mondiale.

Mentre ottenete questi risultati, la legge Mastella-Castelli e il Csm smembrano il vostro pool, costringendo 6 pm su 9 a emigrare perché, dopo 10 anni, sono troppo esperti…
Spero che questo processo, come i precedenti, come quello alla Thyssenkrupp, faccia rinsavire la politica e il Csm. Che dovrebbero capire due cose. Primo: in queste materie la specializzazione è fondamentale. La regola della decennalità è un controsenso: senza pm specializzati, i processi non si fanno, o si fanno male e si perdono.

La seconda cosa?
Che questi non sono processi di serie B: sono importanti quanto quelli di mafia. Noi siamo assediati dai comitati dei parenti delle vittime che ci chiedono di occuparci di morti lontano da Torino, fuori dalla nostra competenza. Per dare il diritto alla speranza a tutti non si può continuare ad affrontare questi crimini nazionali e transnazionali con 120 procure, in gran parte piccole, che agiscono per conto proprio. E non sono in grado, per organici, competenze, esperienze, di affrontare indagini così complesse. Il pm che affronta per la prima volta un caso di tumori da amianto è sprovvisto degli strumenti indispensabili per arrivare in fondo: norme, metodi indagine, consulenti giusti.

Cosa dirà domani alla commissione “morti bianche”?
Che non basta piangere a ogni morto sul lavoro. Basta lacrime inconcludenti, è ora di passare ai fatti con una Procura nazionale specializzata su questi reati. Per intervenire non solo a tragedia avvenuta, ma anche con un’opera sistematica di prevenzione, senz’aspettare sempre il morto. Coordinare le indagini su scala nazionale significa alzare lo sguardo oltre il caso singolo, per comprendere se questo infortunio o quella malattia professionale sono solo un episodio o – vedi Thyssen ed Eternit – l’esito delle scelte strategiche di tutta l’azienda. Noi, per Eternit, abbiamo potuto procedere solo per lo stabilimento di Cavagnolo. Non per quelli di Casale, Reggio Emilia o Napoli. Lì processi non si sono fatti, o hanno coinvolto solo dirigenti locali, o sono finiti in archivio o in prescrizione. Inevitabile, con indagini frammentarie.

Come avete fatto ad alzare il tiro sui vertici massimi?
Nelle indagini di routine fai l’ispezione, senti qualche testimone, affidi una perizia e chiedi i documenti all’azienda. E così persegui soltanto i livelli più bassi della catena di comando, senza mai riuscire, con indagini pentranti, a coinvolgere i vertici più alti. Le perquisizioni, in casi come questi, vanno fatte entrando nei consigli di amministrazione per capire cosa davvero è accaduto. Se otteniamo condanne per ‘ dolo eventuale’, non solo per colpa, è perché siamo entrati nei computer dei dirigenti trovando scambi di mail con direttive per risparmiare sulla sicurezza negli stabilimenti di tutto il mondo. Ma questo una piccola procura periferica non può farlo. E neanche una grande, ma inesperta. La nostra è l’unica che da 15 anni ha un osservatorio sui tumori professionali e monitora tutti i casi, sottraendoli al pozzo nero di ospedali e comuni.

E poi le multinazionali hanno sede all’estero.
Per indagare sulle casemadri estere, inoltriamo rogatorie ad altri paesi, che rispondono dopo mesi, anni, o non rispondono. Come il Brasile, per i casi di lavoratori che hanno contratto il tumore nello stabilimento brasiliano e sono morti in Italia. Una Superprocura avrebbe più forza nei rapporti con gli altri paesi. E nel sollecitare un “Parquet” europeo: l’art. 86 del trattato Ue prevede procure comunitarie per tutti i casi di ‘ crimine tranfrontaliero’. La nostra materia vi rientra in pieno. L’Europa unita è anche questo. Il crimine viaggia alla velocità della luce: la Giustizia non può continuare a inseguirlo con la diligenza.

Giustizia ok, partiti ko

Il Fatto Quotidiano, 14 Febbraio 2012


Due notizie, all’apparenza lontane anni luce, hanno dominato la giornata di ieri: il Pd che continua a perdere tutte le elezioni, anche quelle che si organizza da sé; e la sentenza della Corte d’Assise di Torino che condanna a 16 anni di carcere i due massimi dirigenti dell’Eternit per disastro doloso e omissione dolosa di misure infortunistiche: una sentenza storica, sia per il delitto doloso (e non solo colposo), sia per il numero delle parti civili (6.392), sia per l’entità della pena. Che cos’hanno in comune questi due fatti? In superficie, niente. Ma, se si guarda appena sotto il pelo dell’acqua, moltissimo.

La politica dei vecchi partiti raccatta l’ennesimo fallimento, mentre la magistratura, dopo vent’anni di assalti, leggi sfasciaprocessi e spaventagiudici, trova ancora in se stessa la forza per un colpo di reni che ci rende orgogliosi di essere italiani davanti al mondo. Solo in Italia infatti si possono processare e condannare dei potenti, quando sono colpevoli: non c’è opportunità politica, diplomatica, affaristica che può fermare i corso della Giustizia, che è uguale per tutti. E questo grazie alla nostra Costituzione che, unica nel suo genere, tutela l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e l’autonomia e l’indipendenza del potere giudiziario: infatti questa politica decrepita, fossile, putrefatta tenta da vent’anni di scardinarla.

La condanna dei due stragisti dell’Eternit è merito della tenacia di un procuratore, Raffaele Guariniello, da sempre vilipeso, attaccato, disarmato perché ha sempre difeso i deboli dai delitti dei potenti: da quando, nel 1971, osò profanare il sancta sanctorum della Fiat scoprendovi la vergogna delle schedature, a quando portò alla sbarra i petrolieri, il calcio, la Thyssenkrupp e tanti altri poteri forti che calpestavano e calpestano i diritti, la salute e l’incolumità dei lavoratori. Ma è anche merito del coraggio dei giudici togati e dei giurati popolari della Corte d’Assise, a cominciare dal presidente Giuseppe Casalbore (un altro ex pretore coraggioso, che nel 1983 osò sequestrare gli impianti illegali della Fininvest). E soprattutto della resistenza dei parenti delle vittime, che hanno saputo respingere persino le sirene dei soldi, i tanti soldi che i vertici Eternit offrivano per chiudere la partita: non si barattano la dignità e la memoria per trenta denari.

Chi mai avrebbe avviato questa inchiesta, celebrato questo processo, emesso questa sentenza se fosse stato già in vigore la porcata Pini sulla responsabilità civile dei magistrati, approvata alla Camera da Pdl, Lega e 50 franchi tiratori di centrosinistra e Terzo Polo? Se, cioè, i magistrati avessero saputo che una multinazionale potente come la Eternit, ramificata in tutto il mondo, avrebbe potuto denunciarli personalmente e chiedere danni milionari per il sol fatto di aver indagato su migliaia di morti da amianto? La risposta è ovvia: anche in Italia si sarebbe ripetuta la vergogna di Francia, Svizzera, Brasile, Cina e India, dove migliaia di lavoratori muoiono per l’amianto respirato in casa Eternit, ma nessuno finisce alla sbarra: perché la magistratura è controllata dalla politica, e la politica si sa chi la finanzia (quando si sa).

Ora quei partiti che non osano più nemmeno governare nascosti dietro i tecnici, che perdono pure le proprie primarie e persino i propri congressi (vedi la fu Forza Italia, spazzata via nei congressi provinciali da quattro colonnelli ex An), che si lasciano derubare dai propri amministratori, che esistono solo grazie ai talk show, ai grandi giornali e ai finanziamenti pubblici, pretendono di cambiare la Costituzione, di riformare la giustizia, di farsi una legge elettorale su misura e di rubare ai lavoratori anche l’ultimo diritto: quello di rivolgersi a un giudice se il padrone li licenzia senza motivo. Se sapessero cos’è, dovrebbero dare un’occhiata alla Gerusalemme Liberata: “E il poverin, che non se n’era accorto, ancora combatteva ed era morto”.

Saturday, February 11, 2012

Osteria del Vaticano

Il Fatto Quotidiano, 11 Febbraio 2012

In alcune redazioni molto supponenti e poco sportive, quando un altro giornale trova una notizia in esclusiva (“scoop”), invece di riprenderla per farla conoscere ai propri lettori citando la fonte, si fa come la volpe con l’uva (voce del verbo “rosicare”). Si va a caccia di qualcuno che smentisca per dire: “La notizia è falsa. Del resto, se fosse vera, la sapremmo anche noi, anzi l’avremmo saputa per primi”. L’altra sera, appena Santoro e Ruotolo hanno preannunciato lo scoop di Marco Lillo, i rosiconi si sono messi subito all’opera. La loro speranza era che il documento pubblicato dal Fatto fosse falso. Purtroppo padre Lombardi ha confermato che è autentico, anche se contiene “farneticazioni che non vanno prese sul serio”. Ma allora perché far leggere al Papa farneticazioni da non prendere sul serio? Per fargli uno scherzo? Forse perché il mittente è un cardinale e riferisce le parole di un altro cardinale. Se ci sono cardinali farneticanti, forse è il caso di pensionarli. In ogni caso, per quel che riguarda il Fatto, una volta confermata l’autenticità del documento, nessun’altra “smentita” è possibile.

Se Romeo non ha detto quelle cose, o le ha dette ma non sono vere, qualsiasi smentita va indirizzata a chi ha inoltrato l’appunto al Papa (il cardinale Castrillón). Non certo al Fatto, che ha pubblicato un documento autentico. Punto. Ma i rosiconi non si perdono d’animo e giocano con le parole. Repubblica, per nascondere le parole “Fatto” e “quotidiano”, si esercita in tripli salti mortali carpiati con avvitamento. Occhiello sul giornale: “In tv spunta un documento: ‘ Attentato al Papa’”. Ecco com’è nata la notizia: è spuntata. Sito repubblica.it: “Notizie prive di fondamento”. Il cardinale Romeo smentisce la rivelazione del Fatto”. Smentisce? Romeo conferma persino il “viaggio privato in Cina a metà novembre”. Smentisce “quanto gli viene attribuito”. Ma va? Qualcuno poteva pensare che un cardinale ammetta di aver detto in giro che stanno per uccidere il Papa? Più correttamente il corriere. it evita la parola “smentita” e titola: “Il complotto (presunto) contro il Papa e il mistero di quel viaggio in Cina”. Che è la vera materia del contendere. Invece il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, va in tv e dice che il documento non meritava quel risalto: cioè, in un paese dove anche i sospiri dell’ultimo ecclesiastico su qualunque argomento dello scibile umano finiscono su tg e giornali, un appunto consegnato da un cardinale al Papa su un complotto per eliminarlo va nascosto. Magari in un breviario.

Certi vaticanisti sono letteralmente costernati dinanzi a questo oggetto misterioso chiamato “notizia”. Andrea Tornielli della Stampa ammette che il documento è “autentico ma sconclusionato”, poi però lamenta che “sia a disposizione dei media” (forse voleva dire “del Fatto”). Idem il messaggero. it: “Da qualche tempo a questa parte dalla Segreteria di Stato vaticana escono documenti riservati”. Anche per il giornale. it lo scandalo non è il documento, ma la pubblicazione: “Il mistero del complotto per uccidere il Papa: chi ha dato il documento ai giornali?” (forse voleva scrivere “al Fatto”). Poi il sallustionline rivela che “il Vaticano stronca sul nascere lo scoop del Fatto” e conclude: “Non sappiamo cosa ci sia di vero nello scoop del Fatto”. Ah, non lo sapete? Ve lo diciamo noi: è tutto vero e il Vaticano non stronca un bel nulla. Il sito dell’Unità non l’ha presa bene: “Se voleva attirare l’attenzione, il Fatto Quotidiano ci è riuscito… L’annuncio è stato dato in collegamento con Servizio Pubblico di Santoro (sostenuto dallo stesso Fatto)”. Ecco perché il Fatto dà una notizia: per “attirare l’attenzione” (dev’essere per questo che, al contrario, l’attenzione sull’Unità è piuttosto al ribasso). Ed ecco perché Santoro la anticipa: perché è sostenuto dal Fatto. L’idea che un giornale e un giornalista diano una notizia perché è il loro mestiere, non sfiora neppure l’house organ del Pd. Meno male che c’è Libero, che stacca tutti di parecchie lunghezze: “Travaglio ‘ uccide ’ il Papa. Vaticano: tutta fantasia”. Ma forse si confonde con l’attentato a Belpietro.

Friday, February 10, 2012

Le avventure di un turista inglese in Italia

Immaginiamo un cittadino inglese che decide di venire in vacanza in Italia. Durante il viaggio, leggendo i giornali, apprende che il ministro dell’Energia, indagato per ostacolo alla Polizia stradale, si è dimesso. Il turista arriva a Fiumicino, apre i giornali italiani e scopre che c’è un partito chiamato “Margherita” che ogni tanto torna in vita per incassare i finanziamenti pubblici, peraltro aboliti da un referendum. Poi, sempre più divertito legge delle avventure di Lusi, Rutelli e Bersani. In una Roma innevata incontra il curioso sindaco della capitale travestito da Pisolo – con tanto di cappello di lana. E inoltre: il mito del posto fisso (che è solo per i figli ed i parenti dei ministri), i processi infiniti a Berlusconi… Tutte le contraddizioni del nostro Paese viste con gli occhi di chi ci guarda da fuori.

Wednesday, February 8, 2012

La grande colazione

Un testimone racconta che nel 1997, in piena Bicamerale, il presidente della medesima Massimo D’Alema incontrò a Venezia l’allora sindaco Massimo Cacciari. Al governo c’era Prodi e B. era reduce dalle rovinose elezioni del ‘ 96, politicamente defunto, tant’è che i suoi alleati cercavano un modo carino per dirgli che era finita e gli cercavano sottobanco un successore (Di Pietro o Fazio o Monti).

Cacciari domandò: “Scusa, Max, ma sei sicuro di questo accordo con Berlusconi? Non è che poi quello, come sempre, alla fine te lo mette in quel posto?”. Il conte Max lo guardò dall’alto in basso pur essendo meno alto, sorrise a lungo in silenzio, congiunse il pollice e l’indice della mano destra rivolti verso il basso e li fece ciondolare con lieve moto ondulatorio. Poi sibilò: “Tranquillo, Massimo, lo tengo per le palle”.

Naturalmente finì che B., promosso al rango di padre ricostituente, dopo aver portato a spasso la Volpe del Tavoliere (e con lui tutto il centrosinistra) per quasi tre anni, fece saltare il tavolo della Bicamerale. E, da morto che era, rinacque a nuova vita più fresco che pria: nel 2001 era di nuovo a Palazzo Chigi.

La scena si ripeté dieci anni dopo, nell’autunno 2007, con Veltroni al posto di Max. Anche allora governava Prodi e B. era dato per defunto, tant’è che cercava disperatamente di comprare senatori dell’Unione. Ma Uòlter, neosegretario del Pd, incurante delle sfighe precedenti, aprì un bel “tavolo” per “le riforme insieme”. Legge elettorale, Costituzione e tutto il resto. Il cadaverino risorse un’altra volta: sei mesi dopo, complice Mastella, era di nuovo premier; intanto Uòlter, che in tutta la campagna elettorale non l’aveva neppure nominato (“il principale esponente dello schieramento avverso”), perse tutte le elezioni nazionali e locali e dovette dimettersi.

Ora, non c’è il due senza il tre, tocca a Bersani. Tre mesi fa aveva le elezioni in tasca, persino se si candidava lui. Poi sostenne il governo Monti con B., ma giurò che non era una maggioranza politica. In realtà lo era, ma si riuniva nelle catacombe. Ora è uscita allo scoperto, ha fatto outing: incontri alla luce del sole, comunicati congiunti. Mancano solo le pubblicazioni, ma i rapporti prematrimoniali sono tutt’altro che vietati. L’inciucio parte dalla legge elettorale, poi si vedrà. Ci sono tante pratiche da archiviare tipo i magistrati, che danno noia a destra e a sinistra. Tanto, dicono gli strateghi del Pd, B. è morto.

Lui manda avanti Al Fano (ma è solo un trompe l’oeil, neppure fra i più riusciti). E, siccome è Carnevale, estrae dalla naftalina il travestimento da statista, col fazzoletto da piccolo partigiano al collo, inaugurato tre anni fa a Onna con un certo successo. Punta al Quirinale e pur di arrivarci è pronto a tutto, anche a proseguire l’inciucio nella prossima legislatura con un bel governissimo Pdl-Pd-Terzo polo, magari guidato da Passera (sennò la gente si disabitua al conflitto d’interessi).
Il Fatto Quotidiano, 8 febbraio 2012


Il paraninfo di Pier Luigi e Silvio promessi sposi è Violante, che già vegliava sulla Bicamerale da presidente della Camera. Nel 1994 tuonava: “Il nucleo di interessi che si aggruma intorno a Forza Italia è in profonda continuità col sistema di potere che ha causato tanti lutti e danni all’Italia… Forza Italia è un manipolo di piduisti e del peggio del vecchio regime. Berlusconi, con la chiamata alle armi contro il comunismo, ripete la parola d’ordine del fascismo e del nazismo quando morivano nei lager comunisti, socialisti ed ebrei. E con questa parola d’ordine la mafia uccideva i sindacalisti. È una chiamata alla mafia quella di Berlusconi”.

Nel 2002 Violante diceva che “le proposte di Berlusconi rispondono alle richieste dei grandi mafiosi”. Nel 2004 parlava di “interessi penali e criminali” del centrodestra. E nel 2006 denunciò “un giro di mafia intorno a Berlusconi”. Oggi si batte come un leone per maritare Bersani con quel bel soggetto, rinviato a giudizio proprio ieri perché passò al suo Giornale la bobina rubata della telefonata segreta tra Fassino e Consorte. Che gli fai a uno così? Te lo sposi.

Monday, February 6, 2012

In articulo Montis

Il Fatto Quotidiano, 5 Febbraio 2012


Finora Mario Monti non aveva sbagliato una dichiarazione. In un paese di politici gaffeur o cialtroni, parlava come un libro stampato, senza demagogie, smargiassate, promesse al vento. Un marziano anche rispetto a quel caravanserraglio che s’è rivelato il suo governo, un frittomisto di sobrii professori e tecnici veri (come l’ottima Cancellieri), banchieri e avvocati in conflitto d’interessi, boiardi con triplo stipendio e traffichini impresentabili. Poi ha iniziato a sbracare anche lui, martonizzandosi a Matrix con la fesseria sul posto fisso “monotono”. In un paese pieno di disoccupati che non trovano il primo lavoro, invitarli a pensare al secondo o al terzo è roba da dilettanti allo sbaraglio. E difenderla con le solite scuse dell’“equivoco” e del “fuori contesto” è la classica toppa peggiore del buco.

Nel forum con Repubblica tv, poi, il premier s’è vantato di misure “incisive con le banche”: roba da ridere, visti gli innumerevoli regali che il suo governo ha fatto ai banchieri (non ai risparmiatori). S’è vantato di aver “messo una tassa sugli scudi” (una barzelletta: l’ 1,5% per chi ha evaso aliquote fino al 43% pagando appena il 5). Ha detto che “lo spread è stato usato in modo esagerato come arma contundente contro Berlusconi”, mentre fu proprio lui, quand’era ancora editorialista del Corriere, a sparare a zero su B. mentre lo spread galoppava. Sull’Ici alle chiese ha parlato, più che da decisionista, da forlaniano: “Stiamo approfondendo e stiamo andando avanti nell’approfondimento”. Wow! Poi ha promesso, anzi minacciato, “una riforma strutturale della giustizia penale e civile”: ma questa è una scelta tutta politica, che richiede una maggioranza eletta, non un governo di tecnici piovuti dal cielo per il pronto soccorso finanziario. Infine ha detto che “l’articolo 18, per come viene applicato, sconsiglia l’investimento di capitali stranieri e italiani”. Ohibò: si pensava che non si investisse in Italia a causa delle mafie, della corruzione, degli appalti truccati, del falso in bilancio legalizzato, dei tempi biblici dei processi, dell’alto costo del lavoro. Invece, in un paese pieno di licenziati, per Monti licenziare è ancora troppo difficile: bisogna poterlo fare anche senza giusta causa. E viva la faccia: dopo due mesi di penosi balletti, siamo finalmente al dunque.

Il 18 dicembre, fra un pianto e l’altro, la ministra Fornero disse al Corriere che “l’articolo 18 non è un totem” (voleva dire tabù). Poi, dinanzi alle polemiche, fece retromarcia a Porta a Porta: “Non avevo e non ho oggi in mente nulla che riguardi in modo particolare l’articolo 18. Sono stata ingenua, i giornalisti sono bravissimi a tendere trappole. Vogliamo lasciarlo stare questo articolo 18? Io sono pronta a dire che neanche lo conosco, non l’ho mai visto”. L’8 gennaio Monti smentì la retromarcia: “Niente va considerato un tabù. In questo senso il ministro Fornero ha citato l’articolo 18”. Il 30 gennaio la Fornero, in tournèe a Otto e mezzo, fece un passo avanti quasi indietro: “L’articolo 18 non è preminente, ma non deve essere un tabù e si può discutere”. E il 2 febbraio propose di sostituire il reintegro dei licenziati senza giusta causa con un indennizzo e minacciò di procedere anche contro i sindacati. Ora Monti comunica che l’articolo 18 – quello che andava “lasciato stare” e non era “preminente” – blocca addirittura gli investimenti.

Giovedì a Servizio Pubblico un cassintegrato di Pomigliano ha rivelato che, su 1300 cassintegrati riassunti, nessuno è della Fiom. Poi Santoro ha trasmesso un filmato che mostra il “gestore operativo” della Fiat di Melfi mentre minaccia mafiosamente di morte un operaio: “Ti brucio vivo, ti stacco la testa e la metto in piazza … sai di che famiglia sono?”. La Fiat ha detto o fatto qualcosa? Niente. E il governo? Niente. Sta’ a vedere che pure le minacce mafiose agli operai e le discriminazioni politiche in fabbrica sono colpa dell’articolo 18.

Friday, February 3, 2012

La balla della settimana: professori e pulpiti

Nel governo dei professori, ci sono docenti in tutte le materie, tranne una: la logica. E meno male, perché un professore di logica in quella compagnia rischierebbe la labirintite. Siamo pieni di licenziati che non trovano un altro lavoro e Monti e la Fornero vogliono cambiare l’articolo 18 perché trovano che è ancora troppo difficile licenziare. E siccome i giovani non trovano lavoro si allunga l’età pensionabile, da 60 a 65 anni, così i posti di lavoro si liberano cinque anni dopo. Ma per Monti non c’è problema: dice che i giovani devono abituarsi a cambiare lavoro perché il posto fisso è monotono. Di una noia veramente mortale, cioè uno non trova neanche il primo di lavoro ma…pensa al secondo o al terzo che così ti passa la noia.